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Antonio Gagliano e Veronica Lahitte

Foto: Arte.Edad.Silicio

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Antonio Gagliano e Veronica Lahitte

Foto: Arte.Edad.Silicio

Nella Kunsthalle di Barcellona c’è «L’assalto dell’illusione»

In un’epoca segnata dalla manipolazione delle immagini, dalla postverità e dal deepfake, una mostra riflette sulla responsabilità dell’arte nella nostra comprensione della realtà

Roberta Bosco

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Fuori splende il sole, ma all’interno del centro d’arte Arts Santa Monica, la kunsthalle di Barcellona, le nuvole si rincorrono nella penombra, leggiadre, quasi scherzose, sfidano la realtà che impone l’età adulta e ci ricollegano alle fantasie dell’infanzia, quando tutto sembrava possibile. Ma che cosa ci fanno delle nuvole in un centro d’arte? Appartengono a «Beyond the Horizon», un’installazione del collettivo A.A. Murakami (Azusa Murakami e Alexander Groves), focalizzato sulla concettualizzazione della tecnologia effimera, che in cinqua anni di vita vanta già opere nelle collezioni del MoMA, del Centre Pompidou e del Museo M+ di Hong Kong. Le nubi di A.A. Murakami dialogano con quelle del progetto «Nimbus Kunstmuseum» dell’olandese Berndnaut Smilde, che dal 2016 con una tecnica complessa e raffinata riesce a far transitare le nuvole in spazi museali, conferendo alle immagini, che poi fotografa, una potente carica ipnotica.

Le due opere formano parte de «L’assalto dell’illusione» (fino al 27 settembre), una mostra che sfida i modelli espositivi tradizionali e mette il visitatore in una posizione di sorpresa e coinvolgimento continui, grazie a un approccio sperimentale che difende la necessità di ripensare il significato delle istituzioni museali nella società in cui sono inserite.

Curata dal direttore de Arts Santa Monica, Enric Puig, e coprodotta con il Círculo de Bellas Artes de Madrid, dove sarà presentata a partire da novembre, la rassegna ha trasformato radicalmente gli spazi dell’antico convento fin dall’entrata. Il dispositivo scenografico ha fatto sparire il riconoscibilissimo chiostro e il visitatore inizia la visita dalla sala di quello che sembra essere un piccolo teatro, con un telone che si apre sul vuoto, conducendolo in un percorso che lo obbliga a interrogarsi più volte sulla realtà, sulla finzione e sulla natura della rappresentazione in questi tempi di trucchi digitali e manipolazioni visive. «Tutta la mostra è concepita come un meccanismo controllato di generazione di illusioni. La rappresentazione artistica non è neutrale e contribuisce a modellare ciò che intendiamo come realtà», afferma Puig, che ha ottenuto da Anish Kapoor un’opera creata ex professo per questa mostra. «Void Pavilion» è una costruzione visiva del vuoto, resa possibile dal Vantablack, un pigmento nero, composto da nano tubi di carbonio, che assorbe il 99,96% della luce e appartiene in esclusiva all’artista, l’unico autorizzato a utilizzarlo oltre all’esercito britannico. «La materialità stessa dell’opera mette in luce i meccanismi tecnici che sottendono la costruzione poetica e il suo rapporto con questioni inerenti alla proprietà», indica il curatore, sottolineando che è la prima volta che Kapoor espone in Spagna un’opera realizzata con il Vantablack. 

Il percorso continua con opere di una ventina di artisti che mettono alla prova le percezioni sensoriali. È il caso dell’affascinante e inquietante installazione di Alain Jousseau, che rivela i meccanismi di costruzione delle notizie, e degli spioncini di Manuel Calderón, che creano l’illusione di spazi misteriosi di difficile o impossibile accesso, grazie a dei modellini iperrealistici, che seminano il dubbio: sono stanze reali, proiezioni o plastici? Quando il visitatore crede di avere capito, l’ultimo spioncino gli mostra una stanza a cui può accedere, smantellando così la distinzione tra realtà e finzione, che aveva stabilito durante il tortuoso percorso.

L’interattività richiesta al pubblico non è di tipo meccanico, ma molto più sottile e seducente, come nell’installazione di Chico Amaral, che viene azionata dal pubblico senza saperlo. I suoi quadretti apparentemente statici vengono animati da un meccanismo nascosto che dipende dalla partecipazione del pubblico, spinto a girare delle manovelle senza saperne il motivo. «L’opera invita a riflessione sulla nostra propensione a partecipare a sistemi che generano immagini indipendentemente dalle nostre intenzioni», spiega Puig. Il percorso si chiude con un’opera di Nuria Güell, che mette a confronto l’ideologia del centro e i suoi desideri con la realtà economica e contrattuale dei suoi lavoratori, per concludere rivelandone le contraddizioni, i limiti e finalmente l’impossibilità di essere completamente fedele alla sua filosofia. «Attraverso un percorso espositivo con specchi, veli e pareti mobili, le opere giocano con i visitatori: prima li attraggono, poi li ingannano, prima li inducono a dubitare di ciò che vedono e infine svelano le loro tecniche di manipolazione e illusione. È un’esperienza pensata per sorprendere, ma anche per stimolare la riflessione e l’analisi critica», conclude Puig.

Anish Kapoor, Void Pavillion. Foto: Arte.Edad.Silicio

Roberta Bosco, 30 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Nella Kunsthalle di Barcellona c’è «L’assalto dell’illusione» | Roberta Bosco

Nella Kunsthalle di Barcellona c’è «L’assalto dell’illusione» | Roberta Bosco