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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoli«Il bello è soltanto apparentemente morto», afferma Heinz Mack nel 1994. È una presa di posizione tutt’altro che scontata per un artista che, dagli anni Cinquanta, ha contribuito a mettere in discussione alcuni dei presupposti fondamentali della pittura. Le sue opere, del resto, sono state spesso riconosciute proprio per la loro forza estetica, fino a essere definite da Eva Müller-Remmert di una «bellezza sorprendente». Ma per Mack la bellezza non è una categoria da evitare. «Per me la parola bellezza non è un tabù», avrebbe infatti dichiarato anni dopo, «resto dell’idea che le cose possano essere belle. E io non ho paura di realizzarle».
Oggi, a 32 anni di distanza da quella dichiarazione, a Venezia, nelle sale di Palazzo Bembo, «Heinz Mack. Color» in forma presenta oltre trenta dipinti realizzati nell’ultimo decennio. Superfici attraversate da campi cromatici, variazioni, ritmi e vibrazioni luminose, nelle quali il colore acquista una presenza quasi immateriale e il rapporto con la luce diventa parte integrante della percezione dell’opera. La mostra, curata da Marc Mack e realizzata da European Cultural Centre Italy in collaborazione con Association for Art in Public Dirk Geuer, concentra lo sguardo sulla produzione pittorica più recente dell’artista, in occasione dei suoi 95 anni.
Ed è proprio davanti a questa pittura, così legata alla luce e al colore, che torna inevitabilmente una domanda che attraversa l’intera ricerca di Mack: che cosa può significare la bellezza dopo che l’arte moderna ha messo in discussione l’idea stessa di forma? La questione non nasce con Mack. Il Novecento l’ha portata dentro la struttura stessa dell’opera. Con le avanguardie storiche, e in particolare con il Cubismo, la pittura ha iniziato a mettere in crisi la rappresentazione, la prospettiva e l’idea di una composizione capace di organizzare lo spazio secondo un ordine stabile. Per Mack, Picasso rappresenta precisamente questo punto di rottura: l’artista tedesco ha raccontato di aver studiato la storia della pittura occidentale fino al Cubismo e di aver visto in Picasso colui che aveva «distrutto radicalmente l’idea di composizione». Da quel momento, per lui, il problema non poteva più essere quello di costruire una composizione diversa, ma di trovare una struttura diversa. Perché prima del colore viene la struttura. E prima ancora della struttura, viene la necessità di liberare la pittura da ciò che «non può più essere». Nel 1957, insieme a Otto Piene, fonda a Düsseldorf il gruppo ZERO. Il nome indica un nuovo inizio. Una condizione, non priva di passato, dalla quale ricominciare dopo la guerra e dopo l’esperienza dell’Informale. Günther Uecker entrerà nel nucleo centrale del gruppo nel 1961. Mack e Piene cercano una posizione diversa rispetto a una pittura ancora legata al gesto, alla materia e all’espressione individuale. La loro attenzione si sposta verso luce, movimento, struttura, energia e percezione. ZERO diventa così una delle esperienze decisive dell’avanguardia europea del dopoguerra. Mack porta questa esigenza direttamente dentro la pittura. La «Dynamic Structure», formulata a partire dal 1958, nasce dalla volontà di abbandonare la composizione e la prospettiva illusionistica. «La struttura significa molto per me», avrebbe ricordato molti anni dopo, spiegando che Picasso aveva sostituito la composizione con la struttura e che quella sostituzione era diventata per ZERO una questione centrale.
Le superfici non sono più, quindi, organizzabili per costruire un’immagine, ma per produrre una vibrazione. Il quadro non deve rappresentare il movimento. Deve renderlo percettibile.
Eppure, già dentro questa radicale sottrazione, Mack non elimina la bellezza, la sposta. La luce diventa il luogo in cui forma e percezione possono incontrarsi senza tornare alla composizione tradizionale. Tra il 1956 e il 1958 Mack elabora i «Light Reliefs» e i «Light Dynamos», utilizzando metalli lucidati capaci di riflettere e modificare i colori dell’ambiente. Nei «Light Reliefs» la struttura cambia al variare dell’incidenza e dell’intensità della luce. Viene meno così anche l’idea di un’immagine definitivamente fissata – Mack parlerà di una «intensità della vibrazione» capace di modificare le sensazioni dell’osservatore e di favorire il superamento della materialità. Il passaggio dall’opera alla situazione spaziale diventa ancora più evidente con il «Sahara Project», concepito tra il 1958 e il 1959. Mack immagina il deserto come un luogo nel quale sperimentare una luce non mediata dall’architettura e dalle convenzioni dello spazio espositivo. La prima realizzazione del progetto avviene nel 1968, nel deserto tunisino, dove Mack installa colonne luminose e realizza «Tele-Mack». L’esperienza prosegue nel 1976 con la «Expedition into Artificial Gardens» in Algeria, nel Grand Erg Oriental, dove l’artista porta nuovamente strutture, superfici riflettenti e materiali artificiali dentro il paesaggio desertico. La pittura sembra così arrivare al proprio limite. Nel 1963 Mack realizza l’ultimo dipinto su tela prima di allontanarsi dalla pittura per quasi trent’anni. La ragione è radicale: ritiene che nella pittura sia già stato dipinto tutto ciò che poteva essere dipinto. Nel 1991 torna però alla tela. Non per riprendere il discorso interrotto, ma proprio perché, come ha osservato, «dopo un quarto di secolo lontano dalla pittura non era possibile semplicemente continuare da dove aveva lasciato».
Heinz Mack nel suo studio in Ibiza, 2014. Courtesy Archiv Mack e VG Bildkunst Bonn, 2026.
Il ritorno coincide con un cambiamento sostanziale. Le prime opere degli anni Novanta conservano il rigore della ricerca precedente, ma il colore assume una nuova intensità. Le «Chromatic Constellations» sviluppano campi cromatici, ritmi e variazioni luminose nei quali la superficie torna a essere centrale senza recuperare la funzione tradizionale del quadro. La struttura non scompare. Si trasferisce dentro il colore. Mack lo avrebbe sintetizzato molti anni dopo parlando della propria pittura come di una ricerca sull’identità fra luce e colore: «i colori sono portatori di energie» e «la luce diventa colore e il colore è luce». La luce rimane dunque il filo conduttore anche quando il lavoro torna stabilmente alla tela. È una continuità che arriva fino alla produzione più recente, quella riunita oggi a Palazzo Bembo. Le opere degli ultimi dieci anni non segnano una seconda vita della pittura separata dalla stagione di ZERO. Ne rappresentano piuttosto una conseguenza. Dopo avere lavorato per decenni sulla sottrazione, sulla rifrazione, sulla luce e sulla trasformazione dello spazio, Mack torna a una pittura nella quale il colore può assumere tutta la propria intensità senza perdere quella dimensione percettiva. Una «Chromatic Constellation» del 2016, rende evidente questa direzione. Il titolo stesso rinuncia all'idea di una forma unica: la «costellazione» è un insieme di elementi messi in relazione, un campo nel quale il colore costruisce rapporti senza trasformarsi in figura. Anche in «Chromatic Constellation», realizzata nel 2020, il colore non descrive qualcosa che si trova al di là della superficie. È la superficie stessa a diventare il luogo dell'esperienza. Le variazioni cromatiche producono una percezione che non si esaurisce nella prima impressione: la tela richiede uno sguardo che si sposti, che registri differenze e intensità.
In una conversazione recente l'artista ha descritto la propria pittura contemporanea come una «pittura dai colori intensi, di grande formato, piena di luce», distinguendola dalle opere quasi monocrome della fase precedente. La differenza rispetto alla stagione di ZERO è evidente, ma non è una rottura. Negli anni Cinquanta Mack cercava di liberare la pittura dalla composizione; oggi lavora con una struttura che non ha più bisogno di dichiararsi come tale. Negli anni Sessanta portava la luce fuori dalla tela; nelle opere recenti la luce è nuovamente dentro la superficie, incorporata nelle relazioni cromatiche. È proprio a Venezia che questa ricerca acquista un'ulteriore risonanza. La città della luce riflessa sull'acqua, delle superfici in continua trasformazione e di una percezione affidata al mutare delle condizioni atmosferiche offre a Mack un contesto particolarmente coerente con una ricerca nella quale la luce è una materia capace di modificare l'opera e lo sguardo. Il rapporto con Venezia attraversa del resto la sua storia: nel 1970 rappresentò la Germania Ovest alla Biennale di Venezia e, più recentemente, nel 2022, presentò «The Vibration of Light» al Museo Correr come Evento Collaterale della 59ª Biennale. Oggi, a Palazzo Bembo, il colore torna al centro di quella stessa ricerca sulla luce, dopo decenni nei quali Mack ne ha esplorato le possibilità nella pittura, nella scultura e nello spazio.
Mack ha impiegato la propria ricerca per sottrarre la pittura alla necessità di rappresentare, fino a trasformare la luce in materia e il movimento in esperienza dello sguardo. E quando il colore ritorna, non torna la pittura che aveva lasciato nel 1963. Torna una pittura che conosce già i propri limiti e che, proprio per questo, può permettersi di superarli senza più dover abbandonare la tela.
La domanda sulla bellezza resta aperta. Mack non la risolve attraverso una nuova definizione del bello, ma attraverso la pratica: può esistere una pittura bella senza che la bellezza significhi ritorno all'ordine, alla decorazione, alla forma compiuta? Le opere di Color in forma rispondono senza dichiararlo. Il bello, per Mack, non è una categoria da recuperare. È una possibilità che la pittura può ancora mettere alla prova.
U«Chromatic Constellation», 2016. Courtesy Archiv Mack und VG Bildkunst Bonn, 2026.
Nicoletta Biglietti
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