Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Virtus Zallot
Leggi i suoi articoliIl libro di Matthias Egeler ricostruisce l’intreccio delle molte storie del Graal o, meglio, dei molti e diversi Graal che hanno alimentato le storie. Nei racconti in cui è citato, dal Medioevo a oggi, non è infatti soltanto il presunto calice utilizzato nell’Ultima Cena (che avrebbe poi raccolto il sangue di Gesù), ma ciotola di servizio, sacra patena, inesauribile cornucopia, pietra magica che guarisce e ringiovanisce, oggetto misterioso, legame di sangue tra i discendenti di Gesù e altro ancora.
Finzione narrativa in opere letterarie (dal Perceval di Chrétien de Troyes fino a Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco, a Il Codice da Vinci di Dan Brown e alla trilogia di Kate Mosse), musicali (le più note, il «Lohengrin» e il «Parsifal» di Richard Wagner), cinematografiche (per esempio «Indiana Jones e l’ultima crociata» di Steven Spielberg e la traduzione in film del romanzo di Dan Brown) e figurate (in particolare in manufatti del XIX secolo). Il Graal è stato da alcuni considerato concretissimo oggetto da rintracciare e venerare, per quanto altri lo ritenessero invece in cielo. Argomento di ricerche e ricostruzioni pseudostoriche, ancora attrae turisti nei luoghi che lo nasconderebbero. È inoltre assurto a simbolo religioso (precristiano, cristiano, anticristiano e, oggi, postcristiano e alternativo) e politico (in particolare, nell’ambito di alcuni fanatismi razzisti e nazionalisti).
Il volume individua e analizza tale repertorio di formalizzazioni e significati, sorta di intrico destinato a rimanere tale poiché non esiste un filo conduttore e tantomeno il bandolo della matassa: la qualità essenziale e il segreto del successo del Graal, sostiene infatti Egeler, è proprio la sua «capacità di riflettere quasi ogni idea o desiderio concepibile». Anche per questo, suggerisce Umberto Eco, non va affatto preso sul serio. Ma noi, come moderni Perceval (che vedendolo sfilare evitò di domandare che cosa fosse e che cosa significasse), lasciamolo nell’indeterminatezza, osservandolo nei fantasy senza pretendere verità e, soprattutto, senza cercarlo nella realtà.
Il Santo Graal. Storia del calice di Cristo da Artù a Indiana Jones
di Matthias Egeler, trad. di Carla Salvaterra, 144 pp., ill. b/n, il Mulino, Bologna 2024, € 15
La copertina del volume
Altri articoli dell'autore
Solo i grandi artisti hanno saputo (e sanno) affrontare l’azzardo iconografico della vittoria di Cristo sulla morte
In diverse occasioni il santo volle cedere le proprie vesti a persone in difficoltà, ma l’incontro con un lebbroso, cercato e non capitato, di contatto fisico e non di sola vicinanza, con il più misero tra i miseri e non con un povero appena diventato povero, segnò la sua esistenza
La rinuncia alle vesti segnò (e nell’arte visualizzò) la scelta del santo di farsi povero: l’episodio sancì un cambio esistenziale che fu rinascita, inaugurando una vita di santità
Scegliendo la povertà, il santo rinunciò anche alle calzature. Ciononostante, i piedi deformati dal troppo camminare, sporchi e feriti, sono diventati gloriosi



