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Bottega di Leonardo da Vinci, «Salvator Mundi» de Ganay (1505-1515 circa)

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Bottega di Leonardo da Vinci, «Salvator Mundi» de Ganay (1505-1515 circa)

Il «Salvator Mundi» de Ganay, l’enigma leonardesco in scena a TEFAF Maastricht 2026

Presentata da Agnews Gallery, la versione proveniente dallo studio del Maestro riapre il dibattito sull’origine di una delle immagini più celebri del Rinascimento

Riccardo Deni

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TEFAF Maastricht 2026 è alle porte (14-19 marzo) e alcune storie iniziano a intravedersi tra le pareti vetrate del Maastricht Exhibition & Conference Centre, segnali luminosi che invogliano collezionisti e appassionati a buttare almeno un occhio all'interno di una delle fiere più prestigiose del mondo, per vedere che c'è. C'è, tra i 270 espositori, la Agnews Gallery di Londra, che ha annunciato un dipinto piuttosto particolare tra quelli che proporrà in fiera. Si tratta di una delle immagini più celebri della tradizione occidentale: il «Salvator Mundi» nella versione de Ganay, proveniente dallo studio di Leonardo da Vinci.

L’opera, che raffigura Cristo come Salvatore del Mondo, è un olio su tavola di noce (68,6 × 48,9 cm) databile tra il 1505 e il 1515. Sebbene attribuita (solo) allo studio leonardesco, la qualità e la straordinaria vicinanza stilistica al Maestro continuano ad alimentare il dibattito tra storici dell’arte e curatori. Pare infatti probabile, quantomeno, che il pittore sia intervenuto più volte direttamente nella realizzazione dell'opera.

Il nome «Salvator Mundi» richiama inevitabilmente la clamorosa vendita del dipinto attribuito - questo invece direttamente - a Leonardo. Quello noto come la versione Cook, battuto all’asta da Christie’s a New York nel 2017 per oltre 450 milioni di dollari e acquistato dal principe saudita Mohammed bin Salman. Un risultato che stabilì il record assoluto per un’opera d’arte e trasformò il dipinto in un’icona globale del mercato artistico contemporaneo. Prima della riscoperta della versione Cook nel 2005, tuttavia, la versione de Ganay era forse considerata la migliore tra le numerose varianti note del soggetto. E, secondo alcuni studiosi, perfino il possibile prototipo dell’immagine.

Nuove ricerche hanno inoltre contribuito a ridefinire la posizione dell’opera nella produzione leonardesca. Durante la preparazione della grande mostra dedicata a Leonardo nel 2019 al Musée du Louvre, il dipinto fu oggetto di un approfondito studio da parte del team curatoriale guidato da Vincent Delieuvin. Le indagini con riflettografia a infrarossi hanno rivelato tracce di spolvero, la tecnica utilizzata per trasferire il disegno preparatorio sulla superficie pittorica mediante polvere di carbone. Un procedimento documentato più volte nelle pratiche di lavoro di Leonardo e della sua bottega. Il dipinto è stato successivamente esposto anche al Museo Nacional del Prado nell’ambito della mostra dedicata alle copie e alle pratiche di bottega legate al maestro. Nell'occasione è stato ipotizzato che l’artista responsabile del Salvator Mundi possa essere lo stesso autore della celebre copia della Mona Lisa conservata al Prado.

Bottega di Leonardo da Vinci, «Salvator Mundi» de Ganay (1505-1515 circa)

Alla fiera di Maastricht, Agnews presenterà il lavoro accanto alla riproduzione a grandezza naturale dell’immagine infrarossa dell’opera. Il confronto consentirà di osservare la struttura dell’underdrawing e metterla in relazione con due studi di panneggio in gesso rosso conservati nella Royal Collection a Windsor. Il dialogo tra pittura e disegno permetterà ai visitatori di avvicinarsi ai metodi di lavoro della bottega vinciana e alla costruzione formale di una delle immagini più potenti dell’iconografia cristiana.

Oltre al valore artistico, anche la storia collezionistica del dipinto è altrettanto affascinante. La prima attestazione documentata risale al 1866, quando l’opera fu esposta a Parigi dalla collezione del barone de Lareinty di Nantes, che sosteneva provenisse da un convento, poi andato disperso durante la Rivoluzione francese. Nel 1902 entrò nella raccolta della collezionista parigina Martine de Béhague, figura centrale della vita culturale della Belle Époque. La sua collezione comprendeva capolavori di Albrecht Dürer, Tiziano, Jean-Honoré Fragonard, Edgar Degas e Pierre-Auguste Renoir. Grande ammiratrice di Leonardo, nel 1905 donò anche la cornice rinascimentale che ancora oggi avvolge la Mona Lisa al Louvre.

Il «Salvator Mundi» de Ganay si distingue inoltre per il suo stato di conservazione eccezionale, ancora sulla tavola originale di noce. Tale integrità permette di apprezzare pienamente la delicatezza del volto di Cristo, il raffinato trattamento delle vesti rosse e la sottile empatia che caratterizza la composizione. E infine, come spesso accade con le opere legate alla cerchia di Leonardo, il dipinto continua a sollevare interrogativi: quanto intervenne realmente il maestro? Quale allievo potrebbe averlo eseguito? E quale ruolo ebbe questa versione nella diffusione di una delle immagini più celebri del Rinascimento? Domande la cui risposta non si può che sgranare lentamente, a piccoli passi. Da compiere, anche, in qualche modo, tra gli stand di TEFAF.

Riccardo Deni, 11 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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