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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliChe cosa significa oggi costruire e dirigere una galleria d'arte contemporanea? In un mercato sempre più selettivo, nel quale i collezionisti richiedono tempi decisionali più lunghi e le gallerie devono confrontarsi con costi crescenti, l'investimento sulla ricerca artistica impone scelte precise. Significa individuare nuovi talenti, accompagnarne lo sviluppo, costruire relazioni con le istituzioni e formare un collezionismo disposto a confrontarsi anche con linguaggi complessi. È in questa prospettiva che si inserisce il percorso di Francesca Simondi, gallerista torinese che negli ultimi anni ha progressivamente ridefinito la propria identità e il proprio programma espositivo, cercando un equilibrio tra sperimentazione, sostenibilità economica e relazioni di lungo periodo.
Il trasferimento negli spazi rinascimentali di Palazzo Scaglia di Verrua, nel centro di Torino, rappresenta una tappa significativa di questa evoluzione. La nuova sede nasce dall'intenzione di ampliare le funzioni della galleria, affiancando all'attività espositiva incontri, performance, progetti interdisciplinari e occasioni di confronto tra artisti, curatori e pubblico. Un'idea di spazio culturale che trova una prima espressione nella mostra inaugurale Inspira. Trattieni. Espira., articolata in due capitoli, e in una programmazione attenta alle relazioni tra ricerca artistica, questioni ambientali e trasformazioni sociali.
La visione di Simóndi si sviluppa in un momento particolarmente delicato per le gallerie italiane, impegnate a rafforzare la propria presenza internazionale e a sostenere artisti emergenti e a metà carriera in un sistema istituzionale che fatica a garantire continuità nelle acquisizioni e nella promozione delle nuove generazioni. Il rapporto con il collezionismo, la selezione delle fiere, il ruolo delle reti professionali e la necessità di maggiori investimenti pubblici diventano altrettanti elementi di una riflessione sul futuro del settore. Fino a interrogare il modello stesso della galleria tradizionale, ancora fortemente legato alla figura del singolo imprenditore, immaginando strutture più collaborative, aperte a competenze e discipline differenti.
Partiamo dal tuo percorso personale. Quali incontri ed esperienze hanno contribuito maggiormente alla tua formazione? E quando hai compreso quale sarebbe stata la tua identità di gallerista?
Tra gli incontri più illuminanti ricordo quello con il collezionista Giorgio Fasol, che mi ha aperto gli occhi su un’idea di collezionismo capace di andare ben oltre il desiderio di possedere un’opera. Ricordo ancora quando mi raccontò l’esperienza legata all’acquisizione di un lavoro performativo di Tino Sehgal per la sua collezione. Quel racconto mi fece comprendere quanto un collezionista possa credere profondamente nella ricerca di un artista, fino a investire in qualcosa che non ha necessariamente una dimensione fisica e tangibile. È stata una lezione importante sul valore della passione, della fiducia e sul ruolo che il collezionismo può avere nel sostenere la ricerca artistica.
Qualche anno dopo questo incontro, la mia strada si è incrociata con quella di Pier Luigi Guzzetti, collezionista che stimo profondamente e che per primo ha creduto in me come gallerista, sostenendomi con grande fiducia nel corso degli anni. La sua passione e la sua capacità di credere nelle nuove generazioni sono state per me una fonte importante di ispirazione e di crescita. Il confronto costante con lui, oggi diventato anche una bella amicizia, mi aiuta tutt'ora a maturare, a mettere in discussione le mie scelte e a sviluppare con maggiore consapevolezza la mia identità professionale.
Formativo è stato anche il confronto con curatori e direttori di musei e istituzioni, così come il dialogo con gli artisti, attraverso le cui ricerche ho scoperto nuovi mondi e approfondito ambiti che spaziano dalla letteratura alla filosofia, dalla musica alle scienze. È questa possibilità di continuare a imparare e ampliare il mio sguardo che amo particolarmente del mio lavoro. Il 2025 ha rappresentato un punto di svolta: un anno di messa a fuoco, in cui le esperienze maturate e le riflessioni degli anni precedenti hanno finalmente trovato una direzione più chiara. Ho acquisito maggiore consapevolezza della mia identità di gallerista e della visione curatoriale che volevo sviluppare. Questo ha comportato anche scelte difficili, come interrompere alcune collaborazioni con artisti che stimo, ma le cui ricerche non erano più in linea con il percorso che stavo delineando. Un processo che ha trovato infine una sua concretizzazione nella realizzazione di uno spazio capace di accogliere e raccontare la storia e la visione che sto costruendo.
Il trasferimento a Palazzo Scaglia di Verrua segna un passaggio importante nella storia della galleria. Perché hai scelto questo edificio rinascimentale? E quali possibilità offre alla tua attività espositiva, alle relazioni con gli artisti e al rapporto con la città?
Palazzo Scaglia di Verrua è un luogo straordinario, per la sua storia, per la sua architettura e per l’atmosfera che si respira attraversandone gli spazi. Torino conserva relativamente poche testimonianze del periodo rinascimentale: le trasformazioni urbanistiche promosse dai Savoia hanno profondamente modificato il volto della città, conferendole quell’identità prevalentemente barocca che oggi conosciamo. Entrare in un palazzo che custodisce ancora tracce così significative di una storia precedente è per me molto emozionante.
Mi interessava soprattutto la possibilità di immaginare una galleria che non fosse esclusivamente uno spazio espositivo, ma anche un luogo di incontro, confronto e produzione culturale. Già nella sede precedente avevo organizzato conversazioni con artisti e curatori, letture sceniche, momenti musicali e la registrazione di un podcast. Il nuovo spazio mi permette di sviluppare queste esperienze in maniera più strutturata. Il cortile interno, con la sua dimensione raccolta e silenziosa, offre la possibilità di organizzare incontri, performance, presentazioni e progetti interdisciplinari in un contesto particolarmente suggestivo.
Palazzo Scaglia di Verrua è inoltre un luogo abitato da realtà e professionalità differenti. La presenza di Giorgio Persano, della casa editrice Hopefulmonster, di musicisti, architetti e altre figure creative, insieme alla vicinanza di numerose gallerie, contribuisce a creare un ambiente ricco di possibili sinergie.
C’è un altro aspetto per me importante: la possibilità di restituire alla città uno spazio fino a oggi riservato alla dimensione privata. Il cortile del palazzo che ospita la galleria diventa così accessibile a tutti e può essere liberamente attraversato e vissuto durante gli orari di apertura. La presenza della galleria crea un’occasione di incontro tra il patrimonio storico, l’arte contemporanea e la comunità, restituendo a questo luogo una nuova dimensione pubblica. Il trasferimento rappresenta quindi molto più di un cambiamento di indirizzo: è un passaggio che mi permette di avvicinare la galleria al modello di spazio culturale che desidero costruire.
Hai inaugurato con Inspira. Trattieni. Espira., una mostra articolata in due capitoli che riunisce artisti di generazioni, provenienze e linguaggi differenti. Quale visione tiene insieme il programma della galleria? Come scegli gli artisti e quali nuove direzioni vorresti sviluppare nei prossimi anni?
Nella scelta di un artista convivono una componente istintiva e un'attenta valutazione del suo percorso: le mostre, la presenza delle opere in collezioni pubbliche, la qualità formale della ricerca e la capacità di sviluppare un linguaggio personale e una visione. È importante anche il confronto con i curatori, che spesso mi introducono a nuove ricerche, come nel caso di Flaminia Veronesi, che ho conosciuto grazie ad Andrea Lerda, curatore del Museo Nazionale della Montagna di Torino.
Mi interessano le ricerche che mettono in discussione il nostro modo di stare al mondo e il rapporto con il presente, soprattutto quando si sviluppano in dialogo con altre discipline, la ricerca scientifica, le università, le comunità e i territori. Penso a Marguerite Kahrl, che attraverso i principi della permacultura immagina nuove forme di relazione tra esseri umani e ambiente, e a Giulia Iacolutti, con la quale sto avviando una collaborazione: il suo progetto Fili continui affronta il tema della violenza di genere, mostrando come l'arte possa diventare uno strumento di sensibilizzazione e prevenzione.
Un aspetto fondamentale del mio lavoro è il tempo: mi interessa costruire relazioni durature con gli artisti e creare le condizioni affinché possano sviluppare possibilità e direzioni di ricerca ancora inesplorate. È ciò che è accaduto con Chiara Baima Poma, che a gennaio 2027 inaugurerà la sua seconda personale in galleria. La sua ricerca si è evoluta dalla pittura bidimensionale verso installazioni di grande formato, coinvolgendo attivamente la comunità del Canavese nella realizzazione delle opere e nella riflessione che accompagnerà la mostra. Una dimensione collettiva già presente nella sua sensibilità, che il nostro confronto ha contribuito ad approfondire.
Anche con Victoria Stoian il dialogo ha aperto nuove possibilità: dal desiderio di superare i confini della tela e intervenire sull'architettura è nata l'idea dei suoi primi interventi pittorici a soffitto, presentati nella terza personale in galleria e successivamente sviluppati anche nelle abitazioni di alcuni collezionisti, attirando l'attenzione di pubblicazioni di architettura e design. Sono esempi di come intendo la galleria: uno spazio di confronto e crescita, capace di accompagnare gli artisti verso nuove direzioni di ricerca.
Guardando al futuro, desidero ampliare ulteriormente il programma, aprendomi a linguaggi differenti come la ceramica, il suono, la luce e le pratiche interdisciplinari. Sto programmando diversi studi visit con artisti emergenti e affermati, perché credo che una galleria di ricerca debba trovare un equilibrio tra percorsi consolidati e nuove voci, capaci di aprire prospettive inedite. Spero di poter annunciare presto anche alcuni nomi di rilievo della scena internazionale con i quali sto avviando un dialogo.
La galleria sostiene artisti che affrontano questioni politiche, sociali, ambientali e identitarie, attraverso linguaggi spesso complessi. Come si costruisce un mercato per ricerche che non rispondono alle tendenze commerciali dominanti? E quanto è importante difenderne la complessità, anche quando richiedono tempi lunghi per essere comprese e acquisite?
Parto dalla seconda domanda: credo sia fondamentale difendere la complessità di un'opera, soprattutto se si desidera costruire una galleria che abbia nella ricerca la propria identità.
Naturalmente, le vendite sono indispensabili: permettono alla galleria di sostenere la propria attività e, soprattutto, di accompagnare concretamente il lavoro degli artisti. Non credo però che il valore di una ricerca possa essere misurato esclusivamente attraverso la sua immediata risposta commerciale. Ci sono pratiche artistiche che richiedono tempi più lunghi per essere comprese e apprezzate, perché affrontano questioni complesse, utilizzano linguaggi meno familiari o si sviluppano attraverso processi che non sempre si traducono in un oggetto facilmente collezionabile. In questi casi, il compito della galleria è anche quello di costruire un contesto di conoscenza intorno all'opera: accompagnare i collezionisti nella comprensione della ricerca, favorire occasioni di incontro con gli artisti e sviluppare relazioni con curatori, musei e istituzioni.
Nell'ultimo anno, per esempio, ho cercato di consolidare maggiormente i rapporti con il mondo istituzionale. Credo che musei e fondazioni abbiano un ruolo fondamentale nel sostenere ricerche coraggiose e sperimentali, che talvolta trovano maggiore difficoltà a entrare nelle collezioni private.
Questo non significa escludere il collezionismo privato da tali percorsi. Al contrario, credo che una delle responsabilità della galleria sia proprio quella di avvicinare i collezionisti a linguaggi che inizialmente possono apparire meno accessibili, contribuendo a formare uno sguardo e una sensibilità capaci di riconoscerne il valore. Durante quest’ultima edizione di Artissima ho presentato, per l’appunto, un’opera di Fatma Bucak, 342 Names, già esposta alla Fondazione Merz in occasione di una sua retrospettiva. Si tratta di un lavoro certamente più complesso da proporre al collezionismo privato, ma sto lavorando a una possibile acquisizione da parte di una coppia di collezionisti francesi. Fatma rappresenta un esempio particolarmente significativo di artista con un percorso museale e istituzionale di grande rilievo, il cui lavoro è stato progressivamente introdotto anche in importanti collezioni private attraverso il lavoro di ricerca, promozione e mediazione della galleria.
È necessario accettare che non tutte le opere abbiano gli stessi tempi di maturazione e che non tutte le relazioni producano risultati immediati. A volte una vendita arriva dopo mesi, o persino anni, di conversazioni e approfondimenti. La sfida, per me, è proprio questa: contribuire a costruire un collezionismo capace di sostenere la ricerca e di riconoscere il valore delle opere anche al di là delle tendenze del momento, senza chiedere agli artisti di rinunciare alla complessità del proprio lavoro.
Parliamo dei collezionisti. Come è cambiato negli ultimi anni il vostro pubblico? Quanto è internazionale il mercato della galleria e quali segnali osservi sul ricambio generazionale? C'è una maggiore prudenza negli acquisti?
Negli ultimi anni ho osservato una maggiore prudenza negli acquisti e tempi decisionali più lunghi da parte dei collezionisti. Per questo credo sia sempre più importante costruire un rapporto di fiducia e condivisione culturale che preceda quello commerciale.
La galleria ha una presenza consolidata a Torino e in Italia, ma sto lavorando per ampliare le relazioni internazionali, un percorso fondamentale anche per offrire nuove opportunità agli artisti. Penso ad alcuni collezionisti olandesi che negli ultimi anni hanno acquisito opere di Chiara Baima Poma e Laura Pugno, oggi parte di una collezione di oltre trecento lavori, dall'Espressionismo tedesco all'arte contemporanea. È una soddisfazione vedere le loro ricerche entrare in dialogo con una storia collezionistica così ampia. Sto inoltre consolidando rapporti con collezionisti francesi, con l'auspicio che queste relazioni possano svilupparsi nel tempo, oltre la singola acquisizione.
Sul ricambio generazionale vedo segnali incoraggianti, anche se c'è ancora molto da fare. La collaborazione con Flaminia Veronesi, per esempio, mi ha permesso di avvicinare collezionisti molto giovani, alcuni sotto i trent'anni. Credo sia importante rendere la galleria uno spazio aperto, non percepito come esclusivo o accessibile soltanto a chi possiede già conoscenze e disponibilità economiche importanti, ma un luogo in cui entrare, fare domande e incontrare gli artisti. Collezionare significa certamente acquistare, ma prima ancora imparare a guardare, conoscere e scegliere. Il compito della galleria è accompagnare questo percorso, affinché una curiosità iniziale possa trasformarsi nel tempo in una relazione autentica e duratura con l'arte.
In una recente conversazione con «Il Giornale dell’Arte» hai sostenuto che il sistema debba imparare a «fare meno, ma meglio». Come si traduce questa visione nella gestione quotidiana della galleria? E quali scelte permettono di conciliare programmazione, presenza alle fiere e sostenibilità economica?
«Fare meno, ma meglio» non significa ridurre le ambizioni, ma imparare a indirizzarle con maggiore consapevolezza, scegliendo con attenzione dove investire tempo, energie e risorse.
Credo che le fiere siano ancora importanti, ma vadano selezionate con maggiore consapevolezza, privilegiando gli appuntamenti più coerenti con la propria ricerca e investendo anche sulle opportunità internazionali. È fondamentale trovare un equilibrio tra la presenza fieristica e il lavoro, meno visibile ma altrettanto importante, di costruzione delle relazioni con collezionisti, curatori e istituzioni.
In questa direzione si inserisce anche la mia partecipazione a Italics, di cui faccio parte dal 2021. È una rete che considero uno strumento importante per promuovere e valorizzare il sistema delle gallerie italiane, attraverso iniziative e progetti che vanno oltre la dimensione strettamente commerciale e favoriscono nuove occasioni di incontro e collaborazione.
Cerco di far crescere la galleria in modo graduale ma costante, individuando ogni anno nuovi obiettivi, coerenti con la sua identità e sostenibili rispetto alle risorse disponibili. Il trasferimento a Palazzo Scaglia di Verrua rappresenta uno dei passaggi più importanti di questo percorso. È un investimento significativo, che comporta nuove responsabilità economiche e organizzative, ma nasce dalla volontà di dare al progetto una prospettiva di lungo periodo.
Per il 2027 mi piacerebbe ampliare ulteriormente il programma, coinvolgendo nuovi sguardi e aprendo nuove opportunità anche sul fronte delle fiere e delle relazioni internazionali.
Torino possiede una storia importante nell'arte contemporanea, dalle gallerie dell'Arte Povera ad Artissima, al Castello di Rivoli e alle fondazioni private. Quali sono oggi i punti di forza e le fragilità della città? E che cosa manca al sistema italiano per sostenere e promuovere maggiormente gli artisti a livello internazionale?
Torino possiede un patrimonio culturale straordinario, costruito attraverso decenni di sperimentazione e il lavoro di artisti, galleristi, curatori, collezionisti e istituzioni, che l'hanno resa uno dei centri più importanti dell'arte contemporanea in Italia e a livello internazionale. Negli ultimi mesi percepisco una nuova fase di fermento: l'arrivo di gallerie internazionali e gli investimenti di alcune realtà indipendenti in nuovi progetti, nonostante il difficile contesto economico, sono segnali incoraggianti della fiducia nel potenziale culturale della città.
Credo però che, per compiere un vero salto di qualità, sia necessario affrontare alcune fragilità strutturali che non riguardano soltanto la città, ma più in generale il sistema italiano. Partirei da una questione che considero fondamentale: il ruolo dello Stato. Credo che un Paese debba riconoscere nella cultura un investimento strategico, non una voce di spesa accessoria. In un momento storico in cui assistiamo a un aumento delle tensioni internazionali e a una crescente attenzione verso le politiche di riarmo, mi piacerebbe vedere la stessa determinazione nell'investire in cultura, istruzione e ricerca. Uno Stato che investe nella cultura investe nella propria capacità di comprendere il presente, sviluppare un pensiero critico e immaginare il futuro.
Questo significa sostenere i musei e le istituzioni pubbliche, promuovere la produzione artistica e favorire il collezionismo. Per una galleria come la mia, che lavora con artisti emergenti e mid-career impegnati in ricerche spesso sperimentali e complesse, il rapporto con le istituzioni è fondamentale. Musei dotati di risorse più consistenti e continuative potrebbero sviluppare politiche di acquisizione più incisive, sostenendo gli artisti e, indirettamente, le gallerie che investono nelle loro ricerche.
In Italia questo meccanismo è ancora debole. Strumenti come l'Italian Council e il PAC – Piano per l'Arte Contemporanea sono opportunità preziose per la produzione, l'acquisizione e la promozione internazionale, ma servirebbero politiche culturali più strutturate e continuative, capaci di rafforzare l'intero ecosistema.
In questo scenario, reti come ITALICS, di cui faccio parte dal 2021, sono importanti per favorire collaborazioni e dare maggiore visibilità alle gallerie italiane. Le iniziative private, tuttavia, non possono sostituirsi a una politica culturale pubblica: il futuro dell'arte contemporanea italiana dipende anche dalla capacità di riconoscerne il valore culturale, sociale ed economico e di sostenerlo con investimenti adeguati.
Torino ha tutte le potenzialità per continuare a essere un laboratorio straordinario. È importante fare in modo che questa ricchezza non si concentri soltanto nei grandi appuntamenti annuali, ma generi opportunità concrete e continuative per artisti, gallerie e istituzioni del territorio durante tutto l’anno.
Guardiamo al futuro. Hai più volte sottolineato l'importanza di ripensare il modello tradizionale della galleria. Quale sarà la prossima evoluzione di Simóndi? E quale ruolo immagini per il gallerista nei prossimi dieci anni, tra trasformazioni del mercato, sostenibilità e nuove forme di collaborazione?
Come accennavo a Cecilia Paccagnella nell'ultima intervista per «Il Giornale dell'Arte», ho un sogno nel cassetto che continuo a custodire, nella speranza di riuscire prima o poi a realizzarlo. Il mio percorso, prima di approdare al mondo dell'arte contemporanea, è passato anche attraverso esperienze legate ai villaggi ecologici, alla permacultura e alla ceramica, una passione che è stata anche una professione e che, per potermi dedicare completamente alla galleria, ho dovuto accantonare. Mi piacerebbe che, in futuro, queste esperienze possano trovare una nuova espressione all'interno di un progetto parallelo o intrinseco a Simóndi, creando un dialogo tra arte, ambiente, pratiche artigianali e sostenibilità.
Ma il futuro della galleria riguarda anche una riflessione più ampia sul suo modello organizzativo. Mi chiedo se la struttura tradizionale, con il gallerista imprenditore come figura centrale e responsabile di ogni aspetto del progetto, sia ancora sostenibile. Immagino una realtà più articolata e condivisa, nella quale possano convergere competenze e sensibilità differenti: curatori, artisti e professionisti provenienti da ambiti diversi, ma affini al mondo dell'arte contemporanea. Credo che nei prossimi dieci anni il ruolo del gallerista sia destinato a evolversi: forse non più una figura unica attorno alla quale ruota tutto il progetto, ma una delle componenti di una struttura collaborativa, capace di mettere in relazione esperienze e generazioni diverse. Una pluralità di sguardi potrebbe permettere di intercettare pubblici più ampi, sviluppare nuove forme di progettualità e affrontare con maggiore flessibilità le trasformazioni del mercato. Mi interessa immaginare una galleria capace di produrre cultura, attivare collaborazioni e sperimentare nuovi modelli di relazione.
Francesca Simondi, Inaugurazione della nuova sede a Palazzo Scaglia di Verrua a Torino, ph Lorenzo Gastaldi, courtesy Simóndi
Fatma Bucak, And so we were told (2020), Acts of Erasure, exhibition view at MOCA Toronto (2020-21), ph Toni Hafkenscheid, courtesy Simóndi
Riccardo Deni
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