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Inutile nasconderlo: quando alla fine dello scorso maggio, al Museo Poldi Pezzoli, il World Monuments Fund-WMF, annunciando l’apertura della sede a Milano comunicava che in tre mesi soltanto sarebbe stato inaugurato il restauro da loro promosso del Salone Dorato, fra i presenti si alzò un brusio di scetticismo. Tre mesi per smontare e restaurare quell’ambiente che aveva subìto tante trasformazioni e stravolgimenti e che era ormai il frutto di una stratificazione di idee progettuali spesso antitetiche? Chi dubitava, non aveva però fatto i conti con la tenacia e la determinazione del manipolo di donne e grandi professioniste che se ne è fatto carico, da Alessandra Quarto, direttore del Poldi Pezzoli, con il suo team (al femminile anch’esso) a Bénédicte de Montlaur, presidente e Ceo del WMF, da Silvia Beltrametti Krehbiel a Fiorella Ballabio, rispettivamente presidente e direttrice di WMF Italia. Infatti, il 15 settembre il Salone Dorato, splendidamente restaurato, è stato presentato al pubblico.
Non che si sia trattato di un lavoro improvvisato, anzi. Perché da un anno e mezzo le studiose del museo scavavano negli archivi per conoscere i dettagli dei successivi allestimenti di quel Salone, in cerca non di un’impossibile ricostituzione dell’originale ma di tutto ciò che potesse guidarle a individuarne i tratti salienti voluti dal fondatore: il suo messaggio.
Minuziosamente progettata da Gian Giacomo Poldi Pezzoli (Milano, 1822-79), poi sventrata dalle bombe dell’agosto 1943 (devastata al punto che qualcuno propose di demolire il palazzo: se non accadde, lo si deve a un’altra figura femminile di grande tempra come Fernanda Wittgens, allora Soprintendente milanese), la casa-museo da lui donata alla città riaprì nel 1951, con il Salone Dorato, che era stato lo scrigno dei tesori più preziosi della collezione e cui Gian Giacomo aveva dedicato la più grande attenzione, riletto dalla stessa Wittgens rispettandone i volumi. Nel 1974 fu la volta di un nuovo intervento, nel pieno gusto di quegli anni: il soffitto fu ribassato di un metro con un «guscio» a volta di candido cartongesso che alterò la volumetria della sala, impose di togliere i meravigliosi (ma troppo grandi ormai) arazzi fiamminghi tessuti nel 1602 da François Spiering e di abbassare di parecchio la superba specchiera settecentesca di legno e vetro di Murano (oggi perfettamente restaurata da Open Care), mentre 54 delle 98 tavolette che ricoprivano in origine il soffitto dorato furono allestite nelle sale del Rinascimento lombardo e le altre riposte nei depositi. Nel 2017 si aggiunsero i due grandi lampadari in carbonio, anch’essi di gusto molto contemporaneo.
Una veduta del Salone Dorato del Museo Poldi Pezzoli dopo il restauro. © Pietro Menzione Giordano
La domanda che si è posta Alessandra Quarto fin dal suo arrivo in museo era se qualcosa si fosse salvato sotto a quella calotta di cartongesso e nel gennaio 2025 una videoispezione rivelò che la grande finestra serliana affacciata sul giardino, «mutilata» dal ribassamento del soffitto, era quasi perfettamente conservata, con i suoi marmi e i suoi decori metallici (rosette, ognuna diversa dall’altra, poste sull’arco a tutto sesto) realizzati in un’avveniristica lega galvanica messa a punto da Christofle e giunti da Parigi, che anche oggi (sublime raffinatezza di Gian Giacomo!) mutano come allora con il variare della luce.
Ricchissimo e dotato di un gusto squisito (la madre era una Trivulzio), Gian Giacomo non badò a spese e per scegliere i marmi del Salone e della serliana si fece arrivare con un trasporto speciale della «Ferrovia dell’Alta Italia» quintali di campioni di verde di Varallo, pavonazzo di Siena, statuario di Carrara, marmo di Candoglia (quello del Duomo di Milano), marmo d’Ornavasso, marmo di Portovenere, che esaminò e scelse di persona, firmando ogni documento per accettazione. Intanto, aveva chiamato i migliori maestri dell’Accademia di Brera, da Giuseppe Bertini ai più reputati scultori, intagliatori, ebanisti e frescanti. Non riuscì però, seppure per poco, a vedere il Salone Dorato finito, sebbene i primi contratti risalissero a ben vent’anni prima.
«Con la sua dimora, nota Bénédicte de Montlaur, Gian Giacomo dettò un modello poi imitato in tutto il mondo, dal Musée Jacquemart-André di Parigi all’Isabella Stewart-Gardner Museum e alla Frick Collection negli Stati Uniti, ed è dunque per noi motivo di grande orgoglio avere restaurato il Salone Dorato, rendendo omaggio alla visione di Gian Giacomo Poldi Pezzoli e di Fernanda Wittgens».
Il restauro, su progetto di Alessandra Quarto e dell’architetto Piero Guicciardini, Firenze, oltre a recuperare la spettacolare serliana, ha restituito alla sala le proporzioni originarie, permettendo di sistemare la specchiera su un mobile, come aveva voluto Gian Giacomo, e di esporre nuovamente i due arazzi fiamminghi insieme ai capolavori pittorici collocati ora a parete ora su cavalletti, mentre le pareti, di un verde profondo, sono coronate da alcune delle tavolette da soffitto originali, disposte a formare un fregio.
Sabato 19 settembre l’ingresso al Museo (dalle 10 alle 18) sarà gratuito, per far conoscere alla città questo nuovo gioiello del Museo Poldi Pezzoli e dal 24 settembre ogni giovedì, in pausa pranzo, si terranno le visite guidate al Salone Dorato e ai suoi tesori.
Resta un dato non secondario, il costo del restauro: poco meno di 500mila euro, interamente finanziati da WMF, che ora si appresta a intervenire nientemeno che sulla Loggia di Raffaello in Vaticano.
Il Salone Dorato del Museo Poldi Pezzoli nel 1881
Il Salone Dorato del Museo Poldi Pezzoli nel 1940
Il Salone Dorato del Museo Poldi Pezzoli nel 1943
Il Salone Dorato del Museo Poldi Pezzoli nel 2026
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