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Redazione GdA
Leggi i suoi articoli«What we hold, what we lose» è il titolo della nuova personale veneziana di Ismaele Nones. Una serie di lavori chiave della sua produzione si alternano a opere dell'ultimo lustro nelle sale regali di Palazzo Donà Brusa, sede della galleria Tommaso Calabro. Al centro della mostra spicca il mosaico «Verso l’Alto verso la Terra: Sguardo al Firmamento», già presentato a Ravenna durante la IX Biennale del Mosaico, qui affiancato da una selezione di opere su tela e tavola. Il risultato è un dialogo tra passato e presente, dove epoche diverse contribuiscono a una visione profondamente contemporanea.
La ricerca di Nones (Trento, 1992) affonda le radici in un territorio di confine. Figlio di un iconografo, ha imparato a considerare la storia dell’arte come «una cassetta degli attrezzi», uno spazio di confronto, dove le opere dei maestri del passato diventano interlocutori per esplorare le domande che da sempre accompagnano l'uomo. La sua arte crea un ponte tra mondi apparentemente lontani: l'arte bizantina del IV secolo, la matericità dell'Arte Povera e alcuni linguaggi della Pop Art britannica si fondono in uno stile personale.
Le sue tele sono popolate da figure ieratiche e ipnotiche, immerse in architetture indefinite e prospettive instabili. Sono scenari mentali più che reali, dove animali ispirati ai bestiari medievali diventano allegorie dell'essere umano e la vegetazione, di eco bizantina, sfida il realismo con colori inattesi. Nones non illustra, ma suggerisce: simboli religiosi e icone classiche vengono trasfigurati per esplorare temi della condizione umana come il conflitto, l’eros, la solitudine e l’alienazione.
Ismaele Nones, «Untitled», 2025. Courtesy l'artista e Tommaso Calabro.
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