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Daria Berro
Leggi i suoi articoliIl 27 gennaio il British Museum (BM) ha postato sul proprio profilo Instagram quattro immagini in cui comparivano giovani donne intente a osservare dei reperti di varie epoche e provenienza. Le immagini erano accompagnate da una didascalia che recitava: «Prendersi il tempo per guardare più da vicino è sempre utile», e dall’hashtag #YourMuseum. Nel giro di poco il post aveva ricevuto molti commenti negativi, da utenti comuni ma soprattutto dalla comunità archeologica: non si trattava infatti di foto di visitatrici in carne ed ossa, bensì di immagini generate dall’Intelligenza Artificiale. Nel post erano stati taggati due account, uno riconducibile alla modella generata con l’IA e un altro all’agenzia di marketing di IA V8 Global.
Le critiche non si sono placate con la rimozione del contenuto, anzi. Un’archeologa e dottoranda della Durham University, Steph Black, è infatti riuscita a fare degli screenshot del post, prima che venisse eliminato e li ha pubblicati sul suo profilo @stephthearchaeologist, che conta oltre 193mila follower. In un primo momento, racconta Black, aveva pensato (e come lei molti altri) a un attacco hacker ai danni dell’account del Museo. Poco dopo il post era scomparso, «senza un commento, né una dichiarazione».
In una delle immagini pubblicate dal British Museum la figura generata dall’IA guarda un reperto azteco (in effetti conservato nel museo londinese). Black ha notato che, mentre in altre immagini l’ipotetica visitatrice indossa abiti tradizionali dell’Asia orientale, qui indossa quelli che sembrano abiti in stile messicano, «come se tutte queste culture fossero uguali», ha dichiarato ad «Artnet». «È davvero grave, prosegue l’archeologa sul suo account, se una delle più grandi istituzioni culturali del Paese pubblica immagini generate dall’Intelligenza Artificiale invece di invitare persone vere, realmente appartenenti alle comunità a indossare i loro abiti tradizionali nelle gallerie. Mi piacerebbe anche sapere quale prompt hanno dato all’IA...». Black ha anche riferito che alla sua richiesta indirizzata al Museo di «ammettere l’accaduto, spiegare perché è successo e chi lo ha autorizzato», e di impegnarsi a «non utilizzare più l’Intelligenza Artificiale generativa» il BM semplicemente l’ha eliminata dai contatti, e la stessa sorte è toccata ad altri commentatori critici, che hanno chiesto delle scuse pubbliche.
Uno dei punti che ha suscitato maggiore preoccupazione è il possibile impatto dell’IA generativa sulle professioni (storici, educatori e curatori) legate al patrimonio. Secondo Steph Black il museo londinese, con questo «A.I. slop» (che in questo caso potremmo liberamente tradurre come un «pasticciaccio con l’I.A.») «crea un precedente per il resto del settore», facendo delle prove volte «a misurare quanto le persone siano disposte ad accettare immagini di Intelligenza Artificiale, per poi licenziare o evitare di assumere creativi e professionisti», il tutto finalizzato, a suo parere, a ridurre i costi.
Un portavoce del museo londinese ha dichiarato ad «Artnet» che il British Museum solitamente condivide contenuti «generati dagli utenti». In questa circostanza, il materiale «era stato prodotto dall'Intelligenza Artificiale»: resosi conto della «possibile delicatezza» della questione, il BM ha deciso di cancellarlo. «Non pubblichiamo immagini create dall’Intelligenza Artificiale», ha poi aggiunto, annunciando che il Museo sta «elaborando linee guida sull’uso dell’IA in tutti i suoi settori», considerata la crescente presenza di questa tecnologia nel settore culturale.
«Ci sono quasi due questioni distinte, ha chiosato Steph Black in un nuovo post. Una riguarda l’Intelligenza Artificiale e l’altra la risposta del BM. Se avessero semplicemente pubblicato la loro dichiarazione pubblica, anche se avessero smesso di seguirmi, non avrei realizzato questo video. Ma perché hanno rilasciato una dichiarazione solo dopo quasi una settimana, nonostante i tanti commenti di persone che li mettevano in discussione? Se questo è il trattamento riservato a me, una donna europea ragionevolmente sana che ha il privilegio di poter studiare in uno dei migliori dipartimenti di archeologia del mondo e con un pubblico sui social media di oltre 850mila persone, come vengono trattati gli altri? Se ricevo minacce quando alzo la voce, che cosa succede agli altri? Esprimere critiche valide e chiedere spiegazioni non dovrebbe essere motivo di censura. Essere minacciati quando si critica o si sollevano critiche valide al settore di cui si fa parte è incredibilmente preoccupante. Che tipo di società sarebbe quella in cui le domande portano a minacce e chi alza la voce viene allontanato dalla cerchia di influenza e ignorato, trattato come un fastidio minore e i suoi commenti come ridicoli, dove gli accademici devono seguire la linea del partito o rischiano di perdere il lavoro?».
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