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Una veduta della mostra «Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto» da BKV Fine Art con opere, da sinistra, «Ritratto di Dio», 1970-71, e una fotografia di Vincenzo Agnetti scattata da Ugo Mulas nel 1971

Foto: Maria Parmigiani

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Una veduta della mostra «Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto» da BKV Fine Art con opere, da sinistra, «Ritratto di Dio», 1970-71, e una fotografia di Vincenzo Agnetti scattata da Ugo Mulas nel 1971

Foto: Maria Parmigiani

I ritratti in parola di Vincenzo Agnetti a cent’anni dalla sua nascita

BKV Fine Art celebra l’anniversario dalla nascita dell’artista milanese con quindici opere su feltro che riscrivono l’idea stessa di effigie

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Vincenzo Agnetti centenario? Pare impossibile, eppure quest’anno cadono i cento anni dalla nascita di questo maestro dell’arte concettuale, da lui declinata in un linguaggio tanto radicale e rigoroso quanto poetico.

BKV Fine Art gli rende omaggio a Milano, dal 26 febbraio al 30 aprile, con la mostra «Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto», curata da Marco Meneguzzo in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti (da un progetto di Alida Priori), dedicata a un segmento specifico del suo lavoro: quello del ritratto. Ritratti non in immagine ma in parola i suoi, spesso realizzati su feltro, 15 dei quali, dei primi anni ’70, sono esposti qui, a iniziare dal «Ritratto di Dio» (1970-71) della storica collezione di Gianni Malabarba, opera famosa anche perché il grande fotografo Ugo Mulas ritrasse Agnetti accanto a essa, in uno scatto che è presente in mostra. Non è certo un Dio circonfuso di luce, il suo, con la barba bianca e la ghirlanda di cherubini e serafini, secondo l’iconografia tradizionale ma, in una sorta di iconoclastia di segno concettuale, un Dio «parafrasato» dal versetto dell’Apocalisse che recita «Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine di tutto». E così accade in tutti gli altri suoi «ritratti», in cui Agnetti dipinge o scava nel feltro, materiale quanto mai «sordo» e inespressivo, brevi enunciati talora ironici, talora paradossali, che tratteggiano non le fattezze ma un’immagine sfuggente e concettuale dell’«effigiato». L’opposto dei ritratti d’apparato con cui in passato si perpetuavano le fattezze e le glorie del soggetto, uno spazio tutto mentale, inafferrabile, e tuttavia (o forse proprio per questo) capace di attingere all’universalità. E con i ritratti mentali di Agnetti entrano in gioco nella mostra ritratti di autori del passato dal tema, per così dire, affine, opera di Tintoretto, di G.B. Carlone, di G.C. Procaccini, di Giovanni Boldini e altri. A commento, un catalogo di Dario Cimorelli Editore con testi del curatore e di Alida Priori.

Stesse date per l’altra mostra, ospitata in BKV2, il nuovo spazio espositivo della galleria: intitolato «Il tempo del paesaggio. Calchi, frammenti, fusioni» e curato da Gaspare Luigi Marcone, il progetto compie un tragitto dal Seicento al nostro tempo attraversando i temi del tempo e del paesaggio. All’origine del percorso, il vasto paesaggio in cui s’inscrive l’«Allegoria del fuoco» di Jan Brueghel il Giovane (Anversa, 1601-78), qui posto in dialogo con i lavori in cui Linda Carrara (Bergamo, 1984), Sophie Ko (Tblisi, 1981), Fabio Roncato (Rimini, 1982) e Vincenzo Schillaci (Palermo, 1984) indagano, con il linguaggio del nostro tempo, il tema del paesaggio come luogo di stratificazione temporale, come entità su cui incidono le energie della natura e i processi di trasformazione cui la materia (così come l’opera d’arte) è sottoposta.

Vincenzo Agnetti, «Ritratto di Dio», 1970. Courtesy Collezione Privata Gianni Malabarba, Milano. Foto: Matteo Zarbo

Ada Masoero, 20 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

I ritratti in parola di Vincenzo Agnetti a cent’anni dalla sua nascita | Ada Masoero

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