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Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliDi un artista conosciamo le mostre, le opere, le gallerie che lo rappresentano, le istituzioni che lo espongono. Molto meno sappiamo di come viva, di quanto guadagni e delle condizioni economiche che gli consentono, oppure gli impediscono, di continuare a lavorare. È una delle contraddizioni del sistema dell'arte contemporanea, nel quale la visibilità e il riconoscimento professionale non coincidono necessariamente con la sostenibilità economica. Secondo una ricerca di Art Workers Italia condotta su 440 artisti, l'80% degli intervistati affianca alla propria pratica altre attività lavorative. Una condizione che non riguarda soltanto l'Italia: in Polonia, un'indagine del 2024 ha rilevato una diffusa irregolarità dei redditi artistici, evidenziando la fragilità economica di una professione ancora priva, in molti contesti, di adeguate forme di tutela.
È da questa realtà che prende avvio «Come vivono gli artisti?», la mostra promossa dall'Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, in collaborazione con Gruppo21, che inaugura il 13 ottobre e rimane aperta fino all'11 dicembre 2026. Curata da Santa Nastro e Alex Urso, riunisce nove artisti italiani e polacchi (in ordine alfabetico: Maess Anand, Alicja Bielawska, Eva Frapiccini, Piotr Hanzelewicz, Igor Kubik, Luana Perilli, Alessandro Scarabello, Giuseppe Teofilo e lo stesso Urso) intorno a una questione che riguarda tanto la produzione artistica quanto le condizioni materiali della sua esistenza. Il progetto nasce dall'incontro tra due percorsi di ricerca. Da una parte, il lavoro di Santa Nastro, autrice di Come vivono gli artisti? Vita, economia, rapporto con il settore e pratica (Castelvecchi, 2022) e di Mamme nell'arte. Artiste e operatrici culturali nella sfida della maternità (2026); dall'altra, la ricerca di Alex Urso, che nella serie fotografica Dipingere le nuvole (2021-22), composta da 365 immagini, ha trasformato una propria precedente esperienza lavorativa in una riflessione sulla dimensione quotidiana e spesso invisibile della professione artistica.
Ne abbiamo parlato con i due curatori, affrontando il rapporto tra precarietà e libertà, le differenze tra Italia e Polonia, il riconoscimento economico del lavoro degli artisti, le disuguaglianze di genere e le responsabilità delle istituzioni. Sullo sfondo emerge una questione più generale: può un sistema dell'arte continuare a crescere senza interrogarsi sulle condizioni di vita di chi produce le opere su cui si fonda?
Partiamo dal titolo: «Come vivono gli artisti?». È una domanda apparentemente semplice, eppure raramente affrontata dal sistema dell'arte. Perché sappiamo così tanto delle mostre e delle carriere degli artisti e così poco delle loro effettive condizioni di vita?
La letteratura sulla vita degli artisti è stata per molto tempo un “genere” se così si può dire. Sappiamo molto della vita di molti artisti importanti come Frida Kalho o Jackson Pollock, come Mario Schifano e Pino Pascali. Sia perché gli artisti incoraggiano una dimensione al tempo stesso umana e contemplativa, parlando e scrivendo anche in prima persona, sia perché le figure critiche intorno a loro e le famiglie aiutano nella ricostruzione delle loro vite. Tra tragedia e mito, tra bohème e ricchezza, tra successi e fallimenti, abbiamo potuto abbeverarci di storie profonde e appassionanti. Ad un certo punto il legame si spezza e diventa sconveniente affrontare determinate dinamiche. La biografia scompare e resta solo l’opera, che deve “parlar da sé”. A colpi di piccone si erodono ritratti, critica d’arte e contestualmente rivendicazioni sociali. Parlare di precarietà diventa un tradimento al sistema. Ciò che prima era trama (anche eroica) è qualcosa da nascondere sotto un tappeto molto grande. Poi il mondo, e anche l’arte, viene travolto dalla pandemia da Covid-19 e le cose cambiano.
Secondo una ricerca di Art Workers Italia, l'80% dei 440 artisti intervistati svolge altri lavori. È ancora corretto parlare di «secondo lavoro» oppure dobbiamo riconoscere che, per molti artisti, la pratica artistica è economicamente subordinata ad altre professioni?
Dipende. Il quadro tracciato da AWI, che ha avuto dei pregressi nelle proteste al Moma di New York nel 1969 e di Lavoratori dell’arte a Milano nel 2008, dà delle indicazioni precise, confermate dalle nostre ricerche. “La grande maggioranza degli intervistati”, si legge nel rapporto, “è impegnata in più attività: il 35,8% ha almeno un’altra attività nell’ambito dell’arte contemporanea, e in aggiunta il 46% ha almeno un’attività fuori dall’AC, una scelta quest’ultima che nei ¾ dei casi è motivata dal fatto che il lavoro nell’AC non è sufficiente a mantenersi. Un’esigenza che si fa sempre più pressante al crescere dell’età e che spiega la maggior presenza di slash workers nelle fasce meno giovani”. Tra questi “secondi lavori” ci sono insegnanti, grafici, allestitori, comunicatori, designer, collaborazioni con la moda, ma anche lavori che non hanno nulla a che vedere con il mondo dell’arte. A volte anche a causa di passioni personali e storie familiari preesistenti (chi fa il vino, chi fa yoga, chi insegna sci), ma per lo più è una questione di sostenibilità.
Qual è il confine tra precarietà e libertà? Nel sistema dell'arte la flessibilità, la mobilità e la capacità di reinventarsi vengono spesso presentate come qualità positive. Quanto di questa narrazione finisce per legittimare condizioni di lavoro economicamente insostenibili?
L’importante è utilizzare bene le parole: flessibilità e mobilità in sé sono qualità positive perché garantiscono crescita, scambio di informazioni, sviluppo di molteplici progetti. In questo senso sicuramente offrono la libertà di viaggiare, di conoscersi, di mettersi in gioco in più iniziative. Ma quando la flessibilità non offre uno sviluppo verticale della carriera, ma se tutto va bene orizzontale e se tutto va male nemmeno quello, siamo di fronte alla precarietà che da qualsiasi punto la si voglia guardare non è una bella parola. Suggerire che un lavoro non debba essere riconosciuto economicamente in nome della visibilità o della purezza dell’arte significa non riconoscere quel lavoro. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: in Italia abbiamo artisti bravissimi, di qualità eccellente, ma non abbiamo una rete istituzionale forte atta a sostenerli e rilanciarli, né un welfare su cui possano appoggiarsi anche in virtù delle condizioni eccezionali del mestiere dell’arte. È una questione di giustizia sociale, sulla quale non si può non esprimere solidarietà.
La mostra mette a confronto Italia e Polonia. Quali differenze avete riscontrato tra i due contesti in termini di reddito, riconoscimento professionale e tutele? Esiste un modello europeo che considerate più avanzato nel garantire agli artisti condizioni di lavoro dignitose?
Tra Italia e Polonia ci sono molte similitudini ed è il motivo per cui nasce questo progetto. C’è da dire però che in Polonia la ricerca che possiamo definire un “analogo” di AWI è stata commissionata dal Ministero e non è partita “dal basso”. Questo è un discrimine importante. Nel 2024 la ricerca Policzone i policzeni. Artystki i artyści w Polsce ha stimato circa 62.000 persone professionalmente attive come “artisti”. Circa il 90% di questi presenta redditi irregolari; solo l’11% ha un contratto di lavoro stabile, mentre il 15,3% lavora senza contratto, e il 10,4% non dispone di assicurazione sociale. Certo, questi numeri non significano che il 90% degli artisti polacchi abbia necessariamente un secondo lavoro. Spiegano però che la pratica artistica si sviluppa spesso in condizioni economiche instabili e frammentate. Per rispondere alla domanda, inoltre, alcuni modelli europei importanti sono offerti dal Nord Europa, dal Belgio che riconosce la figura dell’artista come le altre professioni, garantendo gli stessi diritti, dal Nord Europa, in particolare dalla Finlandia, con le iniziative del Frame di Helsinki e il riconoscimento di uno stipendio agli artisti. Anche qui la pandemia ha rivelato molto della relazione degli artisti con il proprio paese per il sostegno che gli è stato riservato in un momento di grande difficoltà.
Quali responsabilità hanno musei, fondazioni, gallerie e residenze? Il sistema offre molte occasioni di visibilità, ma non sempre compensi adeguati. Quali pratiche dovrebbero cambiare concretamente? E sarebbe possibile introdurre standard minimi di remunerazione per gli artisti che partecipano ai progetti istituzionali?
A nostro parere anche le occasioni di visibilità non sono sufficienti. Da dopo la pandemia da Covid-19 in effetti sono aumentate le mostre di artisti italiani nelle istituzioni nazionali, ma nella maggior parte dei casi sono spesso relegate a progetti collaterali, iniziative speciali, project room, con un impegno maggiore sulle generazioni storicizzate e minore su quelle nel pieno della maturità che restano quindi schiacciate tra i giovanissimi e i venerabili maestri. Poi c’è la questione economica che non è secondaria: gli artisti sono il motore che permette a tutti noi di esistere, ma sono gli unici spesso a non essere pagati quando si realizza un progetto. Una istituzione ha il dovere di corrispondere un gettone agli artisti e certo si possono stabilire degli standard. AWI un po’ ci ha provato. È chiaro che in situazioni più sperimentali ed alternative si possono trovare accordi diversi, ma questo è un altro paio di maniche.
Santa Nastro, hai affrontato anche il rapporto tra maternità e lavoro culturale. Quanto incidono le responsabilità di cura, la genitorialità e l'assenza di protezioni sociali sulle carriere artistiche? E quanto il sistema continua a premiare un modello di artista sempre disponibile, mobile e senza vincoli?
Incidono al punto che le carriere delle artiste donne sono spesso più difficili e tortuose e subiscono degli stop proprio per l’assenza totale di supporto, a cui si unisce spesso l’incomprensione e una carenza di sensibilità da parte del settore. La maggior parte dei momenti relazionali che portano poi a formulare progetti e avanzamenti di carriera avvengono in momenti in cui il genitore non è coperto dalla scuola e dagli asili (gli opening serali, le cene, i week end.). Rimane tutto relegato alla buona volontà delle famiglie e dei partner. Ma il problema dell’iperperformatività non riguarda soltanto i genitori, riguarda tutti coloro che cominciano a crescere e ad abbandonare lo stadio giovanile. Prima o poi tutti ci troviamo ad affrontare la fragilità di un genitore, di una persona cara, uno stop personale, emotivo o fisico. E le donne in questo restano sempre il perno della famiglia. Sono cose che hanno a che vedere con la vita. Ed è questo che mi spaventa di più, cioè che il nostro settore non accogliendo queste fragilità e richiedendo una performance esasperata ed esasperante, stia di fatto allontanandosi dalla vita.
Se tra dieci anni volessimo capire se le condizioni di vita degli artisti sono migliorate, quali indicatori dovremmo osservare? Il reddito medio, la continuità lavorativa, l'accesso alla previdenza, i compensi istituzionali? E quale sarebbe, secondo voi, il primo cambiamento concreto da introdurre?
Come vivono gli artisti? è una domanda infinita. È una ricerca che si può condurre mille volte, un libro che si può scriverne altre mille. L’inchiesta di AWI e le nostre ricerche sono cominciate nel 2019/2020. Ora sono passati sette anni nevralgici e radicali, ci piacerebbe ricominciare da capo per capire con dati alla mano cosa sta accadendo ora e temiamo che la situazione sia peggiorata rispetto al quadro tracciato da noi. Nel futuro crediamo, se parliamo del contesto nazionale, che dobbiamo osservare la percezione dell’arte italiana all’estero (in questo ci aiuta la recente pubblicazione Noi nel mondo, edita da Marsilio e commissionata da Quadriennale a Christian Caliandro), la presenza degli artisti italiani mid career (40-60), l’incidenza delle artiste donne italiane nelle collezioni dei musei, la presenza degli artisti italiani nelle grandi mostre di riferimento. Ma soprattutto dobbiamo parlare con gli artisti e farlo sempre di più, dobbiamo chiedere a loro cosa sta accadendo e di cosa hanno bisogno. E soprattutto dobbiamo andare negli studi, rinunciare agli eventi mondani e prendersi del tempo per approfondire. È importante andare negli studi, perché dobbiamo capire anche a cosa stanno lavorando e cosa ci stiamo perdendo.
Luca Zuccala
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