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Leo Matiz, «Diego Rivera e Frida Kahlo, Messico, 1946»

Foto Robert Gerhardt

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Leo Matiz, «Diego Rivera e Frida Kahlo, Messico, 1946»

Foto Robert Gerhardt

Frida che non dipingeva sogni

Con poche opere in uno spazio-cantiere una mostra al Museum of Modern Art di New York prova a «rimettere in movimento» Kahlo e Rivera, ribaltandone i miti

Fino al 12 settembre 2026, nelle sale del Museum of Modern Art di New York, «Frida and Diego. The Last Dream» prova a fare una cosa che oggi sembra quasi impossibile: rimettere in circolo Frida Kahlo senza trasformarla nell’ennesima immagine pronta per una t-shirt o un ombrello. La mostra, curata da Beverly Adams insieme allo scenografo Jon Bausor, non aggiunge quantità ma lavora sulla qualità dello sguardo: poche opere, un contesto radicalmente diverso.

Il primo indizio è lo spazio. Non white cube, ma scena. Teli industriali, impalcature, un albero rosso sospeso che sembra più un sistema circolatorio che un elemento naturale, una terra spaccata che ricorda tanto i paesaggi interiori di Kahlo quanto i cantieri monumentali di Diego Rivera. Non è decorazione, è una presa di posizione: qui le opere non sono al sicuro.

Dentro quest’impalcatura, lavori come «Autoritratto con i capelli tagliati» (1940) o «Fulang-Chang ed io» (1937) smettono di essere immagini familiari e tornano a essere gesti. Tagliare i capelli non è più solo un atto simbolico, ma una frattura visiva, quasi performativa. Il piccolo autoritratto con la scimmia perde ogni tenerezza illustrativa e si carica di una tensione sottile, come se qualcosa non tornasse del tutto. Kahlo stessa lo aveva detto senza ambiguità: «Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà». Una realtà che qui non viene addolcita, ma resa di nuovo instabile.

Rivera, dall’altra parte, entra con il peso della storia. Nato nel 1886, muralista, comunista, figura pubblica per eccellenza, ha costruito un’idea di arte come progetto collettivo e politico. Opere come il ritratto di Emiliano Zapata (1931) o «Il Festival dei fiori: Festa di Sant’Anita» (1931) tengono il ritmo, ma in questo contesto sembrano quasi costrette a cambiare scala. La monumentalità si incrina, diventa più porosa, meno definitiva. È come se il dialogo con Kahlo obbligasse anche Rivera a esporsi, a perdere parte del controllo.

La loro relazione, del resto, è sempre stata questo: un sistema instabile. Si incontrano nel 1928, si sposano un anno dopo, si tradiscono, si lasciano, si risposano. Un legame fatto di attrazione e collisione continua. «Ti amo più della mia stessa pelle», scrive Kahlo, salvo poi aggiungere altrove: «Ho cercato di annegare i miei dolori, ma loro hanno imparato a nuotare». È dentro questa contraddizione che il progetto del MoMA trova una sua coerenza: non raccontare una storia d’amore, ma riattivarne la tensione, il fremito.

La scelta di coinvolgere Bausor è decisiva. La mostra nasce infatti in dialogo diretto con la nuova produzione del Metropolitan Opera, «El Último Sueño de Frida y Diego» (14 maggio-5 giugno), composta da Gabriela Lena Frank su libretto di Nilo Cruz. Nell’opera, Rivera, ormai alla fine della vita, richiama Kahlo dal mondo dei morti durante il Día de los Muertos. Lei torna, ma non per restare. Piuttosto per chiudere i conti. Una dinamica che ribalta il mito romantico e lo porta su un terreno più ambiguo, quasi scomodo.

In mostra, questa narrazione non viene illustrata ma assorbita. L’albero rosso, che nel set teatrale diventa simbolo di passaggio tra vita e morte, qui invade la galleria come una presenza fisica. Le impalcature citano i murales di Rivera, i teli plastici suggeriscono protezione e precarietà insieme.

C’è anche una dimensione più intima, quasi domestica. Il riferimento alla Casa Azul, al letto di Kahlo, allo specchio che le permetteva di dipingere durante le lunghe convalescenze. Non è un dettaglio biografico, è una condizione produttiva. L’immagine nasce da un limite. «Non sono malata. Sono rotta. Ma sono felice di essere viva finché posso dipingere». Letta oggi, suona meno come una frase iconica e più come un manuale operativo.

Il rischio, naturalmente, è sempre lo stesso: che tutto venga riassorbito nel sistema dell’immagine globale, dove Kahlo continua a funzionare come simbolo immediato, riconoscibile, consumabile. Ma questa mostra prova, senza proclami, a rallentare quel meccanismo. A creare attrito. A ricordare che dietro l’icona c’è un dispositivo complesso, fatto di corpo, dolore, politica, desiderio.

«Nulla è assoluto. Tutto cambia, tutto si muove, tutto gira, tutto vola e va via». È forse la frase che meglio attraversa l’intero progetto. Perché alla fine non si tratta di riscoprire Kahlo o Rivera, ma di rimetterli in movimento.

Uscendo, chi scrive ne è assolutamente certo, resterà una sensazione difficile da definire: non tanto aver visto una mostra, quanto aver attraversato un sistema di forze ancora attive. E per un attimo, rarissimo, Frida smette di essere un’immagine. Torna a essere un problema. 

Frida Kahlo, «I miei nonni, i miei genitori ed io», 1936. © 2025 Banco de México Diego Rivera Frida Kahlo Museums Trust Mexico, D.F. Artists Rights Society (ARS), New York. Foto Jonathan Muzikar

Germano D’Acquisto, 29 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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