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Carlino Corezzi
Leggi i suoi articoliC’è un’estetica del fragile che, se autenticamente perseguita, può farsi forma di resistenza e di cura. È quanto accade in «Ovunque proteggi», mostra personale dell’artista torinese Theo Gallino allestita presso MANCASPAZIO a Nuoro, a cura di Monica Trigona e Chiara Manca (dal 18 maggio al 14 giugno). Una riflessione delicata e per certi versi radicale sulla necessità di proteggere ciò che appare più esposto: il seme, il gesto, la memoria. Il titolo, mutuato da una celebre invocazione musicale di Vinicio Capossela, non è casuale: Gallino guarda all’arte come spazio di salvaguardia della fragilità, ma anche come atto trasformatore capace di rivelare il senso nascosto della materia e del tempo. Il cuore concettuale della mostra è ben rappresentato da «Burnia Alchemica», scultura del 2019 in cui un fiore di tarassaco viene racchiuso in un contenitore trasparente, quasi si trattasse di una reliquia scientifica o spirituale. Ma il gesto non è solo conservativo: è, nelle parole di Monica Trigona, «una metafora della ricerca interiore e della purificazione, dove la materia stessa diventa il mezzo attraverso cui si raggiunge una comprensione più profonda della realtà». Gallino, con questo lavoro, compie un salto oltre la mera rappresentazione: «Non si tratta di opere d’arte in senso tradizionale ma di vere e proprie sperimentazioni alchemiche», osserva ancora la curatrice, mettendo in luce la tensione tra il contenuto fragile e la struttura resistente — il vetro — che lo racchiude e lo espone insieme.
La mostra si articola in una serie di tredici quadri ovoidali e tondi che evocano, per forma e composizione, le quadrerie rinascimentali ma in chiave radicalmente contemporanea. «Preservare e proteggere ciò che è fragile e prezioso è nel DNA del fare artistico di Theo», scrive Trigona. E questo principio si manifesta nella composizione stessa: infiorescenze di tarassaco sospese tra vetro e superficie, che si fanno «piccole reliquie di pollini», non come documenti botanici ma come simboli di rinascita, di trasmissione, di continuità. La scelta del numero 13, apparentemente in controtendenza con la tradizione, è riletta come gesto positivo: «Questo numero, pur essendo spesso associato alla sfortuna, qua rappresenta l’esatto contrario: finanche un’opportunità». Nella poetica di Gallino permane una continuità profonda tra passato e presente. Come ricorda ancora la curatrice:
«Se penso alle prime opere di Theo Gallino, quelle che produsse dalla fine degli anni Ottanta, all’utilizzo che faceva del “pluriball”, materiale plastico da imballo che nelle sue mani diventava potente dispositivo concettuale, e osservo la sua recente produzione, mi sembra di poter affermare che l’artista incarni un raro equilibrio tra coerenza formale e tensione sperimentale».
In effetti, la mostra si muove lungo questa sottile linea di coerenza e mutazione: i fogli di canapa su cui si posano i pappi diventano superfici telluriche, «superfici terrose» pronte ad accogliere nuova vita, mentre altri lavori più eterei alludono a una dimensione cosmica e spirituale, come se l’arte si ponesse tra il respiro della terra e quello del cielo. Le stesure pittoriche piatte, senza contorni, tendono a una dissolvenza che è anche annullamento dell’ego autoriale. In queste opere, «l’armonia del cosmo è data da una suadente connessione tra uomo e natura», dove il gesto artistico diventa rito e meditazione.
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