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Leggi i suoi articoliÈ ritornata nella sua collocazione originaria a El-Ashmunein (l’antica Khmunu o Hermopolis Magna), nel governatorato di Minya, nell’Alto Egitto, la colossale statua del faraone Ramesse II (regnante tra il 1279 e il 1213 a.C.) rinvenuta in due tempi,nel 1930 e nel 2024, restaurata e ricostruita da una missione archeologica egiziano-americana. La scultura così ricomposta è alta circa 6,7 metri e pesa più di 40 tonnellate. «La statua raffigura Ramesse II seduto, è realizzata in pietra calcarea e si compone di quattro elementi principali: il corpo, che si è spezzato in due; la base, formata da tre enormi blocchi; e le basi inferiori, prive di decorazioni», ha spiegato Mohamed Abdel Badei, capo del Settore delle antichità egizie. La figura, ha poi precisato, è una delle «due conosciute fino ad oggi nella parte nord del complesso del tempio di Ramesse II a Hermopolis Magna».
La missione congiunta lavora a El-Ashmunein dal 2023 sotto la guida di Bassem Gehad del Consiglio Supremo delle Antichità e di Yvona Trnka dell'Università del Colorado. Il progetto fa seguito al ritrovamento della parte superiore della statua nel febbraio 2024, quasi un secolo dopo la scoperta della parte inferiore, scavata nel 1930 dall’archeologo tedesco Gunther Roede. Gehad ha affermato che la parte superiore, alta circa 3,7 metri e del peso di circa 12 tonnellate, è stata trovata sepolta sotto strati storici successivi. L’équipe di archeologi ha effettuato la documentazione digitale, le valutazioni strutturali e l'analisi della pietra per confermare che le due sezioni corrispondessero e per stabilizzare la base della statua, composta da cinque blocchi.
Dopo l'approvazione del Comitato permanente per le antichità egizie, a settembre 2025 sono iniziati i lavori di restauro. Il processo ha comportato lo smantellamento degli elementi instabili, il rinforzo e il restauro dei blocchi di pietra e la loro reinstallazione nella posizione originale sulla base della documentazione tecnica. Il ministro del Turismo e delle Antichità Sherif Fathy ha descritto il progetto come un esempio di cooperazione tra specialisti egiziani e missioni straniere, che riflette l'impegno dell'Egitto a preservare il proprio patrimonio culturale secondo gli standard scientifici internazionali.
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