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Un particolare dell’allestimento del Padiglione della Spagna alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Courtesy Fondazione La Biennale di Venezia

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Un particolare dell’allestimento del Padiglione della Spagna alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Courtesy Fondazione La Biennale di Venezia

Del frizzante inizio della 61ma Biennale Arte di Venezia rimane il rumore delle polemiche

È un’edizione strana, davvero sottotono, e il titolo «In Minor Keys» non avrebbe potuto essere più azzeccato, nonostante i venti di ribellione che sembravano scuotere le sue vecchie fondamenta

Roberta Bosco

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Dopo la fatidica settimana della vernice della 61ma Biennale d’Arte gli addetti ai lavori, accorsi in massa, hanno abbandonato Venezia in direzione di altri eventi, perché il circo dell’arte non si ferma mai. È stata una Biennale strana, davvero sottotono, e il titolo «In Minor Keys» non avrebbe potuto essere più azzeccato, nonostante i venti di ribellione che sembravano scuotere le sue vecchie fondamenta. Come giornalisti non possiamo lamentarci: non sono certo mancati i titoli, anche se parevano preoccupantemente omogenei.

Il percorso della polemica ha avuto inizio con il Padiglione della Russia, la cui presenza ha infiammato gli animi «sinceramente» democratici, anche se non tutti. Per esempio, l’ex direttore del Museo Reina Sofía di Madrid, Manuel Borja-Villel, l’artista Daniel G. Andújar e la direttrice della Fondazione Tàpies di Barcellona, Imma Prieto, sventolavano uno stendardo con lo slogan «Democratizziamo la democrazia». La Russia non partecipava all’evento dal 2022, anno in cui è iniziato il conflitto con l’Ucraina, anche se questo affonda le sue radici nei bombardamenti del Donbass del 2014. In fin dei conti si tratta di una guerra, non ci sono buoni e cattivi, ma solo cattivi e i veri perdenti come sempre sono i civili, i bambini, le madri e i giovani che si fanno scaldare il cuore da slogan vuoti come le carcasse che lasceranno sotto le rovine.

Non si può più essere neutrali in questo mondo in fiamme. «L’arte è più potente di qualsiasi prepotenza», ha detto Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia (e vorrei credergli).

Dal punto di vista prettamente artistico le proposte di Russia e Israele sono del tutto prive di interesse. Quanto alla protesta delle Pussy Riot, che tanto ha emozionato il pubblico della vernice, mi è sembrata piuttosto un eccellente display scenografico per allontanare l’attenzione dal vero problema: la presenza del Padiglione di Israele. «Le Pussy Riot funzionano come strumento culturale che crea confusione politica attraverso un’estetica irriverente, rafforzando in ultima analisi gli interessi delle élite statunitensi. Mantengono stretti rapporti con politici apertamente sionisti come Hillary Clinton, Bill de Blasio, Jim McGovern o Anthony Blinken e non si sono mai schierate contro il genocidio palestinese. L’irriverenza non è rivoluzionaria. L’anti imperialismo sì», dichiarava l’artista peruviana Daniela Ortiz.

Lo sciopero dei lavoratori della cultura di venerdì 8 maggio contro la presenza di Israele e il genocidio di Gaza, con tanto di scontri con la polizia nella nevralgica Via Garibaldi, è stato seguito solo parzialmente dalla maggioranza dei Padiglioni che aprivano e chiudevano a singhiozzo, barcamenandosi tra la coscienza politica e le pressioni istituzionali. È il caso del Padiglione della Spagna, con un interessante progetto di Oriol Vilanova, a cura di Carles Guerra, che inizialmente doveva rimanere chiuso tutto il giorno, ma alla fine lo è stato solo alcune ore per imposizione governativa, anche se ha annullato i discorsi e il rinfresco. «Non possiamo permetterci una chiusura totale, è una giornata troppo importante», si ripetevano come un mantra artisti e curatori, cercando di salvare la loro dignità e anche le visite della giornata. Eppure un’arte genuinamente politica avrebbe potuto trasformare la chiusura in un momento di diplomazia e mediazione. Non è più tempo di propaganda, l’arte dovrebbe far riflettere, non convincere. Non dovrebbe estetizzare la politica, ma generare una vera coscienza critica, indipendentemente dai punti di vista.

Il malessere della polemica ha contaminato il percorso espositivo, già problematico di per sé. Non ho avuto la possibilità di conoscere personalmente in profondità il lavoro di Koyo Kouoh (Camerun, 1967-Svizzera, 2025), la curatrice della 61ma Biennale di Venezia, ma tutti ne dicono un gran bene. Sono quindi incline a credere che il risultato della sua curatela non sia stato quello che lei avrebbe voluto, se avesse potuto portarlo a termine. Koyo Kouoh ha ricevuto l’incarico ad ottobre 2024 ed è prematuramente scomparsa a maggio 2025. Il suo team, che ha proseguito il lavoro, ha optato per non aggiungere né togliere artisti e opere dalla prima selezione che aveva stilato. Il risultato è una mostra sovraccarica, in cui le opere non respirano, ma si accumulano e affastellano in grandi macchie di colore dal forte impatto visivo, che in un primo momento affascina, ma rapidamente stanca.

Molti artisti sono presenti sia all’Arsenale che nel Padiglione Centrale dei Giardini, creando ripetizioni non necessarie e anche alla totale assenza di artisti italiani credo che si sarebbe potuto rimediare, se Kouoh avesse avuto tempo.

Dicono che è una mostra piena di speranza, ma io ho faticato a trovare gli echi delle guerre, delle carestie e dello sfruttamento che attraversano questo Continente martoriato. L’allestimento basato sulle similitudini anziché sui contrasti l’ha trasformata in una proposta senza tensioni, senza rischio, anche se non si possono negare presenze interessanti come Guadalupe Maravilla, Alfredo Jaar, Kader Attia, Laurie Anderson, Walid Raad e anche qualche sorpresa, che alla fine è quello che tutti si aspettano dalla Biennale di Venezia. Tra queste, la keniota Wangechi Mutu, rappresentante del femminismo africano che s’ispira alle sue origini ancestrali per creare ecologie ibride con bronzo, rami d’albero, capelli umani, terra keniota, corna di vacca, carta di libri e cristalli di quarzo, e la giapponese Bubu de la Madeleine, componente del gruppo Dumb type, noto per la sua rappresentazione del mondo attraverso la tecnologia, attualmente impegnata nell’attivismo queer e a sostegno delle persone malate di Aids. Impongono una sosta Bernie Searle, che trasforma sé stessa in un’astrazione, e l’installazione di Theo Esthetu, che ha posto un antico ulivo in un palcoscenico rotante, smaterializzato dalla proiezione di un video. Nello spazio dell’arte, pur anelando il nutrimento della terra e della luce, l’albero perde le foglie, ma resiste e si aggrappa alla vita, combattendo una lotta senza speranza di vittoria, come troppa gente nel mondo.

Storie curiose anche tra i Padiglioni nazionali. Gli Stati Uniti, che ci avevano abituati a proposte potenti, sono addirittura esclusi dalla polemica. Alma Allen è talmente avulso da qualsiasi interesse, che le lunghe code di altre edizioni sono state sostituite dall’indifferenza di sale vuote e persone che si affrettano a proseguire verso altre destinazioni. Per esempio il Padiglione del Giappone, nato dall’esperienza di Ei Arakawa-Nash come genitore queer. Lo spazio è invaso da pesanti bambolotti che i visitatori sono invitati a trasportare durante la visita, immersi in un’opera sonora che riproduce le voci dei figli gemelli dell’artista. Di fronte, il curatore Chus Martínez presenta nel Padiglione della Danimarca una rivendicazione del porno per donne dell’artista Maja Malou Lyse che racconta una storia di donatori, di banche di sperma e di gare di spermatozoi. Pensando alla pioniera del porno per donne, Shu Lea Cheang, con il suo «I.K.U.», un film di fantascienza pornografico digitale del 2001, mi pare che nella proposta danese, così come nella performance delle Pussy Riot, il trattamento del nudo femminile risulti un po’ superato e soprattutto sfruttato. È ben vero che il femminismo storico rivendicava la nudità come riappropriazione del proprio corpo, ma erano gli anni ’70… Più attraente la coreografia di Florentina Holzinger, che nel Padiglione dell’Austria mette in scena la dicotomia tra purezza e sporcizia, pulizia e contaminazione. Anche se trasforma i corpi nudi delle sue performer orientali in batacchi di campana e impossibili scalatrici, Holzinger riesce a eliminare qualsiasi accenno sessuale e la forza che trasmette è tra le sensazioni che restano impresse di questa 61ma Biennale.

Roberta Bosco, 03 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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