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Olafur Eliasson, «Your psychoacoustic light ensemble», 2024

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Olafur Eliasson, «Your psychoacoustic light ensemble», 2024

Dean, Demand, Eliasson, Håkansson e Saraceno tornano negli studi che condividevano all’inizio degli anni Duemila

Per i trent’anni dell’Hamburger Bahnhof, una collettiva dei cinque artisti nel luogo dove tutto ebbe inizio, oggi trasformato nelle sale espositive delle Rieckhallen

Chiara Caterina Ortelli

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Fino al 27 giugno 2027 l’Hamburger Bahnhof-Nationalgalerie der Gegenwart di Berlino ospita «Next Door», mostra collettiva di Tacita Dean, Thomas Demand, Olafur Eliasson, Henrik Håkansson e Tomás Saraceno. Per i trent’anni del museo, i cinque artisti tornano là dove all’inizio degli anni Duemila avevano il loro studio, in un capannone accanto al museo: le attuali Rieckhallen, oggi sale espositive. Vent’anni dopo si ritrovano, ognuno con un percorso ormai lontano dagli altri, e presentano opere nuove e di grande formato, in un percorso curato da Sam Bardaouil e Ulya Soley.

Si entra nello spazio attraversando le opere del fotografo Thomas Demand (Monaco di Baviera, 1964). Strutture di legno, simili a padiglioni, fanno al tempo stesso da supporto, cornice e separazione dello spazio, e accolgono fotografie luminose di grande formato. Si comincia entrando nella foresta: «Clearing» (2003), un pannello gigantesco e arrotondato che fa da sfondo a tutto ciò che segue. Quella radura non è mai esistita: Demand l’ha costruita nel suo vecchio studio, proprio accanto a queste sale, con oltre 270mila foglie di carta, e poi l’ha fotografata. Questo è il suo metodo: costruire una maquette di un ambiente o momento significativo, catturarlo con l’obiettivo, farlo diventare reale e poi distruggerlo. Questo stesso procedimento di (ri)costruzione appare anche in «Repository» (2018), dove Demand immagina e ricostruisce lo studio del regista e filosofo Alexander Kluge e di Henri Matisse. Il processo continua con la cronaca, in «Ballroom» (2025), una fotografia della ricostruzione di carta degli scatoloni di documenti riservati scoperti a Mar-a-Lago, nella residenza di Donald Trump, durante la perquisizione dell’Fbi. Queste ricostruzioni di carta, che oscillano tra ultra-realismo, messa in scena e decori di teatro, ci portano a riflettere su come si costruiscono le immagini e il loro senso.

Più in là è allestito l’intervento di Henrik Håkansson (Helsingborg, Svezia, 1968) che dimostra ancora una volta il suo interesse per frammenti di natura e di essere viventi in dialogo con la tecnologia. Quattro pannelli fatti di reti metalliche rigide, con un tubo di acrilico trasparente sospeso al centro, delimitano uno spazio quadrato in cui ci si può muovere. Sulle reti, quattro schermi mostrano il volo al rallentatore di una farfalla Apollo, ripresa con una camera ad alta velocità, in zoom su fondo bianco: stessi istanti, inquadrature e «frame rate» diversi. L’impressione è quella di un laboratorio di studi entomologici, con un’inquietudine distopica che si fa sentire attraverso la musica (che non è altro che il battito delle ali rallentato) e attraverso quelle strutture metalliche, fredde, in contrasto con l’innocenza naturale della farfalla. Provando a fotografare gli schermi ci si accorge della velocità dell’immagine rallentata, dove tra i pixel del fondo bianco compaiono linee e cerchi colorati, invisibili a occhio nudo, che solo il cellulare rivela.

La seconda sala è immersa nel buio. Qui il suono e la luce acquistano una presenza fisica. In «Your psychoacoustic light ensemble» (2024) di Olafur Eliasson (Copenaghen, 1959) sei grandi specchi circolari su supporto, che a prima vista ricordano antenne radar, vibrano al ritmo di una composizione per archi ed elettronica a sei canali: dei trasduttori traducono il segnale audio in vibrazione, e la luce riflessa ne risulta disturbata. Sulle pareti, cerchi di luce, sul giallo e azzurro pulsano, si alternano, si trasformano, e si increspano in risposta alla musica. Un’opera immersiva, ambient, che resta nella linea ormai riconoscibile dell’artista danese-islandese, coerente, di sicuro effetto.

Proseguendo si entra nell’aracno-mondo di Tomás Saraceno (San Miguel de Tucumán, Argentina, 1973) prima aracnofobico, poi aracnofilo, ed è qui che la mostra si accende. Come si passa dalla fobia alla filia? La paura, afferma Saraceno, è costruita, e dunque si può disimparare. Nella serie incorniciata «From arachnophobia to Arachnophilia» (2026), la paura dei ragni è letta come la spia di una paura più larga, quella dell’altro. E del resto l’aracnofobia non è universale: in certi luoghi il ragno è considerato una divinità. La risposta dell’artista è l’affinità, e si chiama Arachnophilia, la comunità interdisciplinare che ha fondato nel 2018. Per entrare in questo mondo è stata costruita apposta una stanza. Sui muri esterni, poster di film sui ragni e stampe preparano il terreno. Dentro, la sezione più coinvolgente e più compiuta dell’intero percorso. Al centro di una prima sala, una teca di vetro di circa un metro per un metro, tenuta in un’oscurità quasi totale, con una ragnatela densa e corposa di dimensioni impressionanti, che dà l’impressione che, se venisse toccata, si sentirebbe una materia dura, quasi minerale, e non il classico brivido solleticante delle ragnatele sfiorate per sbaglio. Dall’oscurità si passa a una sala bianca quasi accecante, dove si vede «14 Billions (Working Title)» (2010), presentata per la prima volta dopo più di dieci anni: la ragnatela di una vedova nera, riprodotta in scala 16,7 a 1 con corda nera e oltre 23mila nodi annodati a mano.

L’ultima sezione conclude la mostra con un’opera da cui non si riesce a togliere lo sguardo. È quella di Tacita Dean (Canterbury, Regno Unito, 1965), che presenta «Hand On» (2026), realizzata insieme a Bruce Nauman. L’opera serve anche a collegare la mostra all’ultima sala delle Rieckhallen, dove dal 2010 si trova un’opera site specific dello stesso Nauman. Per «Next Door» i due artisti hanno girato un film a gennaio con una cinepresa 35mm. Grazie a una mascheratura applicata all’interno della macchina, un ritaglio della mano sinistra di Nauman riempie l’intero schermo, su un cielo al tramonto ripreso nello studio dell’artista in New Mexico. Dean filma Nauman che si avvicina alla camera e tenta di far combaciare la mano destra con il ritaglio della sinistra: un compito impossibile e assurdo, ossia provare a far entrare ciò che non può entrare. Il film si osserva accompagnato dal rumore del proiettore 35mm, quello tipico delle sale cinematografiche. Vent’anni dopo, la mostra «Next Door» dimostra che un vicinato di studio può diventare una conversazione lunga una vita, e che i muri di un vecchio capannone, se qualcuno li protegge, possono ancora ospitarla.

Tomás Saraceno, «14 Billions (Working Title)», 2010

Chiara Caterina Ortelli, 12 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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