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Alexandra Bircken «Silver Lining», 2026 (particolare)

Courtesy dell’artista; Herald St, London; Maureen Paley, London e Trautwein Herleth, Berlin. © Studio Tino Kukulies

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Alexandra Bircken «Silver Lining», 2026 (particolare)

Courtesy dell’artista; Herald St, London; Maureen Paley, London e Trautwein Herleth, Berlin. © Studio Tino Kukulies

Alexandra Bircken e l’arte giapponese: le connessioni invisibili della Langen Foundation

Nella campagna fuori Düsseldorf l’architettura di Tadao Ando accoglie mondi solo in apparenza lontani: le costellazioni visive dell’artista tedesca, tra moda, materia e cultura contemporanea, e quattro secoli di arte giapponese

Nella periferia di Düsseldorf, nella campagna di Neuss, c’è un edificio fuori dal tempo. Dopo venti minuti di tragitto in macchina, si arriva davanti a un muro di cemento semicircolare alto quattro metri, un portale che fa da confine tra i campi agricoli della Renania Settentrionale-Vestfalia e un frammento inaspettato della tranquillità tipica dell’architettura giapponese. Passando a sinistra del muro, ci si ritrova su un pontile, anch’esso di cemento: una corta passeggiata ritmata da ciliegi rosati che si riflettono nella bassa piscina quasi triangolare sulla destra e che conduce fino all’entrata. La parte centrale dell’edificio è di vetro e lascia intravedere la lunga lastra di cemento che ne costituisce uno dei due corpi. Contro di essa, ruotato di quarantacinque gradi, si appoggia il corpo principale, formato da due cubi paralleli sprofondati nel terreno per quasi sei metri. Tra i due corre un grande vano scala a cielo aperto che ricorda una scala verso il paradiso e che dalle profondità riporta verso la natura. Costruito dall’architetto giapponese Tadao Ando e aperto al pubblico nel 2004, l’edificio della Langen Foundation sorge su un’ex base Nato, una stazione missilistica, dove nel 1994 il collezionista Karl-Heinrich Müller aveva immaginato un progetto visionario per far convivere arte e natura in un’unica sintesi.

Fino all’11 aprile 2027 la Fondazione presenta due mostre. «Silver Lining» di Alexandra Bircken (Colonia, 1967), curata da Nadim Samman, propone due lavori-installazioni. Nella prima sala c’è una sorta di arazzo multicolore fatto a patchwork in cui, guardando attentamente, si vedono due pezzi di legno conici: sono l’estremità di punte di matite colorate. La scultura si iscrive nella pratica dell’artista, da sempre legata alla moda: dopo aver studiato design di moda al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra e aver lavorato per anni come stilista, Bircken ha lasciato quel mondo per dedicarsi alla scultura. La moda ritorna nella seconda installazione, «Silver Lining», un collage di 23 metri più simile a una vetrina su tavolo, che riunisce materiali d’archivio raccolti in più di trent’anni: fotografie, screenshot di immagini di Instagram, ritagli di giornali di moda, readymade e oggetti autofabbricati, disposti su un lungo tavolo che a prima vista sembra il contenuto di una cantina svuotata. Fra questi, il ritaglio di un poster tedesco di succo d’arancia con la scritta «hohes C» (alta vitamina C), e accanto due fotografie scattate dall’artista stessa, di una retina di arance da supermercato e di un uovo al tegamino, il tutto simbolicamente legato da una catena di bicicletta arrugginita. Il percorso non segue né una gerarchia né una cronologia: i materiali sono collegati più dalla somiglianza che dalla sequenza. Bircken vi individua sei costellazioni ricorrenti: «Ornamental Order» (ripetizione, griglie, simmetrie), «Commodified Femininity» (cosmetici, gioielli, scatti editoriali e corpi sessualizzati, ridotti a prodotto e superficie), «Raw Matter» (materia organica non trattata), «Circulating Crisis» (notizie, pubblicità e immagini aziendali), «Reconstructed Bodies» (forme meccaniche, ortopediche, da cyborg) e «Domestic Absurdity» (oggetti quotidiani e istantanee private). Le singole immagini, come spiega la stessa artista, sono inequivocabili e leggibili a colpo d’occhio; è l’accumulo a produrre un effetto di astrazione, in cui il senso nasce dalla vicinanza e non da una singola immagine.

Lo spazio concepito da Ando acquisisce tutto il suo senso quando si scende nel sotterraneo e ci si ritrova in una selezione di opere della collezione privata di Viktor e Marianne Langen, che comprende più di 600 lavori: pezzi tradizionali e moderni provenienti da Giappone, Cina e Sud-Est asiatico, ma anche opere da Africa, Oceania e Sud America. La seconda mostra, «Under One Sky: 400 Years of Deities, People and Animals in Japanese Art», curata da Khanh Trinh, riunisce una settantina di capolavori giapponesi (paraventi, kakemono, rotoli orizzontali, sculture, inrō, netsuke) databili fra il XV e il XIX secolo, che restituiscono un universo visivo in cui il divino, l’umano e l’animale sono dimensioni interconnesse di una stessa esistenza. Il percorso si apre con un gruppo di ritratti: divinità buddhiste e shintoiste, figure illuminate dello Zen e immagini di donne bellissime. Si passa poi a un vivace serraglio di creature reali e immaginarie (falchi, scimmie, leoni, elefanti) che non sono semplici motivi decorativi, ma attori a pieno titolo dell’ordine sociale e spirituale: messaggeri degli dèi, guardiani della casa, simboli di buona fortuna. A fare da ponte tra il mondo degli umani e quello degli animali c’è una sala dedicata al gusto per il gioco, una delle qualità più peculiari dell’arte giapponese: le creature spaventose diventano simpatiche per esagerazione, mentre le figure sacre, grazie a una leggera caricatura, acquistano un’umanità disarmante.

Ne emerge una visione del mondo in cui il sacro e il quotidiano, l’umano e l’animale, il comico e il sublime convivevano in un dialogo costante. La mostra lascia il visitatore con una domanda semplice: che cosa significa appartenere a una comunità più grande di esseri viventi, tutti sotto lo stesso cielo?

Alexandra Bircken. © Dan Ipp

Chiara Caterina Ortelli, 15 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Chiara Caterina Ortelli

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