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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliLe nuove tecnologie, tra cui la robotica e l’Intelligenza Artificiale, possono proteggere e valorizzare il patrimonio artistico trovando applicazione in ambiti inaspettati. Dalla lotta al traffico illecito di beni culturali agli interventi per arrestarne il degrado, dalla scoperta, tramite immagini satellitari, di nuovi siti archeologici e scavi clandestini, fino all’automatizzazione della gestione dei materiali nei magazzini museali tramite robot in grado di trasportare l’oggetto posizionandolo negli scaffali. Sempre grazie alla tecnologia anche lo studio del vetro antico può aiutarci a modificare la manutenzione del medesimo materiale. In pratica l’innovazione potrebbe aiutare gli addetti ai lavori a prendersi cura del patrimonio in modo più preciso e veloce, con vantaggi, in termini di tempo e di salute, anche per gli archeologi.
Se n’è parlato nel corso del convegno svoltosi il 5 maggio al MiC, dal titolo «Innovazione per la cultura: talenti e tecnologie al servizio del Paese» organizzato dall’Iit, Istituto Italiano di Tecnologia, in collaborazione con il Ministero della Cultura, con il patrocinio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’occasione è servita anche per fare il punto sulla transizione digitale: «una scelta strategica e condivisa per costruire conoscenza», come ha sottolineato Andrea De Pasquale, a capo della Direzione generale Digitalizzazione e Comunicazione del MiC. Oggi sono attivi sul territorio nazionale 540 cantieri di digitalizzazione, con 65 milioni di risorse digitali prodotte, oltre a molteplici percorsi formativi che investono sui nuovi talenti. Da qui il ruolo della Direzione Generale Digitalizzazione e comunicazione, di «accompagnare e accelerare questa trasformazione».
Oltre al panel strategico che ha visto confrontarsi fra loro Alfonsina Russo, capo Dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio culturale (DiVA), Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, Arianna Traviglia, direttrice del Center for Cultural Heritage Technology (Ccht) dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), e Gerardo Villanacci, presidente della Fondazione Scuola Nazionale del Patrimonio e delle Attività Culturali, l’incontro ha assistito alla presentazione di alcune tecnologie sviluppate nei laboratori del Ccht. Si tratta del centro dell’Iit che mira a implementare le tecnologie esistenti più avanzate e a sviluppare strumenti innovativi in grado di rispondere alle sfide inerenti al patrimonio culturale.
Una delle tecnologie presentate durante il convegno «Innovazione per la cultura: talenti e tecnologie al servizio del Paese». Courtesy MiC e Istituto Italiano di Tecnologia
«Queste tecnologie non rimarranno solo ricerca, ma verranno trasferite al mercato nei prossimi anni, ha spiegato Arianna Traviglia. Saranno portate fuori per diventare una startup o un’altra forma di trasferimento tecnologico, utili per la conservazione e la tutela del patrimonio archeologico. Si va dalle tecnologie della robotica, fino alle nanotecnologie per la protezione di materiali diversi, così avanzate da potere essere utilizzate all’interno del sistema produttivo italiano diventando un brevetto internazionale che ci permetterà di cambiare anche la strategia di produzione del vetro. Un cambio sistemico che è stato reso possibile dallo studio del vetro antico. Ci sono poi le tecnologie legate all’Intelligenza Artificiale, come la trascrizione automatica di manoscritti di diversi periodi. In questo caso l’algoritmo riconosce e trascrive il testo scritto espandendo automaticamente le abbreviazioni. Ci sono altri tipi di IA applicata ai dati satellitari, utile all’individuazione di nuovi siti archeologici. Talvolta scopriamo qualcosa per il patrimonio culturale e poi ci accorgiamo che può essere ulteriormente utilizzato per altri scopi all’interno della nostra vita contemporanea». I progetti non mancano. «Ci stiamo muovendo, prosegue Traviglia, verso la robotica umanoide. Lavorando sempre nell’ambito del vetro vogliamo aumentare la nostra capacità di creazione di nuovi materiali per il restauro, ad esempio per riattaccare i pezzi di oggetti in forma frammentaria. Al momento non si usano colle specifiche, bensì materiali nati per altri usi e quindi non specifici per l’archeologia. Noi andremo a lavorare per trovare nuove forme di collanti che aiutino i restauratori nel loro lavoro con materiali sostenibili non nocivi per gli operatori».
Tra i prototipi presentati, e che andranno a beneficio della tutela del patrimonio, c’è anche un braccio robotico con scanner a luce strutturata e una camera iperspettrale che, ruotando attorno al reperto archeologico, permette di effettuare una fedele copia digitale 3D, oltre a svelare gli elementi chimici della superficie. In caso di sovradipinture sarà possibile in questo modo individuare gli elementi chimici costituenti per comprendere la provenienza dell’oggetto, la datazione e distinguere un presunto vero dal falso. Un altro prototipo permette di effettuare il monitoraggio preventivo e di verificare lo stato di conservazione strutturale di un sito archeologico. Il robot si muove in autonomia per identificare nuove crepe ed ammaloramenti che potrebbero intervenire sulle strutture murarie antiche. «Rithms», acronimo per «Research, intelligence and technology for heritage and market security», è invece una piattaforma basata sull’Intelligenza Artificiale che raccoglie dati dalla rete e li organizza alla maniera di un puzzle con un approccio interdisciplinare, utile alle forze di polizia per le loro indagini nella lotta al traffico dei beni illeciti.
In questo approccio concreto al futuro, il MiC, come sottolinea Guerino Bovalino, consigliere Innovazione del Ministero della Cultura, «deve riuscire sia a conservare e valorizzare il patrimonio culturale attraverso il digitale e l’Intelligenza Artificiale, ma anche a immaginare il proprio ruolo nell’era dell’IA, mettendo in dialogo la tradizione con le urgenze che urlano dal futuro e che chiedono di essere prese in considerazione per non diventare opportunità perse. In questo gioca un ruolo importante la formazione di figure ibride capaci di interpretare il futuro, facendo interagire le discipline classiche tradizionali con questo presente-futuro che chiede di essere interpretato». Parola d’ordine, quindi, digitalizzazione. «Attualmente, prosegue Bovalino, è in cantiere un progetto della Direzione generale per la Digitalizzazione e comunicazione. Si chiama Ecomic-Ecosistema digitale per la cultura, che presto verrà mostrato a tutti. Si tratta di una potentissima piattaforma nella quale si farà comprendere cosa significhi digitalizzare il patrimonio e far sì che gli altri possano utilizzarlo creando connessioni innovative. Qualcosa che consente al patrimonio culturale di diventare un dataset infinito perché dentro ci si informerà, si fruirà della bellezza, si faranno ricerche specifiche utilizzando una parola chiave, ma soprattutto si potranno creare connessioni inedite».
«Ringhio». Courtesy Center for Cultural Heritage Technology (CCHT) dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) Treviso
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