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Una veduta della mostra «Like Flowers We Fade, Portia Zvavahera» alla Fondazione Memmo, Roma

Foto Daniele Molajoli

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Una veduta della mostra «Like Flowers We Fade, Portia Zvavahera» alla Fondazione Memmo, Roma

Foto Daniele Molajoli

Alla Fondazione Memmo le visioni di Portia Zvavahera tra fede, memoria, pittura

Fino al primo novembre «Like Flowers We Fade», la prima mostra istituzionale dell’artista in Italia, presenta un nucleo tematico particolarmente intimo legato alla scomparsa della nonna

Samantha De Martin

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Figure appena accennate, inglobate in fiori coloratissimi, si protendono con slancio verso una dimensione altra, in una metamorfosi visiva che scandisce un rito di passaggio. Alla Fondazione Memmo i quadri di Portia Zvavahera, alla sua prima mostra istituzionale in Italia, diventano visioni, presagi, memorie interiorizzate e rielaborate fino a farsi pittura. Mentre il sogno diventa il canale privilegiato di comunicazione con il divino, il processo creativo si fa strumento catartico che trasferisce sulla superficie l’intensità dell’esperienza interiore. Il pubblico è invitato a entrare in questo spazio di rivelazione popolato da figure spettrali colte in stati di estasi, metamorfosi o tensione emotiva, in un linguaggio che frantuma i confini tra dimensione tangibile e sfera spirituale.

Per «Like Flowers We Fade», questo il titolo della sua prima mostra personale a Roma, a cura di Alessio Antoniolli, in corso alla Fondazione Memmo fino al primo novembre, Portia Zvavahera, l’artista di Harare, Zimbabwe, classe 1985, presenta un’installazione site specific, un lavoro inedito realizzato per la prima volta attraverso piastrelle in maiolica, oltre a un nuovo nucleo di opere pittoriche, sviluppate a seguito di un periodo di residenza nella capitale. «Il progetto, spiega il curatore Alessio Antoniolli, è il frutto di una conversazione che con Portia portiamo avanti da un anno e mezzo, da quando l’ho invitata a realizzare la mostra a Roma. Tutto ha avuto inizio con una visita nella capitale. I quadri esposti sono stati iniziati in Zimbabwe, dove l’artista vive e lavora, per essere completati a Roma».

Il percorso racchiude anni di pratica artistica integrando disegno, pittura gestuale e stampa xilografica, sovrapponendo, attraverso una evidente stratificazione cromatica, pattern complessi e figure in un gioco delicato di trasparenze e opacità, utilizzando stencil intagliati a mano e motivi ripetuti.

«Il collegamento tra la vita terrena e il sogno, prosegue il curatore, l’idea del paradiso, la rappresentazione di spazi trascendentali simili a quelli che vediamo nelle nostre chiese trovano un collegamento con un evento preciso: la morte della nonna, una donna di grande fede, alla quale l’artista era fortemente legata. Invece di riferirsi a questo evento in maniera descrittiva, Portia cerca di idealizzare una connessone tra il sogno, un’idea di paradiso, ma anche una ciclicità all’interno della vita stessa tramite il collegamento con i fiori». In questa significativa fase della sua ricerca recente, la dimensione autobiografica si intreccia con una riflessione più ampia sulla perdita e sulla trascendenza. Fondamentale diventa pertanto l’impiego dei materiali. «L’idea della terracotta, ad esempio, prosegue il curatore, evoca qualcosa di molto terreno che, attraverso il processo, diventa un materiale capace di esprimere sensazioni».

In questa visione la fede, tramandata dalla nonna, si fa filo conduttore del percorso, trovando la sua espressione più intensa, all’inizio della mostra, nella preghiera che l’artista e la nonna recitavano assieme. L’occhio del visitatore riconosce radici di alberi che diventano vene, mani che sorreggono, anime che ascendono in uno spazio altro, abbandonandosi alla sua esperienza interiore.

Una veduta della mostra «Like Flowers We Fade, Portia Zvavahera» alla Fondazione Memmo, Roma. Foto Daniele Molajoli

Samantha De Martin, 08 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Alla Fondazione Memmo le visioni di Portia Zvavahera tra fede, memoria, pittura | Samantha De Martin

Alla Fondazione Memmo le visioni di Portia Zvavahera tra fede, memoria, pittura | Samantha De Martin