Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Lisetta Carmi, «I travestiti», 1965-67 (particolare)

© Martini & Ronchetti. Courtesy archivio Lisetta Carmi

Image

Lisetta Carmi, «I travestiti», 1965-67 (particolare)

© Martini & Ronchetti. Courtesy archivio Lisetta Carmi

Da Ncontemporary e Alessandro Casciaro Gallery la doppia personale di Lisetta Carmi e Jürgen Klauke

Il dialogo tra i due protagonisti della fotografia europea mette in relazione due prospettive diverse e complementari, convergenti in una riflessione su identità, genere e libertà espressiva

Rischa Paterlini

Leggi i suoi articoli

Nella sede veneziana sull’isola della Giudecca, condivisa dalle gallerie Ncontemporary e Alessandro Casciaro Gallery, è aperta fino al 16 maggio «Insurgent bodies. Lisetta Carmi / Jürgen Klauke», una mostra che mette in relazione due traiettorie radicali della fotografia europea del secondo ’900, accomunate da una riflessione sul corpo e sui dispositivi della rappresentazione. Per Lisetta Carmi la transizione si dà come esperienza vissuta e comunitaria; in Jürgen Klauke si configura invece come dispositivo critico.

Le cinque fotografie di Carmi (Genova, 1924-Cisternino, 2022), tratte dalla serie «I travestiti» (1965-71), si inseriscono nel percorso con una presenza contenuta ma precisa. Sono scatti realizzati su diapositiva (Ektachrome) negli anni Sessanta e stampati per la prima volta nel 2017 sotto la supervisione dell’artista. All’epoca, la stampa a colori non era una scelta praticabile in autonomia: richiedeva il ricorso a laboratori esterni e processi tecnici più complessi tanto da convincere Lisetta a stampare sempre in bianco e nero. Il colore, già presente in origine ma rimasto invisibile, restituisce oggi una materia più aderente: trucco, tessuti, tonalità della pelle non sono dettagli, ma elementi che partecipano alla costruzione dell’immagine. Le fotografie nascono nella Genova di quegli anni, in particolare in via del Campo, allora spazio marginale segnato da prostituzione e traffici, ma anche attraversato da una sottocultura vivace. È qui che Carmi arriva la notte di Capodanno del 1965, entrando per la prima volta in contatto con quella comunità. Le prime immagini si sviluppano in un interno domestico (carta da parati a fiori, un albero di Natale, abiti eleganti, gesti trattenuti) senza costruzione scenica, ma dentro una situazione condivisa. Solo due anni dopo, nel 1967, Fabrizio De André fisserà quello stesso contesto nell’immaginario collettivo con «Via del Campo», dove «… c’è una graziosa/gli occhi grandi color di foglia tutta notte sta sulla soglia vende a tutti la stessa rosa», restituendo un’immagine della strada che trova una corrispondenza diretta nei volti e nei corpi fotografati da Carmi, in particolare nella figura di Morena ritratta sulle scale.

È qui poi che prendono forma le altre: Renée, Sissi, Audrey, non figure isolate, ma presenze che si definiscono nello spazio che abitano. Gli interni, letti, pareti segnate, spazi compressi, non fanno da sfondo: restano parte attiva dell’immagine. In uno scatto, due corpi sono inginocchiati sul letto, stretti in un abbraccio; le calze color carne leggermente sgualcite, il gesto insieme intimo e trattenuto. È in questi dettagli, non enfatizzati, che l’immagine si costruisce e si tiene. «Rifiutavo il ruolo che veniva chiesto di occupare alle donne, i travestiti mi hanno fatto capire che tutti abbiamo il diritto di decidere chi siamo». E ancora: «Ho fotografato per capire». Due affermazioni di Lisetta Carmi che chiariscono il senso del suo lavoro: non rappresentare, ma avvicinarsi, fino a rendere visibile ciò che resta ai margini. In questo senso, il lavoro di Carmi può talvolta richiamare quello che Nan Goldin svilupperà circa dieci anni dopo. La somiglianza è però solo apparente. Se in Goldin la fotografia nasce dall’interno di una comunità e coincide con l’esperienza vissuta, in Carmi resta una soglia: la relazione si costruisce nel tempo, senza annullarsi nello sguardo.

Il lavoro di Jürgen Klauke (Cochem, 1943) si muove su un piano diverso. A partire dagli anni Settanta utilizza il proprio corpo come materiale, costruendo immagini per sequenze e variazioni. Travestimento, posa e ripetizione non rappresentano un’identità, ma la mettono in discussione. Il corpo diventa superficie su cui si sovrappongono ruoli e segni. Le immagini insistono sull’instabilità, mostrando come categorie quali maschile e femminile, naturale e artificiale, intimo e sociale siano il risultato di una costruzione. Nelle opere in mostra, volto e corpo funzionano come luoghi di proiezione: le identità non vengono rivelate, ma assegnate e fatte slittare. La serialità e la messa in scena rendono evidente il carattere arbitrario dei ruoli.

Jürgen Klauke, «Das Menschliche Antlitz im Spiegel Soziologisch-Nervöser Prozesse», 1976-77

Rischa Paterlini, 21 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Da Ncontemporary e Alessandro Casciaro Gallery la doppia personale di Lisetta Carmi e Jürgen Klauke | Rischa Paterlini

Da Ncontemporary e Alessandro Casciaro Gallery la doppia personale di Lisetta Carmi e Jürgen Klauke | Rischa Paterlini