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Christine Safa in studio, Parigi, 2022

© Galerie Lelong & Co. Courtesy l'artista e Galerie Lelong

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Christine Safa in studio, Parigi, 2022

© Galerie Lelong & Co. Courtesy l'artista e Galerie Lelong

Christine Safa: «Dipingo perché non so fare altro»

In occasione della sua presenza a miart 2026 nello stand di Bortolami Gallery, abbiamo intervistato la pittrice franco-libanese sul rapporto tra memoria, paesaggio e pittura

Giorgia Aprosio

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Christine Safa (1994, Le Chesnay) è una pittrice franco-libanese che vive e lavora nei pressi di Parigi. La sua pratica nasce da memorie e visioni interiori, che traduce in dipinti in bilico tra astrazione e figurazione. Nelle sue opere il paesaggio diventa uno spazio intimo e mentale, attraversato dalla memoria personale, dall’esperienza del Libano e da una sensibilità profondamente mediterranea. Orizzonti, profili, rovine e frammenti si intrecciano così in immagini sospese ed essenziali. Dopo gli studi all’École nationale supérieure des beaux-arts, ha esposto, tra gli altri, presso ICA Milano, Galerie Lelong & Co. a Parigi, Frac Auvergne a Clermont-Ferrand, Musée des Beaux-Arts de Caen e Centre Pompidou-Metz. Nel 2024 ha ricevuto il 13° Prix Jean-François Prat. A miart 2026 è presentata da Bortolami, New York.

Christine, perché dipingi?
Dipingo da sempre. Ho iniziato a prendere lezioni di disegno e pittura quando avevo cinque anni, e per dodici anni è stato il mio hobby principale. Poi ho deciso di entrare in una scuola d’arte.
La pittura fa parte della mia infanzia. Ero figlia unica, quindi la noia è stata importante: i miei genitori mi hanno insegnato a usare quel tempo per esprimermi, per guardare meglio ciò che avevo intorno, per contemplare, per sognare.
Dipingo perché non so fare altro. È un modo di lasciar andare percezioni ed emozioni accumulate. È un omaggio a ciò che amo guardare. È il mio modo di essere grata, di cercare di ricordare qualcosa per sempre, di inciderlo. Mi sorprende ancora vedere i colori uno accanto all’altro e capire che, a volte, questo basta. In fondo cerco semplicemente di restituire sotto forma di immagine quello che mi commuove.

Come nasce di solito un tuo lavoro?
C’è anzitutto il tempo della preparazione: tendo la tela, stendo gli strati di preparazione, li carteggio oppure no, incido un disegno nel gesso che preparo da sola, oppure no. Molto spesso non so davvero in anticipo come sarà il dipinto.
Di solito preparo più tele contemporaneamente e dipingo su più superfici insieme. Questo mi aiuta a non spingermi troppo oltre su una sola tela e a trovare un equilibrio tra tutte. Una singola memoria, una sola immagine mentale, può dare origine a più dipinti: cerco di non limitarmi a un solo modo di restituirla sulla tela. È come se cercassi di afferrare tutte le possibili forme di rappresentazione di un’emozione o di una sensazione persistente.

Quali sono i tempi, i passaggi, i materiali utili a fissare su tela questa “sensazione persistente”?
Tra il momento in cui ho vissuto qualcosa e il momento in cui dipingo si accumulano altri momenti: viaggi, spostamenti, paesaggi ritrovati, rivisti. La tela accoglie l’intuizione iniziale; a volte questa resta presente per tutto il processo, altre volte si trasforma completamente.
Lavorare su più dipinti nello stesso momento mi permette di non preoccuparmi troppo del risultato finale e di non avere fretta. A volte un soggetto o un’emozione sono così presenti dentro di me che ho bisogno di afferrarli su più superfici, per essere sicura che almeno una tela riuscirà a trattenerne qualcosa.
E poi, in questo modo, mi diverto di più, mi sento più libera. Per me è importante ritrovare la gioia nella pittura. Dipingere è spesso difficile.

Christine Safa, The Upstairs, Bortolami, Veduta dell'installazione, 2024. Courtesy l'artista e Bortolami Gallery

Nei tuoi dipinti sembra esserci un equilibrio tra qualcosa di elusivo, sul piano compositivo, e una forma di sacralità universale, più vera del reale. 
Ti ringrazio molto per questa lettura. Mi è difficile ammetterlo, ma sì: è qualcosa che cerco quando dipingo. Anche in questo caso, per me si tratta di una forma di omaggio.
Dipingo con tutto ciò che ho visto, amato, e persino con ciò che non ho amato. La mia pittura è innanzitutto un tentativo di trovare un equilibrio. Mi piace pensare di portare con me, da una parte, le influenze e le conversazioni con i miei amici artisti e, dall’altra, tutto il mio retroterra culturale.
Per quanto riguarda quest’ultimo, sono cresciuta circondata da iconografie religiose e da dipinti sacri nelle case di famiglia, in Francia come in Libano. Crescendo, queste immagini intime si sono in qualche modo sovrapposte alla rivelazione avuta davanti a una certa pittura minimalista. Continuo a portare con me forme ricorrenti, figure che torno a dipingere ancora e ancora.

Quando ti abbiamo vista a Milano, nel 2022, con C’era l’acqua, ed io da sola alla Fondazione ICA, il tuo lavoro sembrava nascere dalla necessità di intrecciare il paesaggio alla memoria familiare. Cosa è cambiato da allora?
Ancora una volta, credo che sia una lettura molto giusta. Penso che, perché qualcosa possa diventare davvero universale, debba partire da un punto di vista intimo. Per questo continuo a dipingere paesaggi interiori, o almeno ci provo. Per me è importante perseverare in questo tentativo, come forma umile di rappresentazione.
Ci sono però cose che non sono ancora riuscita davvero a mettere in parole: il bisogno di guardare alla scultura, l’attrazione verso certe forme geometriche, oppure quella per l’architettura.
Non avrei mai pensato di dipingere architetture. Eppure, da quando vivo circondata da case, mi accorgo che il mio modo di guardare le prospettive ha molto a che fare con la pittura italiana. Quei rettangoli e quei quadrati colorati su cui si stagliano le figure hanno cambiato anche il mio modo di guardare l’architettura che ho intorno.
Quando sono in Italia, a volte mi capita di pensare: “Questa forma di casa mi sembra perfetta”. È la stessa sensazione che provo davanti a Paul Klee, a Morandi, ma anche a qualcosa che ritrovo guardando Suzan Frecon o Agnes Martin.
C’è poi una casa a Beirut che mi aveva già dato questa impressione: un triangolo sopra un quadrato, e una specie di cerchio, un oculo in rilievo tra il tetto e il volume della casa. Era dipinta di rosa. A Palaiseau, dove vivo, ce n’è una simile. In Italia, però, questo senso di forme quasi perfette mi colpisce ancora di più.

Sei nata in Francia, ma hai trascorso in Libano molto tempo, tanto da farne un elemento generativo del tuo immaginario. Si tratta di un luogo culturalmente stratificato, attraversato da religioni, storie, conflitti e contraddizioni. 
Credo che il mio modo di dipingere sia molto libanese, in un certo senso. Di recente, il ritorno della guerra in Libano mi ha restituito un nuovo senso di urgenza. Ho iniziato a dipingere in questo stato - disorientata, triste, ansiosa, tesa - e chiamo questi lavori war paintings.
È emerso anche un nuovo motivo: quello dell’aereo. Quello che passa ogni dieci minuti nel cielo sopra Palaiseau. Quello che potrebbe atterrare a Beirut. Quello che mi ha portata così tante volte da Parigi a Beirut. Un viaggio che è sempre molto commovente, anche nel tragitto opposto.
Volare può essere uno shock: passare da un paesaggio all’altro, da una vita all’altra, da una casa all’altra.

Senti che la situazione attuale stia influenzando la tua pittura?
A volte temo che la mia pittura sia troppo ben educata, ma poi la guerra ritorna e rimette tutto in discussione. Naturalmente mi trovo in una posizione privilegiata, perché sono lontana. Eppure il mio cuore, la mia famiglia, i miei ricordi “laggiù” risvegliano in me un senso di urgenza, insieme a ferite ed emozioni ereditate.
Mi accorgo sempre di più che il momento in cui il pennello tocca la tela è violento, rapido, a volte brusco. L’inizio è come un blocco di terra; poi, man mano che continuo a dipingere, le figure emergono.
Penso all’antica città di Byblos, ai templi romani di Baalbek, alla città costiera di Tiro, alla grotta di Jeita: luoghi in cui sembra persistere l’idea che ciò che un tempo era cultura e bellezza continui ad esserlo, anche attraverso le rovine. È qualcosa che porto dentro con orgoglio. Ed è anche ciò che mi rende più incline allo stupore davanti a sculture, rovine e frammenti.

Christine Safa, Deaux maisons, un arbre, 2026. Olio su tela, 100x100cm. Courtesy l'artista e Bortolami Gallery

In che modo queste consapevolezze e sensazioni legate al tuo paese d’origine si trasformano, si depositano sulla tela mentre lavori nel tuo studio in Francia?
Ho sempre capito di vivere dentro un ciclo: lasciare Parigi per andare in Libano, trascorrere del tempo lì, nutrire gli occhi e l’anima, riconnettermi con le mie radici, semplicemente stare in un luogo familiare. È un dono poter tornare ogni anno negli stessi posti.
Per molto tempo ci sono tornata più volte all’anno, e questo mi ha permesso di vedere stagioni diverse, di percepire la differenza tra l’energia dell’estate o del Natale - quando il paese è pieno della gioia di chi rientra dall’estero - e quella più calma della primavera o dell’autunno. Naturalmente alcuni di questi soggiorni sono stati segnati da conflitti, esplosioni, guerre, instabilità.

Credi di aver romanticizzato quei luoghi attraverso il ricordo?
Sì, credo di aver romanticizzato il mio modo di vedere il Libano, per l’amore che i miei genitori hanno sempre avuto per quel paese e per i ricordi che ne ho, nei momenti belli ma persino in quelli di guerra.
Sento di avere un dovere: devo tenere vivi questi ricordi, onorare e difendere questa terra, la sua bellezza e la sua assurdità. Ho sempre provato un senso di colpa per non viverci.
Poi Nathan Bertet, pittore e mio marito, mi ha fatto capire quanto siamo fortunati a vivere vicino a Parigi, ma abbastanza lontani da non essere travolti dalla spirale della vita cittadina. Stiamo un po’ più in disparte, in un luogo più quieto, quasi neutrale — almeno per me — e abbastanza neutro da permetterci di evocare tutti i luoghi che amiamo e in cui abbiamo trascorso del tempo.
Oggi accetto di più che il mio ruolo sia quello di andare e tornare. Forse è proprio questo che mi permette di vederlo meglio.

La pittura dovrebbe avere un dovere politico? Potrebbe avere un impatto politico?
Sì, certo. Quando ho iniziato l’École des Beaux-Arts dipingevo su giornali raccolti in Libano, usavo molte immagini di guerra: era un modo diretto di denunciare ciò che stava accadendo lì. Poi, continuando a dipingere, mi sono resa conto che non era la mia storia, e che questo mi rendeva triste: mi stavo spostando più sul terreno della politica che su quello della pittura.
È stato allora che ho scoperto pittrici e pittori come Paula Modersohn-Becker ed Etel Adnan. E grazie a loro ho capito che potevo stare dentro la poesia dell’essere qui, presente al mondo, con tutto ciò che per me significa venire dal Libano.
I tuoi lavori sono esposti a miart 2026, a Milano, nello stand di Bortolami Gallery. 

Quali sono le prossime occasioni per vederli dal vivo?
A settembre avrò una mostra a New York.
Prima di allora alcuni lavori più vecchi saranno esposti a Venezia, nella collettiva The Waves, a Casa Sanlorenzo.

Christine Safa, L'horizon sans fin, Musée des Beaux-Arts de Caen, 2025. Courtesy l'artista e Bortolami Gallery

Giorgia Aprosio, 19 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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