Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Enzo Cucchi, Senza titolo, 2025. Ceramica, 31 × 41 × 31 cm

Courtesy dell'artista e Consonni Radziszewski, Lisbon, Milan, Warsaw

Image

Enzo Cucchi, Senza titolo, 2025. Ceramica, 31 × 41 × 31 cm

Courtesy dell'artista e Consonni Radziszewski, Lisbon, Milan, Warsaw

Consonni Radziszewski: «Il sogno di una galleria post-nazionale»

A pochi mesi dall’apertura milanese, la nuova realtà prova a spostare il discorso: dalla fusione tra gallerie internazionali alla costruzione di una piattaforma in cui città e artisti non siano intesi come ambasciatori nazionali, ma produttori di immaginari

Giorgia Aprosio

Leggi i suoi articoli

Fusioni tra gallerie internazionali se ne vedono poche; ancora meno quelle che, invece di accentrare, distribuiscono il programma su più geografie senza gerarchie. Inaugurata a fine marzo 2026 dall'unione di Madragoa - fondata da Matteo Consonni a Lisbona nel 2016 - e Galeria Dawid Radziszewski, attiva a Varsavia dal 2013, Consonni Radziszewski ha aperto qualche mese fa a Milano con un'idea precisa: città e artisti non come ambasciatori nazionali, ma produttori di immaginari.

La prima mostra è uYana umhlaba, prima personale italiana di Buhlebezwe Siwani - artista sudafricana invitata da Koyo Kouoh alla Biennale di Venezia - che attraversa corpo, spiritualità, memoria coloniale, ritualità, terra, materiali e immagini. 

Li abbiamo incontrati a Venezia, nei giorni della Biennale, per capire che cosa significhi oggi lavorare tra contesti così distanti.

In questi mesi si è parlato molto dell’apertura della sede milanese. Meno, forse, di come tutto sia cominciato. Come vi siete conosciuti?
Dawid Radziszewski: Ci siamo conosciuti a Basilea. Rappresentavamo la stessa artista, Joanna Piotrowska: io lavoravo già con lei e Matteo era entrato in dialogo per una collaborazione. Lui aveva appena aperto la galleria a Lisbona. Ci siamo incontrati a cena e ho avuto subito una buona impressione di lui. Non gliel’ho detto, ma l’ho pensato.

Matteo Consonni: Nel mondo dell’arte può capitare che due gallerie che condividono un’artista si incontrino, parlino, cerchino un terreno comune. La parte meno normale è che da lì nasca una nuova galleria.

Nel sistema dell’arte la condivisione di un’artista spesso resta una questione di accordi: percentuali, territori, clienti, fiere. Voi invece siete arrivati a una fusione. 
Matteo Consonni: Proprio qui sta una parte dello spirito della nuova galleria. Crescendo come galleristi, si imparano una serie di regole: cosa si fa, cosa non si fa, come si compete, come si cresce. A noi interessava sottrarci a una certa idea di competizione estrema. La fusione non nasce da una difficoltà. Non è la storia di due gallerie che non ce la fanno e quindi “uniscono le forze”. Non stiamo unendo le forze: stiamo espandendo le forze. Ognuno porta al tavolo una realtà solida, con artisti, relazioni, competenze, contatti. Insieme abbiamo allargato subito la piattaforma, le possibilità, la portata geografica.

Dawid Radziszewski: E nel nostro caso gli artisti non sono una conseguenza della galleria. Sono il motivo per cui la galleria esiste. Sembra ovvio, ma non lo è. Nel sistema spesso si parla prima di sedi, fiere, mercato, espansione. Per noi la domanda resta: quali artisti vogliamo accompagnare? Che tipo di contesto possiamo costruire intorno al loro lavoro?

Quindi non è una mossa difensiva rispetto al mercato?
Matteo Consonni: No. È un modo per non pensare la crescita secondo il manuale. Non volevamo semplicemente diventare più grandi seguendo una traiettoria prevedibile. Volevamo trovare un’altra forma: una galleria che non fosse definita solo dalla città in cui si trova, ma dalla possibilità di attraversare contesti diversi.

Perché Milano?
Dawid Radziszewski: L’idea di Milano è stata mia. Ho avuto una galleria a Vienna per un periodo, ma non mi ha dato quello che mi aspettavo. Cercavo una città più internazionale. In Europa ce ne sono alcune: Parigi, Milano, Berlino, Londra. Abbiamo scelto Milano anche perché Matteo è italiano, conosce bene la città, ci è cresciuto.

Matteo Consonni: Io forse avevo paura di proporre Milano: essendo milanese, poteva sembrare un cliché. Ma appena Dawid l’ha detto ad alta voce, ho pensato: bene, facciamolo funzionare. E poi Milano, rispetto ad altre città, ci sembrava avere spazio per una galleria come la nostra. Non nel senso che manchino gallerie importanti, al contrario, ma perché il tipo di programma che vogliamo portare qui non ci sembra ancora esattamente rappresentato.

Veduta dell’opera di Buhlebezwe Siwani esposta alla Biennale di Venezia 2026. Courtesy dell'artista e Consonni Radziszewski, Lisbon, Milan, Warsaw

Milano è sempre più descritta come una città in espansione nel sistema dell’arte. Che ruolo assume nella triangolazione con Lisbona e Varsavia?
Matteo Consonni: Milano non è una fuga da Lisbona o da Varsavia. È un punto ulteriore. Il progetto vive del fatto di essere in tre città, non nel trasformare Milano nel centro e le altre sedi in satelliti.

Dawid Radziszewski: Esatto. Non è emigrazione. Non lasciamo la Polonia per andare altrove. Varsavia resta una parte fondamentale del nostro lavoro, la scena polacca oggi è molto più forte di quanto molti immaginino. C’è ancora l’idea che una galleria polacca rappresenti solo artisti polacchi. Ma non è vero. Le istituzioni sono cresciute — penso al nuovo edificio del Museo d’Arte Moderna, che ha cambiato la percezione della città sia dal punto di vista urbanistico sia sistemico. E così anche il mercato negli ultimi anni ha cambiato direzione: non si tratta più solo di esportare artisti verso l’estero, ma anche di importare, guardare fuori, inserirsi in una circolazione più ampia. A Basilea, tra Art Basel, Liste e gli altri eventi, ci sono diverse gallerie di Varsavia. È una scena attiva. Arrivati a questo punto, aprire una nuova sede non significa lasciare Varsavia, ma aggiungere un altro livello di visibilità e di circolazione internazionale.

Matteo, a Lisbona ha incontrato un pregiudizio simile?
Matteo Consonni: Sì, anche se in modo diverso. Quando ho aperto Madragoa, c’erano persone che si aspettavano di vedere in mostra soprattutto artisti portoghesi. Forse per me era meno scontato, perché non sono portoghese, venivo comunque da fuori. E poi quella non era la mia ambizione. Non volevo fare una galleria locale. Semmai volevo creare una galleria internazionale partendo da Lisbona. Quando ho aperto, Lisbona era una città di opportunità. Si poteva vivere bene con pochissimo, c’era spazio, c’era energia. In dieci anni è diventata una vera e propria capitale europea: più cara, più internazionale, con molte persone arrivate da fuori. E così attorno a me anche la scena artistica si è trasformata. Sono arrivate gallerie straniere, e allo stesso tempo le gallerie locali hanno iniziato a lavorare molto di più sulla propria presenza internazionale. Anche le istituzioni sono cresciute: penso alla Gulbenkian, al Centro de Arte Moderna, a Serralves a Porto.

Due percorsi che partono da città molto connotate, ma sembrano rifiutare l’idea di rappresentarle. Sì, ma come funziona, in pratica?
Matteo Consonni: Consonni Radziszewski si può collocare a Lisbona, Varsavia e Milano, ma la sua identità non è rappresentare una di queste scene. L’identità sta nell’essere in questi tre luoghi contemporaneamente. I luoghi contano, naturalmente. Ma non vogliamo che diventino categorie rigide. Lo stesso vale per gli artisti: un artista portoghese non deve “rappresentare il Portogallo”, un artista polacco non deve “rappresentare la Polonia”. Sono semplificazioni che il sistema usa spesso, anche per comodità.

Dawid Radziszewski: A noi interessano artisti che hanno una posizione forte, non artisti usati come prova di una scena. Spesso ti chiedono: “che cosa succede in Polonia?”, “che cosa succede in Portogallo?”. È una domanda legittima, ma può diventare limitante quando la risposta viene cercata solo dentro una categoria nazionale.

La prima mostra milanese è dedicata a Buhlebezwe Siwani. Perché proprio lei?
Matteo Consonni: Non volevamo aprire la galleria di Milano con una mostra che fosse semplicemente una dichiarazione di presenza: “siamo arrivati, abbiamo una nuova sede”. Volevamo che fosse da subito il nostro programma espositivo a parlare. Il suo lavoro tiene insieme questioni che per noi sono centrali: il corpo, la spiritualità, la memoria, la storia coloniale, il rapporto tra immagini, materiali e rituali. Non è un lavoro che si lascia ridurre a una sola categoria. C’è una dimensione politica, ma non è sloganistica; c’è una dimensione spirituale, ma non è decorativa; c’è una forte relazione con la storia, ma non come archivio chiuso. Sono opere che aprono domande.

Dawid Radziszewski: Non vogliamo costruire una lista di artisti per categorie: l’artista polacco, l’artista portoghese, l’artista sudafricano, l’artista italiano. Ci interessano pratiche che producono immaginari, conflitti, posizioni. La provenienza può essere parte del lavoro, ma non deve diventarne la spiegazione.

Matteo Consonni: Mostrare questo lavoro a Milano costringe il pubblico a spostarsi. Non è una mostra che conferma una geografia comoda: porta dentro la galleria una serie di relazioni tra Sudafrica ed Europa attraverso un linguaggio contemporaneo fatto di riferimenti molto concreti, che resta però aperto a una dimensione astratta. E poi, certamente, c’era la sua prossima partecipazione alla Biennale.

Matteo Consonni e Dawid Radziszewski. © Sebastiano Pellion di Persano. Courtesy Consonni Radziszewski, Lisbon, Milan, Warsaw

Nel programma compare Siwani, ma anche Joanna Piotrowska, Agnieszka Polska, Rodrigo Hernández, Enzo Cucchi, Louisa Gagliardi. Come si costruisce una costellazione così ampia senza che diventi arbitraria?
Dawid Radziszewski: Non credo che una galleria debba tenersi insieme attraverso uno stile. Non siamo interessati a costruire una galleria riconoscibile perché tutti gli artisti si assomigliano. Quello che ci interessa è la posizione. Qualsiasi cosa faccia, un artista deve essere mosso da una necessità interna, non semplicemente occupare un segmento del mercato.

Matteo Consonni: Veniamo da due storie diverse. Madragoa aveva una sua traiettoria, Dawid un’altra. La nuova galleria non cancella queste storie, le mette in relazione. Per questo il programma non può e non deve diventare omogeneo: deve restare coerente con se stesso proprio attraverso le differenze. C’è poi il rapporto con generazioni diverse. Nel programma convivono artisti emergenti, figure già affermate e artisti storici.

Dawid Radziszewski: Sì, e per me è importante. Penso, per esempio, a Jerzy Bereś (1930–2012). Lavorare con figure come lui significa rimettere in circolo una storia, non in modo nostalgico, ma perché può parlare ancora al presente. Nel suo caso c’è un rapporto con il corpo, con il gesto, con l’azione, con una dimensione politica e simbolica che può dialogare con pratiche molto più recenti.

Matteo Consonni: È anche un modo per evitare una lettura piatta del contemporaneo. Una galleria non è fatta solo di novità. È fatta di tempi diversi. A volte di ritorni, di riscoperte.

Dawid, non sente il rischio che il recupero di artisti storici dell’Europa orientale venga letto come una “scoperta” da parte del mercato occidentale?
Dawid Radziszewski: Sì, questo rischio esiste. Per questo bisogna stare attenti a come si raccontano questi artisti. Non sono interessanti perché vengono “scoperti” oggi da un pubblico internazionale. Sono interessanti perché hanno prodotto linguaggi, immagini e forme di pensiero già complessi nel loro tempo. Il problema è che spesso la storia dell’arte europea è stata scritta come se alcune geografie fossero centrali e altre arrivassero dopo. Ma ci sono artisti che hanno lavorato in condizioni politiche, materiali e istituzionali diverse e che, proprio per questo, hanno sviluppato pratiche radicali. Una galleria può contribuire a rimettere in circolo queste storie, ma senza trasformarle in folklore o in categoria geopolitica.

Avere tre sedi significa anche aumentare scala, logistica, fiere, personale, tempi. Come si cresce senza perdere il rapporto diretto con gli artisti e con i contesti in cui lavorate?
Matteo Consonni: È una domanda giusta, e non ho ancora una risposta definitiva. Avere tre sedi significa costruire una piattaforma complessa, non solo più grande. Il punto è capire come far circolare le mostre, gli artisti, le relazioni, senza perdere la qualità del contatto diretto. Dietro la parte pubblica della galleria c’è un lavoro enorme: mostre interne, progetti esterni e, ancora più dietro le quinte, trasporti, installazioni, documenti, tempi. Tenerlo sotto controllo mentre si cresce è una sfida reale.

Dawid Radziszewski: Anche le fiere fanno parte di questo. Non sono solo vetrina: sono un ulteriore ampliamento delle geografie, un momento in cui la galleria si misura con il mercato, incontra collezionisti, testa il programma in un contesto altamente competitivo. E con tre sedi, la questione diventa anche quale fiera ha senso per quale città, per quale artista, in quale momento.

Matteo Consonni: Nulla è automatico. Tutto passa dal dialogo. E per ora ci piace così.

Giorgia Aprosio, 21 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, la prima personale francese dell’artista trasforma il disegno in una fiaba che non ha bisogno di trama.

La vecchia discussione sulla valorizzazione interna trova nei recenti avvenimenti un nuovo spunto: l’Italia attrae il mondo, ma fatica a dare ai suoi artisti gli strumenti per attraversarlo

In occasione di «Ever Astudillo: Latin Fire», la mostra in corso da Velo Project a Milano, Virgilio Villoresi racconta «Anemofonia» e «Anemoritratto», i due flipbook animati che reinterpretano l’immaginario sospeso dell’artista colombiano

Sette giovani artisti dal profilo internazionale di cui sentiremo parlare oltre la fiera

Consonni Radziszewski: «Il sogno di una galleria post-nazionale» | Giorgia Aprosio

Consonni Radziszewski: «Il sogno di una galleria post-nazionale» | Giorgia Aprosio