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Documentazione tratta dal progetto di terapia di esposizione di Emma Shapiro.

Courtesy l'artista.

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Documentazione tratta dal progetto di terapia di esposizione di Emma Shapiro.

Courtesy l'artista.

Chi decide cosa può essere mostrato? Il caso Emma Shapiro e la nuova censura degli algoritmi

La causa avviata da Emma Shapiro contro Meta dopo la rimozione del suo account Instagram riporta al centro il rapporto tra arte, censura e piattaforme digitali. Dalla storia della rappresentazione del corpo al Digital Services Act, il caso apre una riflessione sul ruolo degli algoritmi nella circolazione delle immagini e sul rischio che la moderazione automatizzata limiti la libertà della ricerca artistica

Nicoletta Biglietti

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Un tempo i censori avevano un volto. Oggi hanno un algoritmo. Non indossano una toga, non firmano decreti e raramente spiegano le proprie decisioni. Eppure possono rimuovere un'opera, oscurare un artista, cancellare anni di lavoro nel giro di pochi secondi. È quanto accaduto a Emma Shapiro, artista, giornalista e attivista, che ha avviato un'azione legale contro Meta dopo la chiusura definitiva del suo account Instagram. Una vicenda che supera il singolo caso e apre una domanda destinata a segnare il futuro della produzione artistica: chi governa davvero la libertà di espressione nello spazio digitale? La questione, infatti, non riguarda soltanto il rapporto tra un'artista e una piattaforma. Chiama in causa il ruolo assunto dai social network nella circolazione dell'arte contemporanea e, soprattutto, il potere esercitato dai loro sistemi di moderazione. Se per secoli a stabilire il confine tra ciò che «poteva essere» mostrato e ciò che «doveva essere» censurato erano stati tribunali, governi o autorità religiose, oggi quella stessa responsabilità è sempre più spesso affidata a infrastrutture digitali private che regolano la circolazione delle immagini attraverso sistemi di moderazione automatizzata.

Tutto ha origine con «Exposure Therapy», il progetto avviato da Shapiro nel 2017 che utilizza la rappresentazione del corpo femminile per interrogare il rapporto tra immagine, genere e censura. Attraverso la diffusione di immagini di capezzoli, tradizionalmente sottoposti a limitazioni sulle piattaforme digitali, l'artista mette in discussione il modo in cui alcuni elementi del corpo vengano associati automaticamente alla sessualizzazione, indipendentemente dal contesto nel quale vengono presentati. Il progetto nasce da una domanda che attraversa la storia della rappresentazione: esiste un corpo intrinsecamente erotico oppure è lo sguardo culturale a costruirne il significato? La riflessione di Shapiro non riguarda, quindi, soltanto ciò che viene mostrato, ma il sistema di valori attraverso cui un'immagine viene letta, interpretata e classificata – perché una stessa rappresentazione può assumere significati diversi, dal documento, alla ricerca artistica, passando per critica sociale o contenuto da limitare. Ed è proprio questa complessità a entrare in tensione con i sistemi di moderazione digitale. Le piattaforme necessitano di criteri applicabili su larga scala, mentre l'arte lavora spesso sul contrario:ambiguità, spostamento dei significati, capacità di mettere in discussione categorie già stabilite, ecc... Il conflitto nasce dunque da due logiche differenti: quella della classificazione e quella dell'interpretazione.

Dopo la sospensione e la successiva eliminazione definitiva dell'account Instagram collegato al progetto, Shapiro ha scelto di intraprendere un'azione legale contro Meta con il supporto di Avant-Garde Lawyers. Al centro della contestazione non vi è soltanto la richiesta di ripristino del profilo, ma il modo in cui una piattaforma privata esercita il proprio potere decisionale quando interviene su contenuti legati alla ricerca artistica. La questione assume un peso particolare perché oggi un profilo digitale non coincide più solo con uno spazio di pubblicazione. Per molti artisti è diventato un archivio «in progress», un luogo di costruzione della propria identità pubblica, un mezzo per entrare in relazione con curatori, istituzioni, gallerie e comunità di riferimento. La cancellazione di un account può quindi incidere sulla continuità di una ricerca e sulla possibilità stessa di costruire una rete professionale. E non è soltanto una questione di visibilità. Nel sistema dell'arte contemporanea la circolazione delle immagini è parte integrante del processo creativo e della costruzione del rapporto con il pubblico. Un'opera che scompare da uno spazio digitale non perde soltanto una piattaforma di esposizione, ma anche una parte del contesto attraverso cui viene letta e discussa.

È pur vero che la tensione tra corpo, immagine e censura non nasce con i social network. Anzi accompagna da secoli la storia dell'arte e il modo in cui le società hanno stabilito cosa potesse essere mostrato, interpretato e condiviso. Il corpo, infatti, è uno dei territori più antichi attraverso cui l’arte ha interrogato il rapporto tra individuo e società. Non esiste quasi epoca nella storia della rappresentazione che non abbia dovuto confrontarsi con il significato da attribuire alla nudità, alla sensualità e alla presenza fisica dell’essere umano. Non perché il corpo fosse un «problema in sé», ma perché la sua immagine ha sempre condotto a questioni più ampie: morale, identità, desiderio, religione, potere, ecc. Nella tradizione occidentale il nudo ha infatti attraversato fasi molto diverse: dalla centralità del corpo ideale nella cultura classica alla sua trasformazione in simbolo religioso, dalla celebrazione della bellezza rinascimentale fino agli scandali provocati dalle avanguardie moderne. In ogni epoca la rappresentazione del corpo non è mai stata un campo neutrale. Ogni società ha definito i propri confini tra ciò che poteva essere contemplato e ciò che doveva essere nascosto, tra ciò che apparteneva all’arte e ciò che veniva ricondotto all’osceno, al balsamo, all’immorale.

La modernità ha reso questa tensione ancora più evidente. Con la fotografia, il cinema e poi i nuovi linguaggi visivi del Novecento, il corpo è uscito progressivamente dai luoghi tradizionali della rappresentazione per entrare nello spazio pubblico, diventando terreno di confronto politico e culturale. Non era più «mero» soggetto estetico, ma diventava «luogo» attraverso cui discutere identità, genere e libertà individuale – aspetto che la teorica cinematografica Laura Mulvey ha analizzato nel saggio «Visual Pleasure and Narrative Cinema» del 1975 in cui riporta come molte immagini della cultura occidentale siano state costruite attraverso quello che lei stessa ha definito «male gaze», lo «sguardo maschile» un sistema visivo nel quale il corpo femminile viene spesso trasformato da soggetto a oggetto dello sguardo.

Una collezione di adesivi sulla «Exposure Therapy». Courtesy l'artista.

E la ricerca di Shapiro si colloca in questa lunga storia di «interrogazione» e riflessione sul corpo, ma introduce un elemento nuovo. Non mette in discussione soltanto chi guarda e chi viene guardato. Porta il problema dentro uno spazio governato da regole automatiche, dove il significato di un’immagine rischia di essere separato dal contesto che la rende comprensibile. Questo è il punto critico: un sistema automatizzato deve riconoscere forme, pattern e categorie, mentre un’opera d’arte richiede interpretazione. La stessa immagine può essere letta come provocazione, denuncia, ricerca visiva o contenuto inappropriato a seconda della situazione nella quale appare. È proprio questa distanza tra riconoscimento tecnico e comprensione culturale a generare uno dei nodi più complessi del presente. 

Negli ultimi anni diversi episodi hanno mostrato infatti questa difficoltà. I musei, le istituzioni culturali e gli artisti si sono trovati più volte a confrontarsi con piattaforme incapaci di distinguere il valore storico o artistico di alcune immagini dalla loro semplice classificazione come contenuti sensibili. Nel 2021, per esempio, alcuni musei viennesi hanno aperto un profilo su OnlyFans per aggirare le limitazioni incontrate nella promozione online di opere di artisti come Egon Schiele e Richard Gerstl, trasformando una controversia sulla moderazione dei contenuti in una riflessione pubblica sul rapporto tra arte e piattaforme. La questione, quindi, non riguarda soltanto il nudo. Riguarda la capacità dello spazio digitale di accogliere la complessità delle immagini. Perché l’arte, storicamente, ha avuto anche il compito di mettere in crisi ciò che una società considera appropriato o accettabile. E se un sistema di controllo non riesce a distinguere tra ciò che deve essere rimosso e ciò che deve essere discusso, il rischio non è soltanto la perdita di un’immagine, ma la riduzione dello spazio stesso del confronto culturale.

L'attenzione sollevata dal caso Shapiro arriva così al punto centrale: può una piattaforma privata esercitare un potere sulla circolazione dell’arte senza essere sottoposta agli stessi principi di trasparenza e responsabilità che regolano gli altri spazi pubblici? Ovviamente la libertà artistica non è un concetto astratto. In Italia trova un riferimento preciso nell’articolo 33 della Costituzione, secondo cui «l’arte e la scienza sono libere». Un principio nato in un contesto completamente diverso da quello digitale, ma che oggi assume una nuova rilevanza: se la produzione e la diffusione delle immagini passano sempre più spesso attraverso infrastrutture private, come può essere garantita quella libertà quando le regole di accesso vengono definite da soggetti non pubblici? 

Negli Stati Uniti il rapporto tra espressione artistica e limiti alla rappresentazione del corpo è stato al centro di un lungo dibattito giuridico. Il Primo Emendamento tutela ampiamente la libertà di parola, ma la giurisprudenza ha dovuto confrontarsi con il difficile confine tra espressione protetta e oscenità. Nel 1973 la Corte Suprema, attraverso il cosiddetto «Miller Test», ha stabilito alcuni criteri per valutare quando un contenuto possa essere considerato osceno, riconoscendo comunque che un’opera non può essere privata della propria protezione solo perché affronta temi sessuali o rappresenta il corpo. Il problema contemporaneo nasce però da un cambiamento radicale: le decisioni sulla visibilità delle immagini non vengono più prese soltanto all’interno di sistemi giuridici nazionali. Avvengono all’interno di piattaforme globali che operano attraverso regolamenti propri e sistemi di moderazione applicati su scala mondiale.
È in questo scenario che il Digital Services Act dell’Unione Europea introduce un nuovo passaggio. La normativa non stabilisce che cosa sia arte né sostituisce il giudizio critico delle istituzioni culturali, ma introduce obblighi di maggiore trasparenza per le grandi piattaforme digitali, chiedendo motivazioni più chiare nelle decisioni di rimozione dei contenuti e strumenti effettivi di contestazione. Ed è proprio su questo terreno che si muove il ricorso presentato da Emma Shapiro. La sua battaglia non riguarda, solo, il ritorno online di un profilo, ma anche la richiesta che le decisioni delle piattaforme siano sottoposte a criteri di proporzionalità, chiarezza e responsabilità quando incidono sulla libertà di espressione.

Il punto, infatti, non è negare alle piattaforme il diritto di moderare i contenuti. Ogni ambiente digitale necessita di regole e strumenti di tutela. La questione è capire se quelle regole siano sufficientemente capaci di riconoscere la complessità delle immagini artistiche e se chi le applica possa essere considerato davvero responsabile delle conseguenze culturali delle proprie decisioni. Oggi il confine dell’arte non si «gioca» soltanto nei musei, nelle gallerie o negli spazi espositivi. Si gioca anche nei luoghi digitali dove le opere vengono mostrate, archiviate e discusse. Perché proprio nell’ambiguità risiede una parte essenziale del lavoro artistico. Come ha osservato il critico d’arte Harold Rosenberg, l’opera non si esaurisce nell’oggetto prodotto, ma implica un processo di ricerca, di azione e di interrogazione. E un’opera non vale soltanto per ciò che mostra, ma per la capacità di aprire possibilità di lettura diverse, mettere in crisi categorie consolidate e modificare il nostro modo di guardare. Un’immagine che disturba, interroga o mette in crisi uno schema prestabilito non è necessariamente un’immagine da eliminare.

E il nodo profondo del caso, riguarda, in realtà ciò che, per timore, potrebbe non essere più creato. Perché quando la possibilità della rimozione/censura modifica in anticipo le scelte degli artisti, il problema non riguarda più una singola immagine, ma la possibilità stessa della ricerca. Come ha scritto Umberto Eco nel suo concetto di «opera aperta» – il significato dell’arte non è mai completamente chiuso, ma nasce anche dall’incontro tra l’opera e chi la osserva. Ed è forse proprio questa «possibilità di interpretazione», oggi, il bene più fragile da difendere.

Nicoletta Biglietti, 04 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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