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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliCannes 2026 si chiude con una Palma d’Oro che conferma il ritorno del grande cinema europeo d’autore come asse centrale della Croisette. A vincere la 79esima edizione del Festival è stato Cristian Mungiu con Fjord, dramma cupo e stratificato ambientato all’estremità di un fiordo norvegese, dove una famiglia rumeno-norvegese profondamente religiosa viene travolta dal sospetto di violenze domestiche sui figli. Un film che intreccia educazione, fede, controllo sociale e collisione culturale, riportando Mungiu -già Palma d’Oro nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni- al centro del cinema internazionale.
La vittoria di Fjord restituisce bene il tono generale di un festival dominato da opere attraversate da tensioni morali, crisi politiche e inquietudini collettive. Cannes 2026 ha premiato film che guardano al presente europeo attraverso dispositivi narrativi spesso duri, introspettivi e privi di consolazione. Un cinema che sembra reagire direttamente all’instabilità geopolitica, ai conflitti contemporanei e alla ridefinizione delle identità culturali.
Tra i momenti più forti della serata, il Grand Prix assegnato al regista russo in esilio Andrej Zvyagintsev per Minotaur. Il ritorno dell’autore di Leviathan e Loveless era uno degli eventi più attesi del festival. Dopo anni segnati dal Covid, che lo aveva portato vicino alla morte, e dalla rottura definitiva con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, Zvyagintsev presenta un’opera apertamente politica girata in Lettonia, impossibile da realizzare nel suo Paese. Minotaur viene descritto come una favola nera sulla Russia contemporanea: un film allegorico, claustrofobico, costruito sul tema della violenza del potere e della perdita morale.
Il premio per la regia è stato assegnato ex aequo agli spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi per La bola negra e al polacco Pawel Pawlikowski per Fatherland. Due opere molto diverse, ma accomunate da una forte costruzione visiva e da un’attenzione quasi ossessiva al rapporto tra memoria privata e trauma collettivo. Pawlikowski, dopo Ida e Cold War, continua a lavorare su un cinema di sottrazione e silenzio, mentre Calvo e Ambrossi confermano il loro ruolo sempre più centrale nel nuovo cinema spagnolo.
Il Premio della Giuria è andato a The Dreamed Adventure della tedesca Valeska Grisebach, film ambientato al confine tra Bulgaria e Turchia, dove una vicenda apparentemente minima diventa strumento per esplorare le fragilità sociali e psicologiche dell’Europa periferica. Anche i premi attoriali riflettono il tono di questa edizione. La Palma per la miglior interpretazione femminile è stata assegnata ex aequo a Virginie Efira e Tao Okamoto per Soudain (Kyū ni guai ga waruku naru) di Ryûsuke Hamaguchi, uno dei registi che più radicalmente hanno ridefinito il cinema contemporaneo degli ultimi anni. Il film lavora sul collasso improvviso dell’equilibrio emotivo e fisico, in una narrazione sospesa tra intimità psicologica e dissoluzione del reale.
Per la miglior interpretazione maschile hanno vinto Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward di Lukas Dhont. Ambientato durante la Prima guerra mondiale, il film racconta un giovane soldato che scopre nel teatro e nella performance una forma fragile di resistenza alla violenza del conflitto. Ancora una volta il corpo, la vulnerabilità maschile e la costruzione dell’identità emergono come temi centrali del cinema europeo contemporaneo.
Il premio per la sceneggiatura è andato a Emmanuel Marre per Notre salut, distribuito in Italia con il titolo Un uomo del tuo tempo. Attraverso la figura del bisnonno del regista, il film attraversa il periodo del governo di Vichy e il rapporto ambiguo tra memoria privata e collaborazionismo francese. Nel ritirare il premio, Marre ha dedicato il riconoscimento ai tecnici del cinema: “Sono loro, prima di tutto, a fare il cinema”. La Camera d’Or per la miglior opera prima è stata assegnata a Ben’Imana della regista ruandese Marie Clémentine Dusabejambo, film ambientato nel Ruanda post-genocidio che affronta i tribunali popolari Gacaca, la memoria del massacro dei Tutsi e le tensioni irrisolte della riconciliazione nazionale. Un riconoscimento importante che conferma l’attenzione crescente del festival verso cinematografie africane capaci di coniugare dimensione politica e scrittura personale.
Il premio per il miglior cortometraggio è andato invece all’argentino Federico Luis per Para Los Contrincantes (Aux Adversaires), racconto ambientato nel quartiere popolare di Tepito che usa il pugilato come metafora di sopravvivenza sociale e aspirazione collettiva. Durante la cerimonia Isabelle Huppert ha consegnato la Palma d’Onore a Barbra Streisand, assente per motivi di salute. In un videomessaggio, Streisand ha ricordato l’importanza formativa del cinema europeo visto durante l’infanzia sottolineando il ruolo che quei film hanno avuto nella costruzione della sua idea di recitazione e regia. La Croisette ha premiato opere che interrogano il presente attraverso memoria, conflitto, identità e potere, segnando una netta centralità del cinema europeo e una presenza fortissima di autori provenienti da geografie attraversate da crisi politiche e trasformazioni profonde.
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