IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Il Giornale dell’Arte
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Il Giornale dell’Economia
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Il Giornale delle Mostre
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Vedere a Venezia e in Veneto
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Vademecum Picasso Morandi Parmiggiani
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Il Giornale dell’Arte
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Il Giornale dell’Economia
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Il Giornale delle Mostre
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Vedere a Venezia e in Veneto
IL NUMERO DI MAGGIO 2026 in edicola
In allegato:
Vademecum Picasso Morandi ParmiggianiVerifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
La mostra «The Turning Season» di Emily Kam Kngwarray, ospitata da Pace Gallery a New York, presenta la prima grande personale newyorkese dedicata all’artista aborigena australiana. Il percorso riunisce dipinti e lavori tessili che attraversano le diverse fasi della sua pratica, costruita su una relazione diretta con la terra e la cosmologia Anmatyerr
- Lavinia Trivulzio
- 20 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Emily Kam Kngwarray, «Ntang Dreaming», 1989.
© Estate of Emily Kam Kngwarray / DACS 2024, All rights reserved.
Tracce telluriche e forze invisibili nella pittura di Emily Kam Kngwarray
La mostra «The Turning Season» di Emily Kam Kngwarray, ospitata da Pace Gallery a New York, presenta la prima grande personale newyorkese dedicata all’artista aborigena australiana. Il percorso riunisce dipinti e lavori tessili che attraversano le diverse fasi della sua pratica, costruita su una relazione diretta con la terra e la cosmologia Anmatyerr
- Lavinia Trivulzio
- 20 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliLa terra non è mai un semplice sfondo, ma una forza vitale che respira e si trasforma. Questa è la filosofia al centro della pittura di Emily Kam Kngwarray, artista aborigena protagonista della mostra «The Turning Season», in programma fino al 14 agosto negli spazi di West 25th Street a New York. L’esposizione presenta la prima grande personale newyorkese dedicata all’artista, con una selezione di dipinti e lavori tessili che attraversano le diverse fasi della sua pratica, realizzata in collaborazione con D’Lan Galleries e successiva alla retrospettiva del 2025 alla Tate Modern. Un corpus che restituisce la coerenza interna di un linguaggio visivo costruito a partire da una relazione diretta e continua con il territorio.
Nata intorno al 1914 nella regione di Sandover, nel Territorio del Nord australiano, Kngwarray appartiene al popolo Anmatyerr ed è stata custode del paese di Alhalker. La sua pratica non separa mai immagine e cosmologia: ciò che viene rappresentato coincide con ciò che, per la sua cultura, continua a essere vivo e attivo. Il paesaggio non è osservato, ma abitato come sistema di relazioni ancestrali che uniscono terra, acqua, cielo ed esseri viventi. Dentro questa visione si colloca il «Tempo del Sogno», struttura narrativa e spirituale che attraversa le culture aborigene e delle isole dello Stretto di Torres. In questo orizzonte, il lavoro di Kngwarray non illustra storie, ma le riattiva: i segni sulla superficie del dipinto diventano tracce di energia, mappe di forze invisibili che non si stabilizzano mai in una forma definitiva.
La sua pratica prende avvio negli anni Settanta con il batik, introdotto nel Territorio del Nord nel 1977 e sviluppato all’interno dell’Utopia Women’s Batik Group, di cui è tra le fondatrici. Il passaggio alla pittura su tela nel 1988 non interrompe questo legame, ma lo espande: il gesto si libera, diventa più diretto, e il segno si concentra in una densità ritmica che sostituisce la narrazione con la pulsazione. Il primo lavoro su tela, «Emu Woman» (1988–1989), segna l’emergere di un linguaggio che si impone rapidamente sulla scena internazionale. È una sua condensazione visiva del paesaggio: ripetizioni, campiture e movimenti gestuali costruiscono superfici in cui l’ambiente non è descritto ma attivato. In «The Turning Season», questa logica si sviluppa attraverso serie di dipinti e tessuti che evidenziano la continuità tra variazione e ritorno, tra gesto individuale e memoria collettiva. Il titolo stesso della mostra rimanda a un movimento ciclico, in cui il cambiamento non è rottura ma trasformazione continua, coerente con la struttura stessa del tempo nella sua cultura di origine.