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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliPoetessa con la lira, amante abbandonata, cantrice degli spazi consacrati ad Afrodite, tra giardini di meli e di rose, Saffo ha declinato la propria vita attraverso note diverse, lasciando ai posteri tracce di sé frammentarie, come i suoi versi. Questa identità sfuggente della «ragazza di Lesbo» che insegnava al gruppo di allieve del tiaso a comporre liriche, a intrecciare con eleganza passi di danza, acconciare i capelli, scegliere l’abito giusto per ogni occasione, ha alimentato nei secoli un vero e proprio Rinascimento saffico di immagini contraddittorie nelle quali ogni epoca ha proiettato le proprie visioni sull’amore, sulla poesia, sull’identità femminile. La sua eredità attraversa trasversalmente i secoli e le espressioni artistiche, spaziando dalla ceramica apula del IV secolo a.C. alla lampada da tavolo disegnata per Artemide nella quale anche il designer Angelo Mangiarotti ha intravisto la sua «Saffo».
La mostra allestita fino al 31 gennaio 2027 alle Uccelliere Farnesiane sul Palatino, nel Parco archeologico del Colosseo di Roma, non pretende di essere una rassegna completa sulla poetessa, impresa impossibile, ma uno spunto di suggestioni sparse che restituisce con garbo, attraverso un allestimento supportato da suoni, profumi e parole, frammenti di quella poliedricità che ha contraddistinto l’unica grande voce femminile sopravvissuta della letteratura greca arcaica. Uno stimolo a cogliere, attraverso rimandi, gli echi lasciati dall’eredità di Saffo, dall’arte classica al design. Promossa dal Parco archeologico del Colosseo, con l’organizzazione di Electa, a cura di Silvia Romani, «Saffo» rappresenta, dopo «Penelope», il secondo atto del progetto espositivo dedicato, negli stessi spazi, alle figure femminili più moderne dell’antichità. «L’idea originaria, spiega la curatrice, non era quella di restituire Saffo completa, cosa impossibile. Parlare di Saffo nella sua complessità è molto difficile. Abbiamo fatto un lunghissimo lavoro di ricerca e di selezione, abbiamo pensato alla destinazione finale e sono convinta che anche lei l’avrebbe amata così. C’è una base di oggetti con l’antico ben rappresentato dai bassorilievi dall’eco della Saffo pompeiana, dai vasi. Da lì esplodono i temi legati alla poetessa: tuffo, luna, amore, giardini. Lì precipitano echi diversi, stimoli, fascinazioni che vogliono, ciascuna con il suo linguaggio, essere uno stimolo a esplorare le tante vie battute dalla poetessa. Se il catalogo ne racconta l’infinita complessità, la mostra restituisce ciò che Saffo può diventare ed è diventata in opere bellissime».
Quaranta opere legano i due nuclei del percorso in un gioco di rimandi tra realtà e mito, antico e moderno. Nel primo padiglione delle Uccelliere il focus è dedicato alla «Saffo reale», celebrata dagli antichi come «decima Musa» ricostruita attraverso il dialogo tra la voce della poetessa e il mito. La «Saffo sulla rupe di Leucade» di Luigi Folli o quella di Gustave Moreau ammiccano alla leggenda, che vuole la poetessa suicida in mare dalla Rupe di Leucade per amore di Faone. Tra le immagini scorre anche la Basilica sotterranea di Porta Maggiore a Roma, il più importante ciclo di stucchi della età augustea a soggetto mitologico, che converge nell’abside dove si apre la scena di Saffo nell’atto di lanciarsi dalla rupe di Leucade, la raffigurazione più significativa della poetessa risalente dall’antichità rinvenuta a Roma. I frammenti della poetessa evocati da suggestioni sonore, sarebbero stati forse più efficaci per il visitatore se scritti anche sulle pareti. Il mito sopravvive nel lekythos del IV secolo a.C. con scena di corteggiamento, la sua musica nella statuetta di suonatrice di cetra del II secolo a.C., dal Museo Archeologico Nazionale di Taranto, la luna, presenza costante nei frammenti di Saffo, esplode nella tela ottocentesca di Filippo Palizzi, mentre il mistero del suo volto emerge dalla scultura in gesso di Luigi De Luca, da collezione privata. Il secondo padiglione delle Uccelliere è consacrato alla leggenda di Saffo, alle sue sopravvivenze e metamorfosi, dall’Ottocento alla cultura pop. Saffo diventa icona, musa, figura proiettiva, attraversando immaginari vittoriani e reinvenzioni moderne. «L’uovo di Saffo» di Alda Merini ed Enrico Baj diventa un giardino artificiale e interiore, con immagini e fotografie che richiamano il clima dei giardini ottocenteschi e delle prime mitologie femminili moderne. «La mostra, dichiara il direttore del Parco archeologico del Colosseo, Simone Quilici, offre al pubblico la possibilità di conoscere una delle figure più popolari della lirica greca, indagandone sia la fortuna attraverso i secoli che il suo aspetto misterico, così come rivelato dalla critica letteraria più recente che, da un lato, fa risalire la sua poetica allo spirito di Orfeo e, dall’altro lato, riconduce la sua pratica al sostrato spirituale della Grecia arcaica, in cui la trasmissione dei culti e del sapere iniziatico era affidato alla donna». Opere diverse custodiscono quindi in mostra l’eredità della poetessa: un’acquaforte di Emilio Greco, lo «Specchio di Saffo» di Ettore Sottsass, il libro d’artista con poesie tradotte da Emilio Villae nelle litografie originali di Alberto Burri, il diorama di Patrick Jacobs, «Stung With Love», del 2026. Declinazioni poliedriche della sua fama, tra mistero e suggestione.