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Manuela De Leonardis
Leggi i suoi articoliSi apre alla bellezza del mondo il concetto di «spazio senza misura» evocato nelle poesie della raccolta Il Profeta (1923), tra i capolavori di Khalil Gibran. Parole che attraversano la sfera temporale, linee guida della quarta edizione di Desert X AlUla, tra gli appuntamenti di AlUla Arts Festival 2026 (fino al 14 febbraio), nel calendario di AlUla Moments 2025-26. È proprio «Space Without Measure» il titolo della biennale di arte contemporanea (erede dell’esperienza di Land art californiana) curata da Wejdan Reda e Zoé Whitley con la direzione artistica di Neville Wakefield e Raneem Farsi, prodotta da The Desert Biennial con il sostegno della Royal Commission for AlUla (Rcu).
Nella cornice del deserto di AlUla, abitato dagli antichi popoli dei Nabatei (Hegra era la capitale meridionale del Regno, quasi speculare a Petra, capitale del Nord) e prima ancora dai Dadaniti e dai Lihyaniti, tra le rocce di arenaria rosa modellate dal vento e dalla sabbia, questa suggestiva manifestazione traduce in maniera vibrante, sia visivamente che dal punto di vista sonoro, il segmento di tempo sospeso tra passato e futuro, sollecitando un’ampia palette di emozioni. Il momento presente si proietta nell’eternità attraverso le opere site specific di 11 artiste e artisti sauditi e internazionali: Sara Abdu, Mohammad Alfaraj, lo scultore modernista Mohammed AlSaleem (1939-97), Tarek Atoui, Bahraini-Danish (collettivo costituito da Batool Alshaikh, Maitham Almubarak e Christian Vennerstrøm Jensen), Maria Magdalena Campos-Pons, Agnes Denes, Ibrahim El-Salahi, Basmah Felemban, Vibha Galhotra e Héctor Zamora. Dal Messico all’India, dal Sudan al Libano, lavorando in un contesto imprevedibile come lo è il deserto, ciascun autore ha esplorato le sue peculiarità, nella consapevolezza che, come afferma Khalil Gibran, «i sogni erano spazio senza misura».
Bahraini-Danish, «Bloom», 2026, Desert X AlUla. Photo: Manuela De Leonardis
Ibrahim El-Salahi, «Haraza Tree», 2026, Desert X AlUla. Photo: Manuela De Leonardis
Pioniera dell’arte ambientale, Agnes Denes ha realizzato nell’oasi una nuova «Living Pyramid»: a lei, insieme ad altri 4 artisti (tra loro Manal AlDowayan e Ahmed Mater) è stata commissionata anche un’opera per il museo en plein air Wadi AlFann (la Valle delle Arti) che aprirà nel 2028. L’attenzione a movimento, danza e musica è canalizzata, in particolare, dal lavoro di Tarek Atoui che sfida le modalità tradizionali della percezione del suono. Proseguendo il progetto presentato ad AlUla Arts Festival 2025, Atoui in «The Water Song» ha instaurato un dialogo intimo con la monumentalità del contesto attraverso l’acqua e la condensazione. Anche nella performance «Vertigo» della compagnia francese Chaillot-Théâtre national de la Danse con la musica dal vivo di Christophe Chassol, la natura s’intreccia alla creatività portando con sé i sentimenti più profondi che nel silenzio tessono una pausa di energia pura.
Spostandosi dal deserto al cuore della città-oasi, tra i numerosi eventi, tra cui Madrasat Addeera e AlUla Music Hub, in attesa dell’inaugurazione di «Arduna» (il primo febbraio), la mostra cocurata dal futuro museo di arte contemporanea di AlUla con il parigino Centre Pompidou, anche la personale «Intimate architectures of belongings» di Sara Abdu alla galleria Athr, la più importante del paese (la sede storica è a Gedda), la prima ad aver aperto nel 2022 un proprio spazio nel centralissimo AlJadidah Arts District. Proprio di fronte a questo cubo di corten intagliato, in quella che era una vecchia casa, la mostra «Not Deserted: AlUla’s Archives in Movement» organizzata da Villa Hegra (prima istituzione culturale Saudita-Francese attiva ad AlUla che sostiene la creazione contemporanea e lo scambio interculturale) sottolinea l’importanza degli archivi nella definizione di memoria collettiva, attraverso due diverse visioni. Le fotografie scattate nel 1910 nel sito di Hegra (il primo del Regno Saudita Patrimonio Culturale dell’Umanità Unesco) e nel paesaggio circostante dal fotografo amateur francese Tony André (1868-1953) che presenta una selezione di immagini del Fondo André di oltre 7mila tra negativi e diapositive provenienti dall’Iccd-Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, esposte per la prima volta in Arabia Saudita (questa sezione della mostra è curata da Louis Blin con la sottoscritta), e la ricerca del giovane filmmaker saudita Saad Tahaitah sviluppata durante la sua residenza d’artista a Villa Hegra sulle tracce del fotografo locale Omar Alwan, che negli anni ’80 e ’90 ha documentato paesaggi naturali, siti archeologici e le trasformazioni urbanistiche. Tahaitah ha incontrato la figlia e la nipote del fotografo che gli hanno aperto l’archivio di migliaia di fotografie, mettendogli a disposizione documenti, fotocamere, oggetti personali e anche i libri che lo stesso Alwan aveva pubblicato in arabo e inglese in edizioni oggi introvabili. L’archivio è uno spazio di tempo dilatato che Saad Tahaitah restituisce nel film documentario su colui che si definiva «l’amante di AlUla»: della sua città, infatti, amava tutto, dalle persone alle antiche vestigia, ma anche quelli che Marc Augé definisce «non luoghi».
Gli artisti e il team di Desert X 2026. Photo: Manuela De Leonardis
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