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Malekeh Nayiny, «My mother and her sister Homa», 2000 (particolare)

Courtesy dell’artista

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Malekeh Nayiny, «My mother and her sister Homa», 2000 (particolare)

Courtesy dell’artista

Dal 1979 il canto di battaglia delle artiste iraniane

Fin dalla Rivoluzione le donne, limitate nei diritti civili, punite, oppresse e censurate, protestano, denunciano, usano l’ironia e sfidano la normalità. Spesso guardando alla ribellione come a una condizione irrinunciabile dell’esistenza

Come dimenticare quella ragazzina che nel 1980, un anno dopo la Rivoluzione islamica, aveva dieci anni e che nel raccontare in prima persona la sua quotidianità improvvisamente stravolta dai nuovi diktat dei «barbuti» al potere, a Teheran, lascia trapelare senza filtri le sue emozioni? Sgomento, rabbia, paura, incertezza. La chiamavano «Rivoluzione culturale»: a scuola niente più classi miste, capelli al vento, lingue straniere, concerti pubblici, stadio... E tanti altri divieti, nonché altrettanti obblighi. Soprattutto per le donne iraniane, limitate nei diritti civili e punite per una lunga serie di comportamenti considerati inappropriati se non addirittura immorali. 

Nel 2001-02 la graphic novel autobiografica Persepolis di Marjane Satrapi (in Italia pubblicata da Rizzoli Lizard tra il 2002 e il 2023, con la traduzione di Cristina Sparagna e Gianluigi Gasparini, Ndr) è stato un caso letterario; nel 2007 è diventata anche un film d’animazione candidato all’Oscar. Satrapi scrive in francese perché è in Francia che è giunta nel 1994, dopo un periodo a Vienna per motivi di studio, lasciando non senza sofferenza i genitori, le amicizie, la vita di prima. Dal 2006 è naturalizzata francese e proprio un anno fa, nel gennaio 2025, ha fatto scalpore la sua rinuncia all’onorificenza della Legion d’Onore conferitale dallo Stato francese: una dichiarata protesta verso l’atteggiamento «ipocrita» della Francia nei confronti dell’Iran. Protesta è un sostantivo femminile che in quel meraviglioso e tormentato Paese che guarda il Golfo Persico, viene declinato in diverse maniere. 

Protesta è Leggere Lolita a Teheran, come indica il titolo del bestseller di Azar Nafisi: in copertina nella prima edizione Adelphi del 2004 un’emblematica fotografia di Abbas mostra il potere delle parole nel libro aperto tra le mani di una donna che lo sta leggendo, avvolta nello chador nero che ne cancella il volto. L’artista Parastou Forouhar, che dal 1991 vive in Germania, è particolarmente nota per la sua opera site-specific «Written Room» in cui viene esplorata l’ambivalenza del concetto dell’esistere/non esistere attraverso l’uso della scrittura persiana, farsi, che invade le pareti bianche, «imprigionata nel suo irriducibile grafismo pittorico di cui non può essere colto il significato». Per lei «protesta» significa tornare ogni anno a Teheran il 21 novembre. Quel giorno del 1998 i suoi genitori Parvaneh e Dariush Forouhar, dissidenti e attivisti politici, furono assassinati nella loro abitazione dai servizi segreti iraniani. Il suo ritorno non è semplicemente una commemorazione, è un atto d’accusa di cui parla anche Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003 e avvocato della famiglia Forouhar, nel suo libro La gabbia d’oro. Tre fratelli nell’incubo della rivoluzione iraniana (Rizzoli, 2009): «Il 21 novembre 1998 furono rinvenuti nella loro casa della capitale i corpi di Dariush Forouhar, segretario del partito Hezb-e Mellat-e Iran, e della moglie, Parvaneh Forouhar, che aveva partecipato insieme a me alla conferenza sui diritti delle donne di Seattle. Erano stati massacrati con decine di coltellate e mutilati». Ma una forma di protesta che è una «sfida alla normalità» può essere anche portare a spasso il proprio cane in uno spazio pubblico all’aperto. C’è una fotografia della fotoreporter iraniano-canadese Parisa Azadi del progetto «Ordinary Grief» (2017-22) in cui una giovane donna di nome Roqayegh passeggia in un parco di Teheran con i suoi due pastori tedeschi. In Iran si può finire in prigione per una cosa del genere oppure i cani possono essere portati via dalla polizia perché, come afferma la stessa Azadi, «possedere animali domestici è fortemente stigmatizzato dal regime». 

Shadi Ghadirian, «Qajar», 1998. Courtesy dell’artista e Silk Road Gallery

Che dire, poi, dei colori? Anche questi possono essere un gesto di protesta dietro cui si cela la riappropriazione di un passato che non tornerà mai più, come per Malekeh Nayiny che studiava a Syracuse, negli Stati Uniti, quando è scoppiata la Rivoluzione islamica e non è mai più tornata a vivere nel suo Paese. Nella serie «Updating a family album» (1997-2000) attraverso le sue foto di famiglia (dalle albumine ai ritratti degli anni ’50 e ’60 dove sua mamma e sua zia posano vestite «all’occidentale») c’è il racconto dei cambiamenti sociali dell’Iran. L’uso di un software è lo strumento per elaborare e manipolare digitalmente quelle vecchie immagini che riprendono vita, frammenti di passato restituiti al presente in una forma di realtà «virtuale». Anche Shirin Neshat era una studentessa negli Stati Uniti già da cinque anni quando è scoppiata la Rivoluzione khomeinista e dal 1983 vive stabilmente a New York. Lasciando lentamente andare la nostalgia che l’ha consumata a lungo, attraverso fotografie, film, video, installazioni e anche con la regia di opere teatrali (la più recente è «Orfeo ed Euridice» al Teatro Regio di Parma; cfr. intervista a p. 16), l’artista ha dato voce a una protesta che rifugge dalle etichette, guardando alla ribellione come a una condizione irrinunciabile dell’esistenza. Al linguaggio metaforico e onirico, tra subconscio, allegorie e simboli, è affidata una visione che attinge al reale ma allo stesso tempo se ne discosta, per trasformare l’unicità dell’esperienza nell’universalità plurale. 

La trasposizione simbolica di immagini è un escamotage necessario soprattutto per autrici e autori che vivono in Iran, come Shadi Ghadirian, Gohar Dashti e Newsha Tavakolian che, malgrado la celebrità a livello internazionale, devono fare i conti con una censura onnipresente. La precarietà di un equilibrio che sconfina costantemente tra il detto e il non detto indirizza molto del loro lavoro, come in qualsiasi regime che nega al suo popolo i diritti più basilari. Chi stabilisce che cosa si può o non si può dire? Malgrado ciò, il meccanismo totalitario e sistematico della censura ha un nemico inossidabile che si chiama «ironia» (nelle varianti di sarcasmo, umorismo, satira) e che nella sua sana e vitale disobbedienza lascia uno spiraglio di possibilità. Shadi Ghadirian e Gohar Dashti, ad esempio, mettono in scena una visione «surreale», sia in opere fotografiche in cui affiorano le esperienze drammatiche della sanguinosa guerra Iran-Iraq (1980-88) sia in altre più recenti. Se Ghadirian in «Seven Stones» (2023) si focalizza più sulla pesantezza del clima politico con le sue ripercussioni sui rapporti sociali anche all’interno dell’intimità domestica, Dashti nella serie «Silver Cypress» (2024), realizzata durante la sua residenza d’artista alla Fondazione Civitella Ranieri di Umbertide (Pg), riflette sulla natura, traendo ispirazione dal poema epico persiano Shahnameh di Firdusi. Anche Newsha Tavakolian (è lei l’autrice della potentissima serie «Listen» del 2010 in cui giovani donne iraniane in hijab e chador posano nelle strade di Teheran indossando i guantoni da boxe), membro dell’agenzia Magnum e vincitrice del Photo Grant di Deloitte 2023, trova un bilanciamento tra il fotogiornalismo e la fotografia concettuale. «È come quando si ha il naso chiuso e non si può respirare, allora per sopravvivere bisogna respirare con la bocca. La fotografia artistica è il mio nuovo modo di respirare in un mondo soffocato dalla censura», afferma la fotoreporter. 

Anche agli oggetti viene spesso demandato il ruolo di veicolare un messaggio di protesta per la riappropriazione dei propri diritti, anche solo attraverso la finzione: che sia un paio di occhiali da sole, il casco per la motocicletta, la radio, la macchina fotografica, il giornale o la bicicletta. Nell’affrontare i paradossi della condizione femminile tra tradizione e modernità, la stessa Ghadirian in uno dei suoi primi lavori, la celeberrima «Qajar series» (1998), ricrea fotografie di studio ispirandosi ai ritratti ottocenteschi delle mogli e concubine dello scià Nasser al-Din, appassionato di fotografia e lui stesso fotoamatore, che aveva creato il proprio studio fotografico nell’antico Palazzo del Golestan a Teheran. Dal bianco e nero delle sue stampe ai sali d’argento ai coloratissimi collage digitali di Rabee Baghshani che con più leggerezza e un tocco di glamour, nell’ispirarsi a quelle stesse foto d’epoca trasforma il «proibito» in iconiche immagini da copertina (una versione persiana di «Vogue») intrecciando moda, cultura, storia, tradizione e identità. A queste straordinarie artiste e a tutte le donne iraniane che combattono ogni giorno per la libertà, nel ricordo di Mahsa Amini (arrestata e deceduta nel 2022), ma anche di tutte coloro che sono scese in piazza gridando lo slogan «Woman, Life, Freedom» e che oggi protestano, a costo della propria vita, bruciando con la sigaretta l’immagine del leader supremo Ali Khamenei, vanno le parole di un’altra grande donna, la poetessa Forugh Farrokhzad (1934-67): «Diventa torrente di rabbia, odio e dolore, e rovescia la pietra dell’oppressione», scrive Farrokhzad nella poesia Canto di battaglia (1953-54). 

Manuela De Leonardis, 25 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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