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Ian Berry

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Ian Berry

Addio a Ian Berry, l’occhio coraggioso che raccontò l’apartheid e conquistò Magnum

Si è spento a 92 anni il celebre fotogiornalista britannico. Unico testimone civile del massacro di Sharpeville nel 1960, ha segnato la storia del reportage moderno

Valeria Sermonti

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Il mondo del fotogiornalismo piange la scomparsa di Ian Berry, uno dei membri più stimati della storica agenzia Magnum Photos, deceduto il 13 settembre all’età di 92 anni. Con una carriera leggendaria durata ben 65 anni, Berry non solo ha impresso una traccia profonda nella storia dell’agenzia, ma ha dato un contributo insostituibile all’evoluzione del reportage contemporaneo.

Nato nel Lancashire nel 1934 e cresciuto a Preston, Berry scopre fin da ragazzo una forte passione per i viaggi e la scoperta. La prima grande svolta avviene in Sudafrica, dove riesce a farsi ingaggiare per un anno come assistente del fotografo Roger Madden, a sua volta ex collaboratore del celebre paesaggista americano Ansel Adams. Sotto la guida di Madden, il giovane Berry apprende la tecnica e il rigore dell’uso della fotocamera di grande formato 4x5.

Dopo un breve rientro nel Regno Unito, torna a Johannesburg per lavorare con il Sunday Times Group. È in questo periodo che viene a sapere che Tom Hopkinson, ex direttore della prestigiosa rivista britannica «Picture Post», sta per lanciare la nuova testata «Drum». Berry lo contatta immediatamente e ottiene l’incarico. L’esperienza a «Drum» si rivela decisiva: ne amplia la visione documentaria e gli permette di comprendere a fondo la drammatica realtà politica del Sudafrica durante il regime dell’apartheid.

Il nome di Ian Berry rimane indissolubilmente legato al tragico massacro di Sharpeville, avvenuto il 21 marzo 1960, quando gli agenti di polizia aprirono il fuoco contro una folla di manifestanti anti-apartheid. All’arrivo della stampa sul luogo della protesta, le forze dell’ordine intimarono a tutti i giornalisti di allontanarsi pena l’arresto, ma l’automobile su cui viaggiava Berry scelse di rimanere.

«Avevo scambiato due parole con la polizia e la folla non mi sembrava aggressiva; pensavo non sarebbe successo nulla, ha raccontato Berry a “Vice”. Ma non appena tornai verso l’auto, la polizia aprì il fuoco. I corpi iniziarono a cadere ovunque. Avevo solo un paio di Leica con me, un obiettivo grandangolare e uno normale. Semplicemente, iniziai a fotografare le persone che correvano verso di me. Quando capii che stavano uccidendo tutti intorno a me, mi gettai nell’erba. Cessato il fuoco, mi rialzai: eravamo rimasti in piedi solo io e un’altra persona».

Berry fu l’unico testimone civile e non appartenente alle forze dell’ordine presente sul posto. Le sue immagini sconvolgenti e storiche si rivelarono fondamentali durante il processo per dimostrare l’innocenza delle vittime. Negli stessi mesi, Berry documentò anche la complessa crisi del Congo all’indomani dell’indipendenza nel giugno 1960, inclusa la secessione del Katanga.

Impressionato dai reportage di Sharpeville, fu proprio Hopkinson a mettere Berry in contatto con la prestigiosa agenzia Magnum. Nel 1962, a Parigi, il ventottenne Berry incontrò per la prima volta Henri Cartier-Bresson. Un colloquio inizialmente deludente: Cartier-Bresson appariva perplesso di fronte alle sue foto. Ma l’equivoco venne chiarito subito dopo: il maestro francese non voleva giudicare le stampe finite, ma esaminare i provini a contatto per capire come il giovane fotografo pensasse e costruisse la scena.

Superato l’esame, Berry entrò in Magnum, diventandone membro effettivo nel 1967. Cartier-Bresson divenne per lui un mentore prezioso, donandogli un insegnamento che lo avrebbe accompagnato lungo tutta la sua lunga carriera: «Se in un anno riesci a scattare anche solo una buona fotografia, è già tantissimo». Un monito al rigore e all’umiltà per un maestro che ha fatto della verità visiva la ragione di una vita.

Valeria Sermonti, 17 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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