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Redazione
Leggi i suoi articoliAffacciato sull’Adriatico, su un piccolo isolotto di fronte alla costa di Vieste, il faro di Santa Eufemia entra ufficialmente tra i beni culturali tutelati dallo Stato. Il Ministero della Cultura ne ha riconosciuto l’interesse storico e architettonico, disponendo l’applicazione delle misure di salvaguardia previste dal Codice dei beni culturali e del paesaggio. Un riconoscimento che protegge non soltanto un edificio simbolo del paesaggio garganico, ma anche una storia strettamente legata alla navigazione e alle rotte dell’Adriatico.
Progettato nel 1863 da Francesco Arrio, ingegnere capo del Genio civile di Foggia, il faro nacque nell’ambito del programma di ammodernamento dei segnalamenti marittimi avviato dopo l’Unità d’Italia. La struttura, caratterizzata da una torre a pianta ottagonale, murature in pietra calcarea e facciate rivestite in travertino, raggiunge un’altezza di 40 metri sul livello del mare. Sebbene la documentazione riporti date discordanti sulla sua accensione, il faro è diventato nel tempo un riferimento essenziale per i naviganti. Nel 2016 è stato inoltre interessato da interventi di recupero.
Il decreto, firmato da Francesca Romana Paolillo, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bari, riguarda specificamente l’edificio e si aggiunge alla tutela archeologica già estesa dal 1987 alle altre aree dell’isolotto. Le misure di protezione resteranno valide anche in caso di futuri passaggi di proprietà.
Ma Santa Eufemia custodisce un patrimonio che affonda le radici ben oltre l’Ottocento. All’interno di una grotta scoperta nel 1987 sono state individuate oltre 200 iscrizioni votive e celebrative in greco e latino, accompagnate da simboli sacri e riferimenti al mondo della navigazione. Le testimonianze più antiche risalgono al III secolo a.C. e comprendono dediche a Venere Sosandra, divinità invocata anche come protettrice dei naviganti. Nell’ipogeo maggiore si conserva inoltre un’iscrizione del 1002 attribuita a Pietro Orseolo II, doge di Venezia e della Dalmazia. Tra il 2021 e il 2023, le Università di Foggia e Bari hanno condotto campagne di scavo nella grotta e nell’area adiacente, contribuendo a ricostruire la storia di un luogo frequentato fin dall’antichità.
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