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Anna Saba Didonato
Leggi i suoi articoliA Napoli va in scena, per la prima volta, la fotografia di Carlo Mollino (Torino, 1905-73), figura complessa ed enigmatica della storia culturale italiana del ’900. Professore universitario e stimato professionista, artista geniale e poliedrico, Mollino coltivava interessi che spaziavano dalla fotografia all’architettura, dal design alla scrittura, dall’automobilismo all’aviazione, fino ad arrivare allo sci. Eppure, fra tutte le discipline, è l’arte fotografica a permeare osmoticamente la sua eclettica esistenza. Come scrive Francesco Zanot nel volume Carlo Mollino. Photographs 1934-1973 (Silvana Editoriale, 2018), la fotografia è stata per lui lo strumento per scrivere la propria autobiografia e restituircela a posteriori. Attraverso l’obiettivo, Mollino documenta i progetti architettonici e di design, conserva memoria dei suoi viaggi e delle architetture che lo avevano colpito e registra le tracce lasciate sulla neve fresca dagli sciatori professionisti per poterle studiare. Al contempo, porta avanti una personalissima sperimentazione artistica, tesa con ossessione verso un ideale di bellezza pressoché irraggiungibile. A quest’ultima tipologia appartengono le oltre 1.200 polaroid che Mollino scatta dal 1962 al 1973, anno della sua scomparsa.
Cento di questi scatti istantanei, sensuali, magnetici e dal fascino boudoir, sono esposti alla Galleria Al Blu di Prussia, nella mostra «Polaroid», a cura di Maria Savarese, visitabile fino al 2 gennaio 2027. Le immagini, di grandissima qualità, dai colori caldi, restituiscono una resa quasi materica delle superfici. Sono il risultato di quell’eccezionale cura che Mollino dedicava allo scatto, non solo negli aspetti strettamente tecnici, ma già in fase preparatoria: dalla scelta dell’ambientazione alla selezione delle modelle (amiche, ballerine, entraîneuse) e delle loro acconciature, dal controllo delle luci alla scelta dei capi (lingerie, abiti da sposa, drappi di vari colori e tipologie) e delle calzature che avrebbero indossato, e che acquistava personalmente. Ogni Polaroid va intesa come parte di una serie in cui Mollino scatta ossessivamente per raggiungere la perfezione formale ideale, in una tensione continua, cercando di ottenere il massimo controllo sul risultato e ricorrendo anche al ritocco a mano, lì dove necessario, per correggere silhouette e imperfezioni. Le modelle, nude o vestite, assumono pose erotiche, più o meno esplicite, o vagamente ammiccanti. Non a caso le Polaroid erano destinate a una fruizione strettamente privata. Oggi, al contrario, sono esposte allo sguardo del vasto pubblico di mostre e aste, che sembra tingersi di voyeurismo alla luce delle modalità con cui furono originariamente concepite. L’istantaneità del mezzo fotografico consentiva di bypassare i laboratori di sviluppo, salvaguardando quella segretezza venuta meno solo dopo la morte dell’artista, in seguito al loro casuale ritrovamento.
Se una parte del corpus è stata rinvenuta a Villa Zaira, dove probabilmente furono cestinate per ragioni moralistiche, e nel palazzo di via Napione a Torino (oggi Museo di Casa Mollino), le 100 fotografie in mostra provengono dal Fondo «Carlo Mollino», di proprietà dell’Agenzia del Demanio e custodito presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino (Sezione Archivi Biblioteca Gabetti). Furono messe in salvo subito dopo la sua morte grazie al tempestivo intervento di alcuni colleghi, che le prelevarono dallo studio di via Pamparato insieme alla documentazione professionale. Anche le Polaroid fanno riferimento a quel concetto di trasfigurazione che secondo Mollino è proprio della fotografia, come teorizzato nel suo libro di estetica e storia del medium fotografico, Il messaggio della camera oscura, Chiantore, Torino (1949). Trasformare la realtà o creare una realtà alternativa sotto la guida registica dell’autore, questa è la sua finalità. La sua fotografia è lontana dal presente, quanto radicata nel passato (dall’antico Egitto all’epoca greco-romana, dal Barocco alle Avanguardie storiche, dal Rococò all’Art Nouveau) e proiettata nel futuro, all’insegna della sperimentazione continua. Si era cimentato con la fotografia in bianco e nero e a colori, su pellicole e diapositive, e con le varie macchine fotografiche allora disponibili: oltre che con la Polaroid, anche con la Leica, la Plaubel, la Minox e la Rolleiflex.
Oltre al percorso espositivo, nella sala cinema della Galleria sarà proiettato il docufilm «Mollino» (2023), con la regia di Chiara Crespi (prodotto da Basement HQ), che racconta il mondo dell’artista attraverso interviste a chi l’ha conosciuto. «Ogni intervistato ha vissuto Mollino in modo diverso: chi è stato suo allievo, chi ha collaborato con lui come architetto, fino a testimoni più recenti, persino chi è intervenuto sulle sue opere alterandone l’identità originaria. Un tracciato atipico della vita di Mollino», spiega la regista. Sulla scia delle credenze legate all’idea di una Torino magica ed esoterica, c’è chi ha visto nell’eclettismo dell’architetto simbologie massoniche o interessi per l’occulto. «Cercando di assolvere Mollino dalle accuse di occultismo, mi sono ritrovata all’interno di una loggia massonica, racconta Crespi. La partecipazione del suo Maestro Venerabile è entrata a far parte del documentario, fino a diventarne l’equilibrio». Questo avvincente viaggio è però destinato a continuare. «Mi piacerebbe ampliare il documentario, allargando lo sguardo anche oltre l’Italia. Credo che sarebbe interessante capire che cosa succede quando il suo universo viene osservato da lontano. Inoltre, molte delle sue architetture sono state distrutte o profondamente trasformate, e oggi gli archivi sono spesso l’unica traccia di quei capolavori scomparsi. È anche da qui che nasce, insieme all’architetta e curatrice Marilia Lezou, un nuovo esperimento: trasformare i suoi fantasmagorici interni e le fotografie d’archivio in un’esperienza immersiva. Forse è un altro modo per continuare a fare quello che Mollino ci ha insegnato, meglio di chiunque altro: confondere il confine tra ciò che è reale, ciò che è immaginato e ciò che vorremmo fosse ancora possibile», conclude Crespi.
Una delle Polaroid di Carlo Mollino
Anna Saba Didonato
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