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Una veduta dell’installazione «untitled 2006 (palm pavilion)», 2006-08, di Rirkrit Tiravanija da kurimanzutto a Città del Messico, 2008, collection of Inhotim Institute, Minas Gerais, Brasile

Courtesy l’artista e kurimanzutto

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Una veduta dell’installazione «untitled 2006 (palm pavilion)», 2006-08, di Rirkrit Tiravanija da kurimanzutto a Città del Messico, 2008, collection of Inhotim Institute, Minas Gerais, Brasile

Courtesy l’artista e kurimanzutto

A Milano Rirkrit Tiravanija sfida, per gioco, i visitatori

Al Pirelli HangarBicocca inaugura la più grande retrospettiva dedicata sulla sola pratica spaziale e architettonica dell’artista thailandese 

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Un’infanzia e una prima gioventù nomadi e quindi povere di vere amicizie e di relazioni umane profonde, come accade ai figli (quale lui è) dei diplomatici. E vissute per di più tra Buenos Aires, Bangkok e Addis Abeba, luoghi allora periferici rispetto ai grandi circuiti internazionali dell’arte. Poi, improvvisamente, il brusco atterraggio in Canada e subito dopo a Chicago e New York, le città dove invece tutto accadeva, e dove lui si è formato come artista. Sono queste le radici che nutrono il pensiero di Rirkrit Tiravanija (nato a Buenos Aires nel 1961, vive e lavora tra New York, Berlino e Chiang Mai, in Thailandia, dove ha creato una comunità di artisti) e davvero non stupisce che, da sradicato quale è stato per tanto tempo, la sua ricerca ruoti soprattutto intorno alle relazioni tra individui, all’atto così denso di simboli del condividere il cibo, al desiderio di creare «rifugi»: case che ai suoi occhi prendono forma e valore ben più per effetto delle presenze e delle interazioni di chi ci vive che per il nome dell’architetto. «Il mio obiettivo, dice, non è fare oggetti ma avere relazioni, sorridere alla gente per strada», e infatti per lui è fondamentale stimolare una stretta interazione anche tra i suoi lavori e i visitatori che, secondo i princìpi dell’arte relazionale, diventano coautori delle opere. A loro Tiravanija chiede di sostare, giocare, ascoltare musica, rilassarsi o di mangiare insieme, fra sconosciuti, ed è questo l’aspetto del suo lavoro che più colpisce (lui che cucina piatti thailandesi, lui che distribuisce cibo ai visitatori) e sul quale si è più soffermata la critica. 

Vicente Todolí e Lucia Aspesi, direttore artistico e curatrice di Pirelli HangarBicocca e cocuratori della grandiosa retrospettiva presentata qui, hanno perciò puntato sul tema meno indagato (e così appropriato per questi spazi giganteschi) dell’«abitare», dando vita alla più grande retrospettiva mirata sulla sola pratica spaziale e architettonica di Tiravanija. 

Intitolata «The House that Jack Built», da una filastrocca inglese dell’800, la mostra è visibile dal 26 marzo al 26 luglio ed è accompagnata da una monografia con contributi di studiosi, schede delle opere e un’inedita conversazione fra l’artista e i curatori. Ne parliamo con loro.

Con ogni sua opera Rirkrit Tiravanija tende a creare una comunità, un’attitudine che sembra derivare dalla sua vicenda biografica, segnata dal senso di alterità e di sradicamento che ha vissuto arrivando in America. 

Vicente Todolí: La sua vita, è vero, gli ha posto delle domande. In lui convivono tante culture ma la sua radice è in Thailandia: dopo New York e Berlino, lui va sempre, per mesi, in Thailandia e lì letteralmente sparisce, per compiere un viaggio interiore nelle sue origini. La Thailandia per lui è una rampa di lancio da cui decollare per atterrare in altre comunità. Quando nel 1989, a Chicago, visita l’Art Institute e nota come gli artefatti thailandesi e delle altre culture non occidentali siano decontestualizzati, si chiede: «Dov’è, qui, la vita di questi oggetti?»

Una veduta dell’installazione «untitled 1998 (domino)», 1998, di Rirkrit Tiravanija alla Galerie Chantal Crousel, Parigi, 1998. Courtesy l’artista e Galerie Chantal Crousel, Parigi. Foto: Florian Kleinefenn

Infatti lancia la minaccia di «bruciare» l’Art Institute perché, museificandoli, ha snaturato gli artefatti di quelle culture. Ma non è ciò che fa anche lui, appropriandosi e riproducendo nei suoi lavori gli edifici di famosi architetti occidentali? 
V.T.: In realtà no, perché non si tratta di un’appropriazione. Lavora infatti con l’idea della replica, ma non è mai totalmente fedele (per esempio usa la scala 1:2 o cambia i materiali) e inoltre ogni sua scelta ha una ragione. Quando con «untitled 2006 (palm pavilion)» (2006-08) ricrea la «Maison Tropicale» (1949-51) di Jean Prouvé, sceglie quell’architettura pensata per le colonie francesi in Africa proprio perché legata al tema del colonialismo.

Lucia Aspesi: Si tratta  per lui di un modulo su cui ragionare, come quando cita la «Dom-Ino House» (1914) di Le Corbusier: un modello affascinantissimo ai suoi occhi, anche perché non fu mai realizzato. Per lui conta l’aspetto abitativo, infatti non cerca mai architetture monumentali ma quotidiane, essenziali. 

V.T.: Questo ci porta alla vera origine dell’architettura, che nasce da una radura nel bosco, dove si accende un fuoco, intorno al quale poi la vita si sviluppa. L’architettura, per lui, è il modo in cui abitiamo lo spazio.

Infatti una sua recente mostra al PS1 di New York s’intitolava «A lot of peole», la stessa formula che figura, insieme ai dati dei materiali, nella didascalia di tanti sui lavori. Come avete messo in atto questo modello nella mostra?
L.A.: Dopo «untitled 2026 (demo station n. 9)» (2026), il podio a spirale che, in apertura, cita il «Raumbühne» (1924) dell’austriaco Friedrich Kiesler (dove si potranno tenere attività con associazioni ed enti milanesi attivi nel sociale), la Navata è percorsa da un labirinto di ponteggi metallici le cui pareti sono realizzate con il tessuto arancione tipico delle vesti dei monaci buddhisti. Sarà un unico, grande attraversamento con più vie... 

V.T.: ...che ad alcuni ricorderà le strade affollate dei mercatini di Bangkok, ad altri, chissà, una passeggiata in un bosco.     

L.A.: Sì, perché nel suo lavoro la dimensione ludica è essenziale: una sfida divertente per i visitatori. Nel labirinto si aprono gli spazi in cui sono presentate le sue installazioni, una delle quali, «untitled 1995 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of the Storken day care center, ages 5 to 7)» (1995- 2026), ispirata alla «Single Family House No. 47» (1930) dell’architetto svedese Sigurd Lewerentz) e destinata ai soli bambini, sarà arredata proprio dagli studenti di una scuola del distretto di Bicocca. 

V.T.: Il labirinto si chiude con «untitled 1996 (rehearsal studio no. 6, open version)» (1996), una struttura attrezzata come studio di registrazione aperto a tutti, replica dello studio in cui lui suonava con gli amici negli anni ’90 a New York. Il percorso di mostra si conclude nello spazio del Cubo con «the house the cat built» (2008-09/2026), una casa di legno in cui, secondo la sua attitudine, ha riunito opere di artisti amici o a lui affini. Del resto, anche nel comporre la mostra ha coinvolto tutti noi del team e ha talora riformulato le sue idee in base alle nostre proposte. Rirkrit non è un artista egocentrico ma un artista che si apre verso il mondo e verso gli altri. 

Una veduta dell’installazione «untitled 2024 (demo station n. 8)», 2024, al Gropius Bau, Berlino. Courtesy l’artista © Gropius Bau. Foto: Guannan Li

Ada Masoero, 24 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

A Milano Rirkrit Tiravanija sfida, per gioco, i visitatori | Ada Masoero

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