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Di fronte al Whitney Museum, sull’Hudson River, l’installazione «Day’s End» di David Hammons, monumentale e quasi invisibile, celebra la storia della comunità gay locale

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Di fronte al Whitney Museum, sull’Hudson River, l’installazione «Day’s End» di David Hammons, monumentale e quasi invisibile, celebra la storia della comunità gay locale

A Lower Manhattan, intorno al New Museum e al Whitney Museum, dove l’arte esce dai confini delle istituzioni

A pochi quartieri di distanza l’uno dall’altro, marzo offre l’occasione per esplorare la ricca scena artistica di Downtown, tra spazi non profit, studi di artisti e arte pubblica

Maurita Cardone

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Lower Manhattan è una macchina del tempo. Qui l’arte si misura con la città come infrastruttura, uscendo dai confini delle istituzioni. Con la Biennale del Whitney e la riapertura del New Museum, a pochi quartieri di distanza l’uno dall’altro, marzo offre l’occasione per esplorare la ricca scena artistica di Lower Manhattan (o Downtown). Un modo per leggere New York dal basso, geograficamente ma anche culturalmente, perché qui le trasformazioni partono dalla strada e poi arrivano nei musei

Punto di partenza ideale è Essex Crossing, un’area rimasta fino a pochi anni profondamente popolare, dove oggi i vecchi caseggiati sono schiacciati dai grattacieli. Qui, al 79 di Essex Street, c’è l’International Center of Photography (Icp), scuola e museo di fotografia fondato nel 1974 da Cornell Capa per promuovere la fotografia come strumento di cambiamento sociale. L’Icp ha un ruolo «civico», non solo perché la fotografia è il linguaggio con cui New York si racconta, ma anche perché è un luogo poroso che lascia entrare il quartiere sia nei suoi contenuti che nelle sue attività. Siamo nel Lower East Side, un melting pot popolare con una storia di immigrazione, radicalismo e creatività. Il museo ha una vasta collezione di immagini che documentano la vita della comunità locale, scattate da fotografi che spesso di quelle comunità erano parte. 

Per una vera immersione nella storia del quartiere, a pochi passi da qui, vale una visita il Tenement Museum, dedicato alla vita quotidiana degli immigrati che a inizio Novecento si affollavano in caseggiati come quello che accoglie il museo. La comunità di questo quartiere è sempre stata socialmente impegnata, fin da quando qui avevano casa e ufficio anarchici e rivoluzionari come Emma Goldman. Questo spirito radicale si riflette anche nell’arte che è incontro prima che oggetto. Prima dei grattacieli, il Lower East Side era il cuore della controcultura, grazie a una costellazione di centri culturali, enti non profit, collettivi, teatri sperimentali, case occupate e community garden. 

Oggi la pressione immobiliare rende fragile questo ecosistema, ma lo spirito sopravvive in luoghi come White Box, non profit sperimentale fondata nel 1998, e Howl!, galleria, archivio e centro culturale dedicato all’eredità artistica e poetica della zona. Tra i capostipiti degli spazi nati dagli artisti e per gli artisti c’è Artists Space che nella semplicità del suo nome ha tutta la sua filosofia e oltre cinquant’anni di impegno nel sostenere e presentare pratiche indipendenti. Dove arte e sociale si intrecciano, anche il confine tra spazio espositivo e spazio urbano sfuma. Accade con «Subway Map Floating on a New York Sidewalk» (1985), opera di Françoise Schein incastonata nel marciapiede davanti al 110 di Greene Street; accade con Mmuseumm, minuscolo museo in un ex montacarichi su Cortlandt Alley che raccoglie manufatti della vita contemporanea, e accade con Storefront for Art and Architecture, una vetrina al 97 di Kenmare Street che è un laboratorio di idee sullo spazio urbano. 

E poi c’è l’arte sui muri: quella spontanea di Freeman Alley e quella dello Houston Bowery Wall, che da decenni invita artisti da tutto il mondo a intervenire sullo stesso muro reso celebre dal murale donato da Keith Haring alla comunità alla fine degli anni Settanta. Uno dei segni più visibili dell’approccio radicale con cui qui l’arte interagisce con la città è un piccolo giardino all’angolo tra LaGuardia Place e Houston Street. Non è un community garden, ma «Time Landscape», land art di Alan Sonfist del 1978: un frammento di foresta precoloniale ricreato con piante native, riflessione sull’impatto umano sulla terra e sul concetto di «nativo» in un quartiere di immigrati. La terra entra invece dentro gli spazi abitativi in «Earth Room» di Walter De Maria, visitabile su prenotazione al 141 di Wooster Street. L’installazione è uno strato di terra di 197 metri cubi che ricopre uno spazio di 335 metri quadrati al secondo piano di un edificio storico. Il fatto che siamo ormai a SoHo, quartiere oggi dominato dal consumismo e dalla carenza di spazio, rende quest’opera ancora più significativa di quanto non fosse quando fu installata, nel 1977. 

Maurita Cardone, 06 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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