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kekahi wahi (Sancia Miala Shiba Nash and Drew K. Broderick) e Bradley Capello, still da «20-minute workout (work in progress)», 2023

© kekahi wahi

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kekahi wahi (Sancia Miala Shiba Nash and Drew K. Broderick) e Bradley Capello, still da «20-minute workout (work in progress)», 2023

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Per la Whitney Biennial l’arte americana è unita dalle differenze

Nell’82ma edizione della mostra di New York «l’imperialismo e il colonialismo sono parti integranti della storia dell’arte americana del XX e XXI secolo. Abbiamo incluso artisti provenienti da regioni plasmate dall’occupazione militare o dall’influenza geopolitica degli Usa», spiega il curatore Drew Sawyer

Maurita Cardone

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Fin dalla sua fondazione nel 1932, la Whitney Biennial è stata un barometro dell’arte contemporanea statunitense: a volte controversa, spesso dalla forte identità, sempre in grado di riflettere le mutevoli realtà artistiche, sociali e politiche del momento. L’edizione 2026, aperta al Whitney Museum of American Art e curata da Drew Sawyer e Marcela Guerrero, prosegue questa tradizione ripensando al contempo il presupposto stesso di ciò che è arte americana oggi. Attraverso oltre 300 studio visit, i curatori hanno selezionato 56 artisti, duo e collettivi che creano una conversazione su infrastrutture e relazionalità, imperialismo ed ecologia. 

Drew Sawyer, come si posiziona l’edizione 2026 all’interno della storia della biennale più longeva degli Stati Uniti?
Quando abbiamo iniziato a lavorare alla biennale, questa domanda è stata il punto di partenza per me e Marcela. Abbiamo dedicato molto tempo a esaminare le biennali passate e a parlare con i curatori delle edizioni più recenti. Due punti di riferimento particolarmente importanti sono stati l’edizione 1993, nota per aver messo in primo piano il multiculturalismo e le politiche identitarie, e la mostra del 2012, che ha sperimentato con lo spazio, lasciando un intero piano vuoto per performance e residenze. Fin dall’inizio, abbiamo deciso di non partire da un tema fisso, infatti la mostra non ha un titolo. Volevamo invece che a guidarci fossero le conversazioni con gli artisti. Da questi incontri, diverse preoccupazioni interconnesse hanno iniziato a emergere organicamente. Una domanda che ogni biennale si pone è: che cos’è l’arte americana? Tradizionalmente, la mostra è intesa come un’istantanea della produzione artistica negli Stati Uniti nei due anni precedenti. Ma abbiamo voluto pensare in modo più ampio, includendo artisti provenienti da regioni plasmate dall’occupazione militare o dall’influenza geopolitica degli Stati Uniti. Questa cornice più ampia è diventata centrale nel nostro approccio alla mostra.

Nel definire che cos’è l’arte americana oggi, sembra che abbiate ridefinito l’idea stessa di «America».
L’arte americana, storicamente, ha significato opere prodotte all’interno degli Stati Uniti territoriali, sebbene abbia sempre incluso immigrati e, a volte, americani residenti all’estero. Volevamo estendere ulteriormente questa cornice, considerare opere prodotte in regioni plasmate dalla presenza statunitense. In tutta la mostra, l’arte americana emerge non come una categoria fissa, ma come un insieme di relazioni, a volte astratte, a volte storiche, che collegano diverse geografie ed esperienze. Abbiamo concepito l’impero americano e il colonialismo come parti integranti della storia dell’arte americana del XX e XXI secolo. 

Quali urgenze culturali o politiche hanno plasmato il vostro pensiero curatoriale?
Il periodo di ricerca è stato relativamente breve e nel frattempo il mondo è cambiato rapidamente; non volevamo che la mostra risultasse legata a eventi specifici che avrebbero potuto presto sembrare datati. Un tema emerso con forza è stato quello delle infrastrutture, sia letterali sia metaforiche. Diversi artisti hanno riflettuto su infrastrutture fisiche, come i sistemi di trasporto, ma anche sulle infrastrutture militari e imperialiste. Allo stesso tempo, eravamo interessati a quelle che potremmo definire infrastrutture «soft»: legami sociali, relazioni familiari e sistemi di cura che sostengono la vita quotidiana. Molti artisti hanno anche esplorato le relazioni interspecie, connessioni tra esseri umani, animali e sistemi ecologici.

Nella mostra convivono media, pratiche e generazioni diverse.
Sebbene io abbia una formazione in fotografia e Marcela in arte latinoamericana, volevamo lavorare oltre queste specializzazioni. La mostra è intergenerazionale e abbraccia artisti nati dagli anni Trenta alla fine degli anni Novanta. In termini di media, la distribuzione è equilibrata: fotografia, film, pittura, scultura, suono e disegno. Abbiamo anche riflettuto sull’effetto sul visitatore: volevamo creare ambienti emozionali diversi piuttosto che un unico tono dominante.

Ash Arder, «Consumables», 2023, collezione dell’artista (particolare). Courtesy dell’artista. Foto Clare Gatto

Quale esperienza sperate possano vivere i visitatori?
Abbiamo riflettuto molto sull’atmosfera, su come le mostre creano ambienti emozionali e sensoriali. Alcune opere sono state concepite per spazi specifici. Volevamo che i visitatori sperimentassero una gamma di stati emotivi e percepissero come questi registri affettivi risuonino con diversi aspetti della vita contemporanea.

Come bilanciate accessibilità e complessità?
Questo equilibrio è stato cruciale. Abbiamo ridotto significativamente i testi interpretativi, le didascalie alle pareti sono concise e principalmente descrittive, mentre l’audioguida mette in primo piano le voci degli artisti. Non volevamo imporre un significato. L’interpretazione si costruisce sempre attraverso la ricezione e le opere spesso accumulano significati nel tempo. Abbiamo preferito lasciare ai visitatori lo spazio per generare le proprie letture. 

Ci sono nuove commissioni?
Si tratta per metà circa di opere esistenti e per metà di opere nuove o recenti. In alcuni casi gli artisti stavano già sviluppando progetti che abbiamo poi incluso. In altri casi, abbiamo commissionato nuove opere e abbiamo lavorato con gli artisti durante tutto il processo.

Questa biennale è un ritratto dell’America contemporanea?
Nessuna mostra da sola può catturare tutto ciò che l’America è. Piuttosto, abbiamo cercato di presentare alcuni spaccati del presente: l’ansia per il clima, la storia imperialista, la tecnologia e le tensioni che circondano il sogno americano. Il quadro è necessariamente parziale, plasmato dai nostri interessi e prospettive. 

Qual è l’equilibrio tra rispondere al presente e costruire una mostra capace di durare nel tempo?
Molte biennali sono state controverse all’epoca, ma in seguito si sono rivelate storicamente significative. Abbiamo pensato alla mostra nell’ambito di un mondo dell’arte più ampio e multipolare, con più centri piuttosto che un’unica narrazione dominante. Se questa edizione avrà un impatto duraturo, spero che possa essere quello di ampliare la definizione di arte americana in un quadro globale, collocando il Whitney simultaneamente in contesti locali e internazionali.

Si aspetta polemiche?
È sempre possibile e spesso imprevedibile. La nostra priorità è sostenere e proteggere gli artisti, assicurandoci che eventuali polemiche non oscurino il loro lavoro o non li mettano a rischio.

Il clima politico e culturale negli Usa sta influenzando il vostro lavoro, in termini di pressioni finanziarie o sui contenuti?
Il Whitney è un’organizzazione privata. Non riceviamo finanziamenti né federali né comunali, quindi le politiche pubbliche ci riguardano meno direttamente. Una questione che è emersa più volte, poiché molti degli artisti non sono cittadini statunitensi, è la necessità di garantirne la sicurezza, sia in termini di visti sia di rappresaglie politiche. Ma le nostre decisioni curatoriali non sono state influenzate dal clima attuale. Il museo e i suoi sostenitori sanno che la biennale suscita spesso controversie e questo contribuisce a motivarne l’impegno. In questo senso, siamo fortunati.

Anna Tsouhlarakis, «She must be a matriarch», 2023 (particolare). © Anna Tsouhlarakis. Courtesy MCA Denver. Foto Wes Magyar

Maurita Cardone, 04 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Per la Whitney Biennial l’arte americana è unita dalle differenze | Maurita Cardone

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