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Mostre

Weekend con Botticelli, una fiera impaurita e panini ghiacciati

I tre giorni di Frieze, dove si scopre che il meglio non è Frieze, che Gormley è un geniale arraffone e che le donne sono un tris vincente: Walker, Horn e Maiolino

L'opera di Lara Favaretto nello stand di Franco Noero a Frieze London

Londra. 3.30 pm, venerdì 4 ottobre. Inizia il weekend di Frieze e nonostante torni qui dopo due anni di interruzione cerco di calmare il fremito e l’interesse per quella che dovrebbe essere l’ultima edizione pre-Brexit, a ridosso dell’evento più procrastinato dai tempi dell’ultima sigaretta di Zeno Cosini.

5.00 pm, le gallerie sono pronte per Frieze. Da Hauser & Wirth c’è una mostra di Mark Bradford «Cerberus», artista afroamericano di Los Angeles. Le opere di immense dimensioni, strati di materiali diversi, plastiche, colore, tessuti, colle, sono impressionanti e un po’ sgangherate. Ricordano molto alcuni lavori di Rauschenberg e sicuramente non potrebbero essere più piccoli di così, perché perderebbero ogni forza visiva e attrattiva.

David Zwirner dedica una personale al pittore Nate Lowman, che pesca dal pozzo dell’orrore una pagina specifica della storia della cronaca e della società contemporanea: il Mandala Bay mass shooting. Non è l’unico artista farlo proprio oggi (si veda la mostra di Mishka Henner «Your only chance to survive is to leave with us» alla galleria Bianconi di Milano), e questo mi porta a pensare che molti artisti ancora oggi stiano cercando di sintetizzare e forse stigmatizzare l’odio che serpeggia nel mondo. Interessante riflessione in un momento in cui hanno appena visto la luce, ad esempio, pellicole come «Joker» di Todd Phillips e Joaquin Phoenix e «C’era una volta a… Hollywood» di Quentin Tarantino, in cui (nel primo) il mondo deve confrontarsi con l’idea che esistano agenti del caos, e (nel secondo) il compito dell’arte sia immaginare soluzioni diverse (Tarantino «salva» Sharon Tate, moglie di Polansky, dal massacro della setta di Manson).

Da Sprüth Magers c’è una personale di Kara Walker dedicata ai video, e anche se esiste una profonda eco nel lavoro, grave e penoso, è molto forte il dazio che l’artista paga a chi, prima di lei (William Kentridge), ha utilizzato questo medium, video di figure e marionette in carta, con straordinaria forza creativa.

8.30 pm, le porte di Christie’s sono intasate: è la sera di aste importanti, sia la Post-War and Contemporary Art Evening Auction sia la Thinking Italian Evening Auction, antipasto di quella principale o Day, della matinée seguente. In sala molti mercanti, molte persone, più interessate e attive che lì per caso o per scattare qualche foto da instagrammare. L’asta è molto vivace e il pensiero va subito a Brexit, e al fatto che chi dispone di fondi abbia già preso tutte le eventuali contromisure all’uscita, anche «hard», come nei sogni di Boris Johnson.

Ne sono testimonianza almeno tre aggiudicazioni: due Richter battuti rispettivamente per 3,5 milioni («Brautpaar - Blau») e 7,9 milioni di euro («Abstraktes Bild»), entrambi volati oltre le aspettative. Il primo, misurato nella dimensione, il secondo decisamente debole. A questi segue il lotto di Alfredo Volpi aggiudicato per 435 mila euro. Artista minore originario di Lucca e morto poi in Brasile nel 1988 a 92 anni, amato in America Latina, non aveva precedenti a livello di aste in Europa se non una serie abbastanza impressionante di «bought in».

Al netto dei risultati economicamente positivi degli italiani, un buon Vedova, un bel retino arancione di Dorazio (che sbrana senza esitazioni il summenzionato Volpi), un Burri decisamente bello, altrettanto caro, Fontana a corrente alternata, un Paolini salvato e venduto alla base per un miracolo, questo sembra un mondo in cui c’è ancora voglia di scambiare a valori importanti; e sarà anzi interessante tornarci tra qualche mese quando, forse, accadrà anche in questo mercato quello che sta accadendo per esempio in quello M&A, dove i fondi dopo 18 mesi di euforia stanno oggi rallentando il ritmo delle acquisizioni e partecipazioni, guardinghi di fronte a uno scenario globale sempre meno rassicurante e valutazioni (che loro stessi hanno compartecipato a creare e supportare) astronomiche.

11 am, sabato 5 ottobre. È il giorno di Frieze London e Frieze Master. Ogni volta che vengo qui ammetto di amare la sofisticata semplicità degli inglesi: quella che li porta ad esporre opere da milioni di sterline in un tendone in mezzo a Regent’s Park, offrire panini a temperature da granita, e montare bagni provvisori in elegante finto legno e creme di Molton Brown. Frieze Masters occupa le pagine dei giornali con il Botticelli da trenta milioni da Trinity Gallery di Carlo Orsi, e anche se il quadro non è forse eccezionale, lo è la sua storia e lo straordinario appeal dell’ultimo Botticelli in mano privata.

Masters come sempre si offre al suo pubblico con generosità, e l’alternanza tra i medium tiene alta la guardia degli spettatori. Mancano grandi capolavori ma esistono chicche da considerare. Lo è ad esempio, lo stand di Galleria Continua, con manifesti e alcuni pezzi unici di Armando Testa. Un omaggio alla creatività (torinese) che fa piacere, ma che suggerisce una riflessione sulla dimensione del mercato oggi, disposto ad espandersi ed incedere come l’universo in cui viviamo.

2 pm. Frieze è strapiena. Non è una grande edizione. Se sia Brexit (non credo), se sia la pressione della Fiac di Parigi (probabile) o la formula. Il risultato è che poche gallerie portano opere che ha senso riportare qui o lavori che potrebbe essere interessante appuntarsi per il futuro. Per non lasciare la pagina bianca potremmo parlare di Italia: lo stand di Lia Rumma appositamente creato da Kosuth, con un suo ritmo, la bella installazione di Lara Favaretto da Franco Noero, con i «Gummo», le turbine vaporose degli autolavaggi, un lavoro struggente di Irma Blank da P420, fogli su cui l’artista traccia le sue linee per la prima volta dopo la malattia che l’ha costretta sulla sedia a rotelle e a rinunciare all’uso della parte destra del suo corpo.

10 am, domenica 6 ottobre. La Royal Academy dedica una personale ad Antony Gormley. È una mostra che tracima di lavori. Uomini modularizzati, percorsi in cui veniamo ristretti come Mighty Max per attraversare architetture gigantesche, per viverle e abitarle capovolgendo il normale corso del rapporto uomo-opera. È una mostra utile perché mappa l’interiorità di Gormley e lo espone del tutto. E se da una parte questo è un merito, anzi un dono, dall’altra a mio avviso mostra l’istanza vagamente citazionista, un po’ arraffona (ma non è un giudizio deteriore) tra Serra, Nonas e molto altro.

Molti discorsi aperti, pochi quelli chiusi, in una sequela di buone idee che però non hanno quasi mai il coraggio di radicalizzarsi e che ti fanno uscire con l’idea rassicurante che te li potresti anche appendere in casa, o che in giardino un omuncolo di ferro potrebbe essere l’idea giusta. Una bellissima definizione di arte l’avevo letta nel bagno del Foam di Amsterdam, come fosse l’Autogrill di Viverone in cui si scrive il nome del proprio ex accompagnato da doti sessuali certamente non veritiere per rovinargli un po’ la vita (e la SIM), e me la sono appuntata: «È arte contemporanea quella che oggi paghi zero e avresti vergogna ad appenderti in casa, e che tuo figlio pagherà molto per provare a farlo».

1pm. Whitechapel Gallery per la personale di Anna Maria Maiolino. La mostra potrebbe osare di più, insistere maggiormente su lavori che hanno necessità di ripetizione per dispiegare la loro ossessione e che qui vengono riportati in scala minore. A volte viene da pensare con maggiore pervicacia del solito, che le mostre, anche se alla Whitechapel, vivano lo scotto di pagare il loro dazio alle esigenze commerciali delle gallerie che le sostengono. Detto questo, Anna Maria Maiolino rimane la grande che è, e questa mostra deve essere presa come un contrappunto per ricordarci che la sua immensa anima è ancora qui tra noi.

3pm. Tate Modern. Sono qui solo per due cose: la nuova Turbine Hall e la mostra di Rebecca Horn, lasciando Olafur Eliasson a chi va cercando uno show. La Turbine Hall, affidata a Kara Walker, a differenza della mostra da Sprüth Magers, è magnifica. Una fontana alta venti metri, ricca di simbologie antiche e moderne (si cita anche lo squalo in formaldeide di Damien Hirst), è dedicata (si fa per dire) alle torbide storie, anche umane, del colonialismo e della segregazione americana, che poi è segregazione mondiale, un inno macabro a come sono nati gli imperi di oggi, compreso ovviamente quello britannico, e l’eredità spesso volutamente dimenticata e silenziata di chi è morto in assenza di libertà e diritti eppure ha, spesso con le proprie stesse mani, costruito elementi centrali della società moderna.

La fontana viene anticipata da un suo contrappunto, una conchiglia in cui un ragazzino viene annegato dalle sue stesse lacrime. La mostra di Rebecca Horn, video e installazioni, è invece un rosario coerente, intimo, toccante, del lavoro decennale dell’artista tedesca. Una per tutte: il video in cui immerge la propria faccia in bozzoli artificiali o organici, a non mostrare il volto se non filtrato, protetto, oscurato, è una poesia della fragilità che viviamo ancora oggi nella società e che le donne spesso subiscono, dovendo frapporre protesi, non tanto maschere, quanto elementi di vero e proprio palese mimesi e nascondimento.

Londra è città del buon cibo dal mondo (quello inglese meglio lasciarlo per una domenica di Premier League). Così, ho mangiato un sushi da Sakè no Hana e un Tandoori da Tamarind in Mayfair. In mezzo un hamburger d’agnello al Whitechapel Market e un panino granchio e avocado a Frieze.

Riccardo Deni, edizione online, 21 ottobre 2019


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