Vivo, leggero, lavorabile come il legno

Il Centro per lo Studio dei Materiali per il Restauro ha organizzato un convegno tutto dedicato a questo materiale estremamente versatile

«Compianto» (1520 ca) di Giovanni Angelo del Maino, Bellano (Lecco), Chiesa di Santa Marta
Giorgio Bonsanti |

Perché scegliere la pietra o il marmo, quando esiste il legno? Non può sostituirli in tutto (soffre maggiormente gli agenti atmosferici); ma è vero anche il contrario se volete costruirvi un’imbarcazione, dei cassettonati di un soffitto o delle capriate (ci sono anche i metalli, ma è un uso più recente). Il legno si trova dappertutto dalle nostre parti e quindi è meno costoso come estrazione e come trasporto; è più leggero e facilmente lavorabile.

Nella creazione artistica funziona sia da supporto per un’immagine che da depositario dell’immagine stessa. Lo studio dei manufatti lignei ai fini conservativi pretende globalità di approcci e interazione fra competenze diverse. Nel nostro Paese abbiamo centri di studio e specialisti che sono all’avanguardia mondiale; ricordo soltanto Marco Fioravanti, del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) di Firenze, e Nicola Macchioni direttore di ricerca all’Istituto per la BioEconomia del Cnr di Firenze; senza voler far torto ai tanti altri.

Fioravanti ha presentato uno straordinario intervento di apertura al recente (18-20 novembre) nono congresso internazionale della serie «Colore e Conservazione» dell’associazione professionale di restauratori chiamata Cesmar7 (Centro per lo Studio dei Materiali per il Restauro, a rimarcare la propria identità pratica e operativa). Partner del congresso era il Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale. Fioravanti, insistendo sulle caratteristiche di complessità e imprevedibilità comportamentale dei sistemi legnosi, ha prospettato un modello di studio e conservazione rispondente al principio della transdisciplinarità, piuttosto che di interdisciplinarità o multidisciplinarità, più efficace nel costruire le relazioni fra le tante variabili presentate dai sistemi stessi. È noto a tutti del resto che il legno è un materiale che rimane vivo a distanza non di secoli ma di millenni.

Interfacciarsi con l’ambiente significa per il legno reagire e modificarsi; e più autori (come il restauratore norvegese Johan Mattson) hanno dunque richiamato le relazioni fra i cambiamenti climatici e i comportamenti del materiale in questione. La prima giornata era dedicata ai legni archeologici ed etnografici; e qui uno dei punti forti del congresso è stato offerto dai tre interventi originati dal progetto di studio e conservazione di Ercolano, a cominciare dal primo presentato dalla restauratrice piemontese Elisabetta Canna.

I reperti lignei di Ercolano sono in linea di massima particolarmente ben conservati, per esser rimasti imprigionati in un ambiente privo di ossigeno per l’accumulo delle ceneri. Una metodologia di pulitura rivelatasi particolarmente efficace è l’impiego del laser, secondo le sue proprietà fotomeccaniche piuttosto che fototermiche (imbrunivano gli zuccheri, molecole lunghe presenti nella terra cristallizzata). La seconda giornata dedicata agli apparati ed elementi architettonici lignei ha visto relazioni sulla conservazione degli elementi lignei dell’altare della Sindone dopo l’incendio, con l’interessante annotazione che fra gli strati esterni ridotti e carbone e quelli interni rimasti a legno, se ne era sviluppato un altro che non era né l’uno né l’altro.

Avvincente è stata la terza giornata dedicata ai supporti lignei dei dipinti, introdotta dagli specialisti dell’Opd Ciro Castelli e Andrea Santacesaria a cui risale, una quarantina di anni fa, una rivoluzione copernicana diretta a costruire sistemi di restauro delle tavole affidabili ma elastici, anziché costrittivi come in passato. L’invito a concezioni ancora più minimaliste è giunto dal restauratore romano dell’Icr Paolo Scarpitti, mentre l’ingegnere fiorentino Lorenzo Riparbelli, sulla linea dei moniti introduttivi di Fioravanti, ha ricordato che un buon metodo rimane sempre quello di interrogare delle sue necessità l’opera stessa.

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