Vik Muniz, un lowtech illusionist

Il lavoro dell'artista brasiliano è un alternarsi di temi differenti e nuove sperimentazioni. Giocoso e ironico, ma anche provocatorio e critico, si appropria delle immagini e le rielabora con materiali disparati

Un particolare di «Cupid, After Caravaggio (Rebus Series)» (2005) di Vik Muniz. Cortesia di Ben Brown Fine Arts Un particolare di «Action Photo Jackson Pollock (after Hans Namuth) - Pictures of Chocolate» (1999) di Vik Muniz. Cortesia di Gian Enzo Sperone Il trittico «The Birth of Venus, after Botticelli (from Pictures of Junk)» (2008) di Vik Muniz Cortesia di Ben Brown Fine Arts
Chiara Massimello |

Fil di ferro, polvere, e sciroppo di cioccolato. Materiale di recupero, ritagli di giornale, e qualsiasi oggetto che stimoli la sua creatività. Conosco il lavoro di Vik Muniz da più di vent’anni, da quando per la prima volta Gian Enzo Sperone lo portò in Italia e Marco Voena con Valerio Tazzetti lo esposero nel loro spazio torinese, Photo & Co., per cui all’epoca lavoravo.

Erano gli anni di «Pictures of Chocolate», la serie di opere realizzate nel 1997 che ha reso celebre l’artista nel mondo. Jackson Pollock, nell’iconica immagine scattata da Hans Namuth nel 1950, è immortalato mentre crea uno dei suoi dipinti, «Autumn Rhythm», con la tecnica del dripping. Muniz si appropria della celebre immagine e la ricrea cospargendo a sua volta dello sciroppo di cioccolato su un piano e plasmandolo con le stesse sembianze dell’originale. La densità del cioccolato riprende l’idea della pittura e dei colori di Pollock e richiama anche il bianco e nero dell’immagine di Namuth. Perfetta unione di soggetto e materia, che diventa parte integrante dell’opera.

Ultimo atto di questa rielaborazione è la fotografia, impeccabile nella tecnica, realizzata senza alcun ritocco e stampata in grande formato (152,5x122 cm). Un’edizione di questa immagine è nella collezione del MoMA, ma le opere di Muniz si possono trovare anche al Guggenheim e al Whitney, alla Tate e al Victoria and Albert Museum, al Museu de Arte Moderna di San Paolo, al Museum of Contemporary Art di Tokyo e al Centre Pompidou senza dimenticare che ha rappresentato il Brasile alla Biennale di Venezia del 2001.

Un’energia creativa inesauribile e colta. Vik Muniz è nato nel 1961, a Rio de Janeiro, da una famiglia semplice e ha iniziato a disegnare molto giovane, anche a causa di una forte dislessia. Passava ore a copiare arte antica nei musei ed è diventato molto abile tecnicamente. Imparava a disegnare con qualsiasi materiale. Ferito alle gambe mentre cerca pacificamente di sedare una rissa, nel 1983, con il risarcimento ottenuto, decideva di partire per New York. Qui la sua vita cambia, si dedica definitivamente all’arte e nel 1988 espone per la prima volta in una personale. Comincia come scultore, ma da subito si interessa alla trasformazione in immagine delle sue opere e alle molteplici possibilità che ne derivano. Non realizza fotografie, ma usa la macchina fotografica come atto finale dell’opera d’arte.

La galleria Ben Brown di Londra ha da poco inaugurato una mostra a lui dedicata: «A Brief History of Art». Dodici fotografie in grande formato realizzate con pigmenti, minuscoli collage, ritagli di giornale, tessere di puzzle e materiale di scarto che si ispirano a capolavori dell’arte dal Rinascimento al XXI secolo: da Botticelli a Courbet, da Guido Reni a Jasper Johns, da Van Gogh a Gerard Richter. Guardando le opere, occorre compiere uno sforzo visivo e di comprensione.

Dopo il primo sguardo d’insieme, bisogna dimenticare per un attimo l’immagine e ciò che rappresenta per scoprire i piccoli dettagli, non casuali, che la compongono. Perdersi nel colore, negli elementi minuziosamente selezionati e accostati perfettamente per poi tornare a guardare l’immagine, a considerarla nel suo insieme e nella sua bellezza. Non c’è inganno, ma un gioco continuo di realtà e finzione, immagine e materia, eterno ed effimero. Il lavoro di Muniz è un alternarsi di tematiche differenti e di nuove sperimentazioni. Giocoso e ironico, ma anche provocatorio e critico.

In «Sugar Children» (1996) disegna con lo zucchero i volti di sei bambini le cui famiglie lavorano nelle piantagioni dell’Isola di Saint Kitts. Lo zucchero è lo stesso che raccolgono i loro genitori, lo stesso che cambierà la loro vita. Ritratti intensi, allegri, eppure malinconici. Un lavoro toccante, che espone per la prima volta al MoMA nella mostra «New Photography» del 1997 e che oggi è nella collezione del Metropolitan. Materiale non ortodosso sono anche i rifiuti con cui Muniz realizza «Waste Land» (2010), un lavoro ambientato nella più grande discarica del mondo, Jardim Gramacho, appena fuori Rio de Janeiro.

Qui (fino al 2012) si affaticavano curve migliaia di persone, cercando nell’immondizia materiale riciclabile da vendere o barattare. Nascono opere in cui i rifiuti ritrovati nel luogo si mischiano al disegno ispirato ai grandi capolavori del passato. Così Tiao Santos, uno dei catadores, è ritratto come Marat assassinato, interpretazione odierna dell’opera di David. Un’immagine drammatica che obbliga a una riflessione molto oltre l’estetica della fotografia. Il progetto (che si trasforma anche in aiuto umanitario) viene esposto per la prima volta proprio al Museo di Arte Moderna di Rio de Janeiro ed è stato candidato ai premi Oscar come cortometraggio.

Muniz è l’artista di «Sugar Children» e «Waste Land», ma anche della Marilyn di diamanti, del Karl Marx di caviale, della Medusa di spaghetti al pomodoro. Composizioni effimere, tra realtà e finzione, dove non è tanto importante ciò che l’opera rappresenta, ma essere qualcosa che riesce a rappresentare qualcos’altro. Creatività pura, tecnica abile, sorpresa e stupore. Una parte del suo lavoro è anche dedicata al collage e ai ritagli di giornale. Muniz ama i media e conosce molto bene la storia dell’arte, per cui cita i capolavori più iconici con spontaneità e naturalezza e trae ispirazione dalle immagini più note della memoria collettiva: i grandi avvenimenti storici, le cartoline delle città più visitate, i personaggi iconici di un’epoca. Mette alla prova il nostro modo di vedere e la nostra percezione e ci costringe a riflettere su ciò che guardiamo e su che cosa significa guardare. Un gioco, ma molto più serio di come appare.


Vik Muniz, un artista «da tenere» e «da comprare»
Non compare spesso in asta, segnale che i collezionisti amano il suo lavoro e preferiscono non venderlo. Le sue opere sono presenti nelle collezioni dei principali musei internazionali, dal MoMA e Guggenheim Museum di New York alla Tate Gallery di Londra, al Museum of Contemporary Art di Tokyo, al Museu de Arte Moderna di San Paolo. Nel 2001 ha rappresentato il Brasile alla Biennale di Venezia.

Le sue principali aggiudicazioni sono state «The Sugar Children» (1996), battuto da Christie’s a New York nel 2015 per 273mila euro; «Flag, after Jasper Johns, from pictures of pigment» (2007), aggiudicato per 177mila euro nel 2019 da Christie’s a New York; «Marilyn Monroe, from pictures of diamonds» (2004), venduto da Sotheby’s a New York nel 2008 per 125mila euro; sotto i centomila, invece, le maggiori aggiudicazioni sono state per «Action Photo after Hans Namuth photographing Jackson Pollock, from picture of chocolate» (1997), venduta da Phillps a New York a 82mila euro, e per «Marat (Sebastiao), from Pictures of Garbage (2008), venduto da Phillps a Londra per 44mila euro.

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