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Luana De Micco
Leggi i suoi articoli«Quest’anno vi invitiamo a un’esperienza spazio-temporale, un viaggio, siderale e sorprendente, attraverso le epoche. Perché la fotografia è spesso il mezzo che riesce meglio di altri a cogliere quelle scosse che ci ricordano che il mondo sta cambiando, magari sotto i nostri occhi»: è così che Sam Stourdzé, direttore dei Rencontres d’Arles, presenta la nuova edizione del festival, la numero 49 (con una trentina di mostre in diversi luoghi della città dal 2 luglio al 23 settembre).
Il cambiamento dunque è al centro della rassegna: quello, passato per le grandi utopie, del maggio ’68 di cui ricorre il cinquantenario, e quello attuale, che passa per l’avvento dell’«uomo digitale». Sul maggio francese è «1968, che storia!», una mostra che espone i documenti degli archivi della Prefettura di polizia di Parigi, con foto e manifesti realizzati dagli studenti dell’Ecole des Beaux-Arts di Parigi. Ma il ’68 non fu solo contestazione.
La mostra «The Train» ritorna sull’omicidio di Robert Kennedy, con i lavori di Paul Fusco e Philippe Parreno, e scatti amatoriali. Eccoci al presente: «La nostra epoca ispira i fotografi, ha scritto ancora Stourdzé, perché ci forza a proiettarci in un mondo fantascientifico, non troppo lontano». «The Hobbyist» esplora, per la prima volta, la relazione tra fotografia e cultura del passatempo nell’era dei social e dei blog.
La rassegna ospita anche tanta America. L’America anni ’50 di Robert Frank (Zurigo, 1924), l’inventore del road trip fotografico, con un omaggio al suo Les Américains, libro «fondatore» pubblicato nel 1958 con l’editore parigino Robert Delpire: «84 foto che segnarono generazioni di fotografi, storici, e conservatori». La mostra «Siderlines» allestisce una selezione di scatti, alcuni dei quali, realizzati per il progetto «Les Américains», sono mostrati ora per la prima volta.
Lontano dall’era Trump, è anche l’America di Raymond Depardon di «Usa, 1968-1999», presentata per la prima volta ad Arles, con 75 scatti (di cui alcuni inediti) e due cortometraggi che il fotografo e cineasta francese di 75 anni ha realizzato nel corso dei suoi reportage negli Stati Uniti. Dal primo, a Chicago, nel 1968, tra le proteste contro la guerra del Vietnam, all’ultimo, nel 1999, tra i paesaggi del Colorado e del Nevada.
Nella sezione «Figure di stile», spicca la coloratissima monografica «Essere umano» di William Wegman, fotografo e artista americano che, mettendo in scena i suoi famosi ed eccentrici cani bracchi di Weimar (uno dei quali figura sul manifesto della rassegna), sfugge a ogni tentativo di classificazione.
In «Spazio pubblico», si fanno dialogare gli scatti di Jane Evelyn Atwood (New York, 1947) e di Joan Colom (Barcellona, 1921) realizzati a vent’anni di distanza nei quartieri «caldi» di Parigi e di Barcellona, l’una sui marciapiedi di Pigalle degli anni Settanta, l’altra su quelli del Barrio Chino degli anni Novanta.
In mostra anche la scena fotografica emergente turca con «Una colonna di fumo», che presenta i lavori di Kürşad Bayhan, Furkan Temir o ancora Nermin Er e Korhan Karaoysal.

Raymond Depardon, «Sioux City, Iowa», 1968. Courtesy of Raymond Depardon / Magnum Photos