Viaggiare con gli esperti | Roma eretica e libertina

Non solo Giordano Bruno: un itinerario cronologico, tra Seicento e Ottocento, nei palazzi, biblioteche e monumenti di personaggi anticonformisti che hanno sfidato autorità, dogmi religiosi o ragioni di Stato

La Sala degli Armenti di Palazzo Taverna di Montegiordano La Biblioteca Lancisiana nel Complesso Monumentale di Santo Spirito in Saxia Il monumento a Giuseppe Mazzini all’Aventino
Dalma Frascarelli |  | Roma

Con il potere Roma ha sempre mantenuto un legame indissolubile. Il ruolo di città di governo che l’ha traghettata dal mondo antico ai giorni nostri, lungo una vita plurimillenaria, ha plasmato il suo volto, decretando, per uomini e luoghi, l’oblio oppure una promessa di eternità. Ma a volte sono state le arti piuttosto che il potere a garantire il ricordo o, in alcuni casi, la celebrazione di personaggi anticonformisti che hanno sfidato principi di autorità, dogmi religiosi o ragioni di Stato. È dunque possibile, passeggiando per Roma, imbattersi in vicende e uomini, più o meno noti, entrati in conflitto con l’ordine costituito per motivi e con gradi di gravità diversi. Il nostro itinerario, pensato in senso cronologico, è dedicato ad alcuni di tali personaggi.

La prima tappa è una porta che introduce a un percorso iniziatico: la Porta Magica o Alchemica all’interno dei giardini di piazza Vittorio, unica testimonianza plastica, ancora conservata, dell’Ars Alchemica. Fu fatta costruire nel 1677-80 dal marchese Massimiliano Savelli Palombara, alchimista e poeta rosacrociano, come ingresso secondario alla sua villa sull’Esquilino, andata distrutta. Smontata nel 1873 e ricomposta nel luogo dove ora si trova, l’opera marmorea presenta segni esoterici e motti in latino e in ebraico. Concepita come geroglifico architettonico, la Porta immetteva nel giardino della villa esemplificativo del vero geroglifico, ovvero la Natura, macrocosmo disegnato da Dio, secondo i seguaci del magistero alchemico.

Il marchese Massimiliano era un assiduo frequentatore dei circoli presieduti da Cristina di Svezia dove erano di casa scienza e magia e dove si potevano incontrare galileiani come Benedetto Castelli e personaggi come il medico alchimista Francesco Giuseppe Borri. Riuscito a scampare al rogo, nel 1672 il Borri fu condannato dall’Inquisizione all’abiura e al carcere, dove morì nel 1695. Ed è proprio al Borri, «medico dei miracoli», «gran Guaritore», ma anche «Cristo falso», «alchimista truffiere», «coglionatore de’ curiosi» a detta dei suoi contemporanei, che la leggenda lega la Porta Magica.

Spostandoci dietro la Chiesa di S. Maria in Vallicella, nel Palazzo Taverna di Montegiordano, possiamo fare la conoscenza con monsignor Pietro Gabrielli (1660-1734) e la sua vicenda. Favorito dalle importanti parentele, il monsignore appena trentenne aveva raggiunto un grande successo suggellato nel 1688 dall’acquisto del palazzo di Montegiordano, già prestigiosa dimora della famiglia Orsini, quando incappò nelle maglie dell’Inquisizione. Catturato nel 1690 con l’accusa di blasfemia, ateismo ed eresia, fu condannato all’ergastolo dal Sant’Uffizio.

Nella sua nuova residenza Pietro aveva radunato l’Accademia dei Bianchi, un cenacolo di intellettuali, medici e gentildonne che si riunivano a tarda sera per ascoltare musica, discutere di letteratura e scienza, ma anche, incautamente, di argomenti riguardanti la fede, all’insegna del credo libertino. L’erudito consesso sosteneva la teoria dell’impostura delle religioni e l’origine naturale dei presunti miracoli; negava l’esistenza di paradiso, inferno e purgatorio e rifiutava ogni concetto di santità, di geocentrismo e di antropocentrismo. Non a caso il monsignore, scartati i soggetti religiosi, aveva fatto decorare la sala che ospitava le riunioni con dipinti raffiguranti quasi esclusivamente animali eseguiti in gran parte da Rosa da Tivoli. Salendo lo scalone possiamo ammirare ancora oggi la stanza decorata dai quadri con le loro cornici originali e secondo la disposizione voluta dal monsignore.

Negli ulteriori ambienti dell’appartamento si sono mantenuti molti altri dipinti di Giacinto Brandi, Daniel Seiter, Sebastiano Ricci, acquistati da Pietro che seguì spesso il suo orientamento ideologico nella scelta dei soggetti. Solo nel 1708, con una fuga rocambolesca, riuscì a evadere dal convento di San Bernardino a Urbino, dopo diciotto anni di prigionia durante i quali non cessò di ordinare nuovi quadri per la sua casa lontana. Rifugiatosi a Venezia, proseguì infaticabilmente a commissionare dipinti per la sua residenza romana, tra i quali le splendide tele di Sebastiano Ricci destinate al salone di rappresentanza e abbondanti di nudi, come dal Gabrielli espressamente richiesto. Nel dorato esilio lagunare finì i suoi giorni nel 1734, senza aver ottenuto la possibilità di ritornare nel suo amato palazzo di Roma.

Lasciandoci alle spalle le alte mura del Palazzo di Montegiordano, attraversiamo il Tevere e ci dirigiamo verso il Complesso monumentale dell’Ospedale di Santo Spirito in Saxia. Qui, nel Palazzo del Commendatore, troviamo ad accoglierci la straordinaria Biblioteca Lancisiana, recentemente restaurata, inaugurata nel 1714 dal celebre medico e archiatra pontificio Giovanni Maria Lancisi (1654-1720). Pochi probabilmente sanno che anche uno dei più insigni esponenti della tradizione medica italiana come Lancisi ebbe gravi problemi con le autorità del tempo, riuscendo a sottrarsi alla condanna solo grazie alla sua straordinaria abilità professionale e alle sue altolocate relazioni.

Nicodemita, atomista e cartesiano, fu coinvolto in un processo per ateismo nel 1690 cavandosela con un allontanamento dalla Corte pontificia per circa dieci anni senza rinunciare, tuttavia, alle sue idee. Il grave pericolo corso con il Sant’Uffizio non valse, infatti, a reprimere la sua curiosità intellettuale visto che nel 1714 chiedeva a Giovan Battista Morgagni di procurargli libri proibiti tra i quali il Trattato etico-politico di Spinoza, manifesto della libertà religiosa e di pensiero condannato da cattolici e protestanti come «libro forgiato nell’inferno». A giudicare dai testi raccolti dal Lancisi, donati nel 1711 all’Ospedale di Santo Spirito, i suoi interessi filosofici e scientifici erano rivolti a una speculazione eterodossa e libera da dogmi.

Nella poderosa libreria egli custodiva le opere dei principali libertini eruditi come Gassendi, François de la Mothe Le Vayer, Ferrante Pallavicino; del neostoico Giusto Lipsio, di Machiavelli, Cartesio, Hobbes, Copernico, Keplero, Galileo. Questa «biblioteca eretica» è ancora custodita nel Complesso Monumentale del Santo Spirito dove è esposta anche la bella quadreria che il Lancisi lasciò all’Ospedale e che vanta due dipinti commissionati dallo stesso archiatra al pittore cremonese Angelo Massarotti, databili tra il 1679 e il 1681. I soggetti delle due tele pongono a confronto virtù, piacere e fortuna secondo una visione laica che è frutto della lezione impartita dai filosofi antichi e dagli intellettuali moderni che guardavano alla tradizione classica con occhi nuovi, come Paolo Sarpi o Charron, François de la Mothe Le Vayer o Giusto Lipsio.

In questo itinerario romano alla ricerca di outsider, una tappa è certamente obbligata, ovvero Campo de’ Fiori, dove il 17 febbraio 1600 fu arso sul rogo l’eretico impenitente Giordano Bruno. Del filosofo nolano significativamente non si conservano immagini antecedenti alla sua morte. Nel 2011, in occasione di importanti ricerche documentarie svolte presso l’Archivio di Stato di Roma per ricostruire la vicenda romana di Caravaggio, è emersa la preziosa testimonianza di un velocissimo schizzo fatto dal notaio Giuseppe De Angelis a margine della sua relazione sull’esecuzione del nolano. Nel rapido disegno con il quale il notaio «fotografò» il rogo, si scorge il volto segnato da un filo di barba, occhi e sopracciglia marcate. I

l monumento celebrativo arrivò solo oltre due secoli dopo, accompagnato da polemiche, manifestazioni violente, colpi di scena. A sostenerne la realizzazione furono alcuni studenti universitari lanciando sottoscrizioni nel 1876 e nel 1885 alle quali aderirono numerosissimi intellettuali internazionali come Victor Hugo e Henrik Ibsen, oltre a italiani tra i quali Giosuè Carducci e Pasquale Villari. L’incarico venne affidato allo scultore e massone Ettore Ferrari e fu necessaria la perdita del partito filoclericale alle elezioni comunali del giugno 1888, incentrate proprio sulla questione dell’opera, per assistere all’inaugurazione che avvenne il 9 giugno 1899. Ma i tentativi dello Stato Pontificio di far rimuovere la statua andarono avanti ancora fino al 1929, al momento della stipula dei Patti Lateranensi.

Chiuso nel mantello, Giordano Bruno rivolge il suo sguardo torvo in direzione del Vaticano, tenendo nelle mani legate un libro a ricordare che i suoi testi seguirono il suo destino, essendo bruciati in Campo de’ Fiori il giorno precedente alla sua esecuzione. Il monumento, tuttavia, celebra non solo il nolano ma più in generale il libero pensiero attraverso il ricordo di altri otto uomini che sfidarono il potere ecclesiastico effigiati negli otto medaglioni posti alla base della statua. Nel 1991 nel medaglione raffigurante Giulio Cesare Vanini venne scoperto un ritrattino seminascosto di Martin Lutero. Per trovarne un’altra effigie a Roma dobbiamo recarci a Prati nella Chiesa valdese costruita tra il 1911 e il 1913 su progetto di Emanuele Rutelli e Guido Bonci e guardare i bassorilievi del pulpito, dove Lutero compare accanto ad Arnaldo da Brescia, Calvino e Savonarola, mentre nella toponomastica romana è entrato solo nel 2015 con una piazza a lui dedicata, non senza discussioni, nel Parco del Colle Oppio.

Anche la celebrazione a Roma di uno dei padri fondatori del nostro Stato ebbe i suoi bei problemi. L’esecuzione del monumento dedicato a Giuseppe Mazzini dovette attendere la fine del potere temporale dei papi, la caduta del fascismo e il plebiscito del 1946 che sancì la conclusione della monarchia. Con una proposta presentata in Parlamento nel lontano 1887, fu solo nel 1902 che l’incarico di realizzare l’opera fu affidato a Ettore Ferrari. Dopo altri 12 anni e lunghe polemiche venne scelto l’Aventino, da sempre un luogo isolato rispetto alla città e per questo più adatto a non accrescere i malumori. Nel 1929, alla morte di Ferrari, tutte le sculture erano state terminate, ma il monumento, completato con l’aiuto di Gian Giacomo Ferrari ed Ettore Guastalla, venne inaugurato solo il 2 giugno 1949, non senza la rimozione dall’altorilievo di alcune allegorie anticlericali imposta dal Vaticano.

Dalma Frascarelli è Autrice di «L’arte del dissenso. Pittura e libertinismi nell’Italia del Seicento» (Einaudi, 2016)

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© Riproduzione riservata Il monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori
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