Vederne di tutti i colori

Un volume corale racconta dieci punti di vista sul colore

Philip Otto Runge, «Sfera cromatica», 1810 (particolare)
Stefano Causa |

Tratta di amore e paura del colore questo ricchissimo volume corale che, a saperlo leggere, si offre come una storia dell’arte universale dalla più proficua delle angolazioni. L’arte negra e i bizantini, l’oro dei mosaici e delle icone, la Cina, l’Islam e le candide (ma non bianche!) Cattedrali del Medioevo, il colore nel Quattrocento, Monet e Matisse, oltreché il Novecento atto primo e secondo. Un libro che ne contiene dieci (sollecitandone cento).

Certo, il tema è tra i più sfuggenti. Che si tratti di Van Gogh, Beato Angelico, dei mosaici di Ravenna, di Andrea Pazienza o delle moschee di Isfahan il colore cambia statuto di continuo. E la faccenda si complica quando, dinanzi agli astrattismi del secolo scorso c’è chi dà fondo alla propria memoria del colore per recuperare un codice rappresentativo di massima (come i nostri figli che usano il blu del cielo o il verde del prato).

Insomma: colori e suoni sono questioni ardue da maneggiare; figurati a parlarne, oggi che subiamo immagini e musica come sottofondo perenne. Siamo dentro un colore digitale, di regolabile luminosità, che riflette i colori di fuori. Tra schermo e vita il rapporto è di omologazione, non di integrazione. Ma chi abbia valicato i cinquanta sconta i postumi di una giovinezza scissa, cromaticamente, tra i colori dal vivo e il bianco e nero dal morto di illustrazioni, schermi tv e diapositive.

Nella versicolore swinging London, «Revolver» dei Beatles ha una copertina in bianco e nero; mentre, appena un anno dopo che si è esibita la banda dei cuori solitari del Sergente Pepe (disco rosso se mai ce ne fu uno), Richard Hamilton sigilla il doppio album dei Beatles in un total white. Unica e sola risposta accettabile al quadrato di Malevic. Di che colore è il ’68? Ma bianco! Alla fine, per vederci chiaro, si ritorna agli scrittori storici d’arte di riflesso.

Dinanzi alla seicentesca «Veduta di Delft», Proust si sofferma non sulla precisione e sulla nitidezza del dettato, ma sul colore: i personaggi in blu, il roseo della sabbia e, infine, la preziosa materia della piccolissima ala di muro gialla. «Così avrei dovuto scrivere, dice Bergotte. I miei ultimi libri sono troppo secchi, ci voleva più colore, bisognava rendere più preziosa la mia frase, come quella piccola ala di muro gialla». E così il Bergotte di Proust ha un colpo apoplettico dinanzi a Vermeer. «Che non si muore per amore, è una gran bella novità», cantava Battisti su suggerimento di Mogol. Ma per un colore sì.

Il Colore nell’arte,
di A. Barale, I. Bargna, R. Cassanelli, G. Curatola, C. Kontler, R. W. Lightbown, T. Velmans, A. Vettese e G. Zanchetti, 257 pp., ill. col., Jaca Book, Milano 2021, € 50

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