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Mostre

Una belva fedele ai classici

Al Museo d’Arte di Mendrisio André Derain sperimentatore e teorico

«Geneviève à la pomme» (1936-37 o 1937-38), di André Derain (particolare). Collezione Geneviève Taillade. © 2020, ProLitteris, Zurich

Nel primo decennio del ’900 André Derain fu, con l’amico Matisse, fra fondatori del gruppo dei Fauve («le belve», per la violenza selvaggia delle loro cromie). Fiancheggiò poi Picasso nel momento in cui, con Braque (in precedenza anch’egli Fauve), dava vita al Cubismo e giocò un ruolo primario nella sua elaborazione perché fu proprio Derain, avido collezionista di arte africana, a schiudere allo spagnolo il mondo dell’«art nègre» (come allora di chiamava), che tanto peso avrebbe avuto in quella corrente artistica.

In seguito, sin dalla metà degli anni Dieci, sarebbe stato un protagonista del «Ritorno all’ordine», uscendo così dai percorsi delle avanguardie parigine più radicali. A dispetto della fortuna che gli arrise fino alla seconda guerra mondiale, e che gli consentì una vita di lussi (tra gli altri, un maniero e uno status symbol come la Bugatti), questa virata gli alienò l’ambiente di molti avanguardisti, primo fra tutti André Breton, il che gettò le basi per la sfortuna che, anche per ragioni politiche, lo avrebbe colpito nel dopoguerra, quando solo Braque e Alberto Giacometti gli restarono vicini.

La ricca monografica «André Derain. Sperimentatore controcorrente» (70 dipinti, 30 opere su carta, 20 sculture, 25 progetti per costumi e scene teatrali, illustrazioni di libri e ceramiche), curata da Simone Soldini, Francesco Poli, Barbara Paltenghi Malacrida con gli Archivi André Derain per il Museo d’Arte di Mendrisio (dove si tiene dal 27 settembre al 31 gennaio), s’inserisce nella linea della riscoperta critica «postmoderna» di questo protagonista del ’900, che seppe sperimentare strade diverse, pur restando sempre fedele ai generi pittorici classici di paesaggio, natura morta, ritratto e nudo femminile, cui aggiunse vaste e complesse composizioni. Importante il catalogo (Museo d’Arte Mendrisio) che, tra l’altro, pubblica per la prima volta in italiano alcuni suoi testi teorici.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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