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Opinioni

Un itinerario in Arabia Saudita

Tour iniziatico da Gedda a Riad, passando per Al-Ula, Madain Saleh e Umm Laj

Vista dell’antico centro storico di Gedda conosciuto come Al Balad (il villaggio). Foto di Marco Riccòmini

Sapevo di averlo, ma mi ci è voluto un po’ a trovarlo. A dire il vero, non è che Het Mekkaansche feest (Il pellegrinaggio alla Mecca, Einaudi 1989) di Christiaan Snouck Hurgronje, pubblicato a Leida nel 1880, mi aiuti granché, ora che sono tornato a casa. Ma quel che ricordavo circa la preparazione ai «riti meccani» mi è servito a capire che cosa stesse succedendo giorni fa sul mio aereo per Gedda.

All’annuncio dell’approssimarsi all’Haram (il territorio che racchiude i luoghi sacri all’Islam), un buon numero di passeggeri ha cominciato a spogliarsi per compiere abluzioni (Wudu, quella «minore», suppongo) nel bagno dell’aeromobile. Da lì tornavano coperti solo da due candidi pezzi di stoffa (detti ihram), dal tessuto piqué di certi asciugamani, sotto gli sguardi esterrefatti dei pochi passeggeri non musulmani che si chiedevano se l’aereo non fosse stato dirottato verso uno stabilimento termale.

In realtà, lo spettacolo che ho descritto non è che la versione moderna della preparazione al pellegrinaggio, raccontata nello studio del coraggioso orientalista olandese che soggiornò a Gedda nel tentativo, poi fallito, di raggiungere la Mecca. Nessuno stupore, quindi, per l’improvvisato «toga-party», perché quello di Gedda è l’aeroporto internazionale che serve la Mecca, tappa obbligata per i musulmani che viaggiano per l’Hajj (uno dei cinque Pilastri dell’Islam) o per il pellegrinaggio «minore», detto Umrah. Alla destinazione occorre giungere purificati, vestiti (gli uomini) soltanto di due lembi di stoffa bianca, uno annodato in vita, l’altro a coprire le spalle (secondo i precetti ordinati da Maometto durante la sua visita alla Mecca, nel mese di Dhul-Qa’dah dell’anno 7 dell’Ègira: il nostro 629 d.C.).

A parte questo piccolo shock culturale, in questo Paese aperto al turismo da appena qualche mese, quel che il viaggiatore occidentale dovrà affrontare veramente con nervi saldi è la piaga che (per parafrasare le parole su Palermo del film «Johnny Stecchino») affligge le città dell’Arabia: il traffico. Bastano pochi minuti sulle strade per accorgersi che guidare da queste parti è un esercizio non adatto ai deboli di cuore. Fortunatamente, Al Balad (Il borgo), il quartiere della vecchia Gedda, si visita a piedi.

Si passa tra alti edifici, composti di sfarinati mattoni di calcare corallino impastato con malta, dai quali sporgono meravigliosi rawāshin, elaborati bovindo azzurro turchino o verde bottiglia, che consentono alla brezza del mare di portare refrigerio e, al tempo stesso, proteggono da sguardi indiscreti. Le porte sono intagliate, alcune dipinte (di rosso, di giallo), forse provenienti dalle coste africane o dall’India, così come le spezie di cui abbondano i mercati, dove prevale l’aroma dell’incenso, venduto in cristalli simili al quarzo. Alcune di queste case, un tempo abitate dai ricchi mercanti Hejazi (ossia dell’Hejaz, la «barriera», come è conosciuta la regione costiera sul Mar Rosso) sono ora visitabili, come la Matbouli, presso il suq al Alawi.

Gli interni, tuttavia, possono deludere per quanto son spogli. D’altronde, come raccontava già Charles M. Doughty nei suoi Travels in Arabia Deserta (Londra-Boston, 1921) «nei Paesi arabi l’uso del letto non è conosciuto; giacciono sul pavimento, e anche i benestanti non hanno altro che una sottile trapunta di cotone stesa sotto di loro, e un copriletto: ho visto solo alcune cassepanche, in cui ripongono i loro abiti».

Madie in legno con intarsi in madreperla, nel gusto «indo portoghese», sono, appunto tra i rari arredi delle case museo; assieme a qualche kilim, vasellame ottomano, e dallah, brocche in rame dorato dal caratteristico lungo becco ricurvo, per servire il gahwa, il caffè. E poi armi, entro teche impolverate, «German made trigger rifle Um Subea (1866)», una pistola italiana «Tabanja» (dal turco Tabanca: pistola), e numerosi Martini che, anziché cocktail, sono i «Martini-Henry British made rifle (1899)».

L’edificio più antico è la Moschea Al Shafee, il cui nucleo risale al tredicesimo secolo. Per i kafir (infedele) che non se la sentissero di scendere i gradini fino alla sua corte centrale, ci si può anche limitare a sbirciare dalla porta. Perché, a parte la qibla, con le iscrizioni in calligrafia thuluth (inventata da Ibn Muqla, visir alla corte di Bagdad nel X secolo), il resto lo si può vedere anche dal di fuori, come gli snelli pilastri in legno dei monti etiopi, che si trovano uguali dalla corte dei Moghul fino a Isfahan, passando per Samarcanda e Buchara, a testimonianza di un linguaggio architettonico comune lungo la Via della Seta.

Lasciando Gedda alle spalle e puntando a nord, «abbiamo vagato tra piccole creste fino a quando l’alba ha svelato dolci vallate di sabbia con strane colline di lava che ci circondavano. La lava qui non era la pietra di cenere nero-blu dei campi intorno a Rabigh: era color ruggine e ammucchiata in enormi falesie di superficie fluida dalla forma piegata e contorta, come se fosse stata modellata quando ancora morbida». Mi piacerebbe dire che è andata così, come raccontava Thomas Edward Lawrence, ovvero Lawrence d’Arabia, nei Sette pilastri della saggezza del 1922.

In effetti, la strada verso lo «scudo di Rabigh», dove era ormeggiata la Northbrook del colonnello Paker, costeggia lunghe colate di lava nera come la pece. Ma, a parte la casa abitata da Lawrence, Rabigh non offre altro, e conviene proseguire verso Umm Laj, il punto di accesso alle «Maldive dell’Arabia Saudita»; un piccolo arcipelago di isole basse coperte da cespugli e abitate soltanto da uccelli e pesci d’ogni razza. Da non perdere per chi ama il mare cristallino. Ma come vedere le isole? Semplice, occorre trovare un barcaiolo (che parla solo arabo) e farsi accompagnare con una bagnarola a motore. E poco male se, improvvisamente, si dovesse fermare nel mezzo del mare senza una spiegazione. Sarà l’ora della preghiera, o forse, solo una sosta per pescare.

Proseguendo all’interno si giunge ad Al-Ula, narrata nella Bibbia. Oltre il ciglio della strada siede il labirinto vuoto della città abbandonata, con le sue case di mattoni di fango, paglia, sassi e ossa di animali, tenute insieme da travi di tronchi di palma. A vederla da vicino sembra un castello di sabbia sul bagnasciuga lavato via dall’acqua del mare, come se un wadi si fosse improvvisamente riempito e avesse travolto l’abitato, spazzando via con la forza della corrente le case e quel che c’era dentro. Sembra una città sepolta da millenni e invece son passati appena quarant’anni da quando la vita l’ha lasciata per ricominciare altrove.

Ma chi arriva fino a qui lo fa per ammirare resti ben più antichi; quelli nabatei di Madain Saleh. Le sue tombe rupestri, decorate da palmette, rosette, metope e triglifi, mi hanno riportato alla memoria gli studi universitari sul volume del 1893 Grundlegungen zu einer Geschichte der Ornamentik (Problemi di stile: fondamenti per una storia dell’ornamento), dove Alois Riegl inseguiva il concetto universale di una Kunstwollen; perché questa sarebbe una ideale palestra di studio en plein air di quei motivi ornamentali che da Oriente sono passati a Occidente.

Se fosse ancora in funzione, da qui avrei preso il treno sulla ferrovia a scartamento ridotto dell’Hegiaz, della quale rimangono ora pochi metri ma che, fino alla fine della prima guerra mondiale, conduceva da Damasco alla Mecca passando per Tabuk, città famosa, in Arabia, per l’appuntamento mancato tra i Bizantini, che ne difendevano il forte, e l’esercito di Maometto. All’arrivo del Profeta (così come durante la mia sosta) il forte si presentò vuoto e la battaglia non ebbe mai luogo. Ma l’Arabia offre molto altro ancora. A costo di rischiare la vita sulle sue causeway, la capitale Riad (Il giardino) non va saltata. Perché, oltre all’imponente fortezza Masmak, c’è da visitare Dir’aiyah, un intero quartiere in mattoni crudi cinto di mura e ricco di giardini, patrimonio dell’Unesco.

E poi il Museo Nazionale, reclamizzato tra le maggiori attrazioni del Paese. Però, a meno di non visitarlo con bambini al seguito, il suo taglio potrà sembrare troppo didattico, con i suoi diorami abitati da manichini vestiti da vasai, fabbri e pescatori. Tornerà se non altro utile a fornire un campionario di quel che, con un po’ di fortuna, si potrebbe trovare ancora oggi nei suq del Paese. Quello in Arabia Saudita è un viaggio in grado di sorprendere anche chi ha già molti timbri sul passaporto.

A chi si spingesse da queste parti capiterà d’assaporare l’ospitalità di questo popolo, avvezzo da millenni a trattare coi Frank, ossia gli occidentali, «Franchi» par excellence. Ma, in un eccesso di confidenza, non provate a camuffarvi con thobe (la tunica per gli uomini) inturbantandovi il capo (sempre che non abbiate lo charme di Peter O’Toole). Suscitereste solo sorrisi. Come a chiamare il copricapo chefiah; con quel nome lo chiamano i palestinesi. Qui si dice ghutra: tenetelo a mente.

Marco Riccòmini, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020


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