Umberg oggettivo e monocromatico

L’artista tedesco, che arriva all’immagine attraverso un ritualistico processo di stratificazione pittorica, presenta a Milano la sua grande installazione composta da 18 elementi

Veduta parziale dell’esposizione «Günter Umberg. Zeit-Bild». Cortesia di A arte Invernizzi, Milano Foto Bruno Bani, Milano
Ada Masoero |  | Milano

«Non vedo lo spazio espositivo come uno spazio neutro dove le opere sono disposte seguendo una sorta di logica simmetrica o geometrica, ma piuttosto secondo la relazione dell’opera con la rispettiva posizione della corporeità dello spettatore nello spazio. La natura materiale di uno spazio gioca un ruolo. Da questo punto di vista è comprensibile che io dia molta importanza a come si colloca un’opera sulla parete, a qual è il rapporto tra la parete e il quadro, a quali sono le qualità materiche».

È Günter Umberg a parlare e la grande installazione che accoglie i visitatori della sua personale «Zeit-Bild» da A Arte Invernizzi (fino all’8 febbraio 2024) è la traduzione perfetta di tali principi. I diciotto elementi (apparentemente) monocromi, tutti quadrangoli ma differenti per misure e per colore e tutti formati da una tavola rastremata posteriormente (il che induce a osservarne anche lo spessore, a sua volta dipinto), sono composti sulla lunga parete del piano superiore secondo l’equilibrio perfetto dettato dall’artista che, come di consueto, ha ideato nei minimi dettagli l’allestimento dell’intera personale.

Rigorosa e spettacolare nella sua essenzialità, quest’opera realizzata per l’occasione, che dà il titolo alla mostra, introduce a una saletta dove invece sono esposte due opere degli anni ’70 di pigmento nero, mentre al piano inferiore è il blu ad aprire i suoi spazi di vuoto sulle pareti, in un’installazione accostata a due lavori recenti dove le tavole monocrome insistono su strutture di legno che danno vita a un segno quasi costruttivista.

Da non perdere, qui, il monocromo blu posto sulla parete di fronte che a chi si accosta rivela, per poi subito cancellarlo, un alone circolare di tonalità blu lievemente cangianti, come se si affondasse lo sguardo in spazi siderali. Come spiega il regista Francesco Castellani nel suo bel testo in catalogo, alla luce del pensiero di Gilles Deleuze («l’immagine non è una “cosa” ma un’eterna e incessante modulazione di un Tutto che cambia infinitamente»), le opere di Umberg «si situano in una “zona d’indeterminazione”, una sorta di interstizio fuori dalla percezione pratica e razionale» e conservano «la componente oggettualecorporea dell’opera, mentre la trascendono».

Per attingere a questa dimensione d’infinito, e conseguire la profondità di spazio e di tempo che si avverte nei suoi lavori, Umberg si avvale di una tecnica difficile, lenta e sofisticata, densa di pensiero e di emozione: il colore, che è il suo strumento espressivo principe («il mezzo centrale della [mia] pittura»), è il prodotto di un processo quasi alchemico realizzato da lui, cui concorrono pigmenti puri, resine e, talora il bolo armeno.

Una volta ottenuto il colore voluto, Umberg lo stende uniformemente sulla tavola, in orizzontale e verticale, lo carteggia e poi ripete più e più volte (fino a cento) il processo: «il numero di strati non è decisivo, spiega. Ciò che è decisivo è il modo in cui arrivo a un’immagine con gli strati». Non monocromia, dunque ma, piuttosto, «monocromie», che s’imbevono l’una dell’altra, generando una dimensione che va oltre il reale.

© Riproduzione riservata Veduta parziale dell’esposizione «Günter Umberg. Zeit-Bild». Cortesia di A arte Invernizzi, Milano Foto Bruno Bani, Milano
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