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Archeologia

Tutu, la sposa e la mamma: la necropoli di Al-Dayabat

È un sito di età tolemaica di cui si ignorava l'esistenza

Una parete affrescata nella necropoli tolemaica di Al-Dayabat

Sohag (Egitto). Ormai da alcuni anni il Ministero delle Antichità egiziane è impegnato in una campagna di promozione del turismo attraverso l’annuncio di ritrovamenti archeologici. Se da un lato questo atteggiamento, a lungo andare, rischia di creare un’«inflazione» di clamorose scoperte, dall’altro ha il merito di mettere sotto i riflettori della stampa internazionale siti di cui si ha scarsa o nessuna conoscenza.

È il caso della necropoli di Al-Dayabat, località in prossimità di Sohag (500 km ca a sud del Cairo), salita alla ribalta delle cronache più recenti per il ritrovamento fortuito di una necropoli di età tolemaica (323-30 a.C.) di cui fino a quel momento si ignorava l’esistenza. La sua identificazione era avvenuta nell’ottobre scorso a seguito dell’arresto di alcuni tombaroli. Di tutti i sepolcri localizzati è stata scavata e restaurata la tomba di un certo Tutu figlio di Sheretaset.

Le operazioni sono state condotte da una missione del Ministro delle Antichità egiziano e hanno portato all’apertura al pubblico del monumento il 5 aprile scorso. La tomba di Tutu è costituita da due ambienti di modeste dimensioni.

Le pareti del primo sono completamente dipinte con pitture realizzate facendo uso della classica pentacromia (rosso, blu, giallo, nero e bianco) che trova precisa corrispondenza nei templi tolemaici contemporanei. La decorazione comprende una serie di scene in cui Tutu, in compagnia della sposa e della madre, è ritratto in adorazione di alcune divinità e una figurazione a tema oltremondano, ispirata al Libro per Uscire al Giorno (Libro dei Morti).

Nel secondo ambiente sono stati trovati due sarcofagi in calcare, i corpi imbalsamati di una donna e di un ragazzo di età compresa tra i 12 e i 14 anni e una cinquantina di mummie di falchi, gatti, cani e toporagni. Quest’ultimo animale era collegato al culto del sole. Allo stato attuale delle conoscenze è difficile stabilire quale fosse la funzione di queste deposizioni che appaiono comunque secondarie rispetto alla realizzazione del sepolcro.

Francesco Tiradritti, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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