Troppa politica danneggia Venezia

Perchè il governo dovrebbe implorare l’Unesco di mettere la città sull’elenco dei siti in pericolo: aiuterebbe l’Italia ad affrontare l’autentica e imminente minaccia mortale alla Serenissima

Anna Somers Cocks |  | Venezia

Giovedì 22 luglio i delegati del Comitato del Patrimonio Mondiale dell'Unesco discuteranno se inserire Venezia e la sua laguna nell'elenco dei siti a rischio. Questa è una pura formalità: qualunque cosa dicano, a meno che l'Italia non abbia dato il suo permesso, eviterà un esito che viene considerato un'umiliazione nazionale piuttosto che una constatazione di fatto.

Poiché l'Unesco è ormai profondamente politicizzato, ha il terrore di offendere i suoi Stati membri più influenti (nell’elenco dei 53 siti dichiarati a rischio, solo quattro sono in Occidente) tra cui l'Italia è particolarmente rispettata, non solo perché ha più siti Patrimonio dell'Umanità di qualsiasi altro Paese (55), ma anche perchè paga la sua quota e ha fornito i 60 carabinieri che compongono i Caschi Blu della Cultura, che fanno bene all'immagine della Organizzazione.

Ai delegati è stato fornito il rapporto realizzato nel 2020 dal Centro del patrimonio mondiale dell'Unesco, Icomos e Iccrom che conclude «I continui effetti di deterioramento dell'intervento umano combinati con il cambiamento climatico sul vulnerabile ecosistema lagunare, minacciano di provocare un cambiamento irreversibile. La risoluzione di questi annosi problemi è ostacolata dalla mancanza di visione d'insieme e dalla scarsa efficienza di coordinamento integrato della gestione a tutti i livelli degli stakeholder».

Queste critiche, però, sono state quasi certamente scavalcate dall' intervento del governo del 13 luglio, quando ha finalmente bandito le navi da crociera dal centro di Venezia e dato all'Unesco la scusa per scagionare l'Italia. Bene, bravi, ma con ciò Venezia non è affatto salva. Questo è un momento di riforma fondamentale nella storia del Paese e manderebbe un messaggio forte e positivo al mondo se l'Italia accogliesse le due principali preoccupazioni espresse nel rapporto Unesco (il cambiamento climatico e la mancanza di una gestione coordinata ed integrata della città e della sua laguna) e accettasse che Venezia è davvero in pericolo. 

Perché si parla così poco della morte non così lontana di Venezia a causa dell'innalzamento del livello del mare? La ragione sta nella storia travagliata delle barriere mobili, il famoso Mose, e dalle distorsioni intenzionali create dai gruppi industriali che ne sono responsabili, l'allora corrotto (ma adesso riformato) Consorzio Venezia Nuova.

Il Mose riuscirà a fermare le inondazioni per qualche decennio, ma, come dissero gli scienziati dell’Ismar-CNR nel 2010, «il mare prima o poi si alzerà ad un livello in cui anche le continue chiusure non saranno in grado di proteggere la città dalle inondazioni. La domanda non è se questo accadrà, ma solo quando accadrà». Adesso quando accadrà sta diventando chiaro: sarà intorno alla fine di questo secolo se non interveniamo, mentre non sappiamo ancora con quali modalità.

È una questione di aritmetica. Il sito web del Mose afferma che le barriere mobili saranno efficaci fino a un innalzamento medio del livello del mare di 60 cm e l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l'organismo delle Nazioni Unite riconosciuto a livello internazionale su cui la maggior parte dei governi basa le proprie politiche, ha affermato nel 2019 che il livello medio del mare potrebbe raggiungere i 30-60 cm entro il 2100 se il riscaldamento globale è limitato ben al di sotto dei 2°C, ma raggiungerà i 60-110 cm se le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare con i ritmi attuali.

Poiché non stiamo riuscendo a ridurre le emissioni di gas serra nella quantità necessaria per bloccare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, il livello più alto di 60-110 cm diventa sempre più probabile. Questa brutta prospettiva non viene discussa perché esiste una grande confusione tra due realtà: le acque alte e l’innalzamento del livello del mare. Se immaginiamo Venezia come una persona malata, le acque alte sono le fasi acute di una malattia, che vanno e vengono, mentre l'innalzamento del livello del mare è la condizione cronica che ucciderà il paziente.  

Negli anni precedenti al ​​2014, prima della rivelazione della sua diffusa corruzione, il Consorzio aveva fatto di tutto per confondere questa distinzione. A differenza di oggi, il sito web del vecchio Consorzio non menzionava i limiti dell'efficacia a lungo termine del Mose per paura che i molti oppositori delle barriere dicessero che non aveva senso una misura che non fosse la soluzione finale. È persino stato fatto sopprimere un importante convegno nel 2011 durante il quale gli scienziati avrebbero parlato dell’innalzamento del mare. 

Il Mose è in grado di trattenere acque alte fino a 3 metri, e le acque alte raramente durano più di 24 ore, ma l'innalzamento del livello del mare è un processo permanente in continua crescita. È già di circa 35 cm più alto di quanto non fosse nel 1897, anno in cui iniziarono a essere effettuate misurazioni scientifiche regolari, e i danni che sta già provocando agli edifici veneziani sono visibili dappertutto.  

Le critiche Unesco sulla gestione di Venezia e della sua laguna riguardano la frammentazione del suo sistema di «governance»: i canali all'interno della città sono del Comune; i canali di navigazione, tra cui il canale della Giudecca, e i porti della laguna fanno capo all'Autorità Portuale che è un ente statale; le acque che confluiscono nella laguna sono di competenza della Regione; le valli da pesca sono di competenza della Provincia, mentre la ricerca e l’esecuzione della difesa della città e della laguna sono il ruolo del Consorzio. 

Cinzia Zincone, dirigente interregionale alle opere pubbliche, rappresentando il Consorzio aggiunge che «La suddivisione della politica in tanti piccoli partiti, la proliferazione dei commissari e l’antico disaccordo tra il ministero delle infrastrutture e il ministero dell’ambiente aggravano il problema». Questa confusione, questa mancanza di pianificazione per un futuro in cui dominerà il cambiamento climatico non può continuare se questo e i prossimi governi vorranno onorare l’impegno che ha dato l’Italia di proteggere i suoi siti di Patrimonio mondiale dell’Umanità, anche senza le fasulle minacce sdentate dell’Unesco.

L'autrice, gia’ fondatrice e direttrice del «The Art Newspaper», dal 1999 al 2012 è stata chairman del «Venice in Peril Fund», il comitato privato britannico per la salvaguardia di Venezia.

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