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Antiquari

Tinto Vitta, antiquario per passatempo

Appassionato di mobili francesi in stile impero, colleziona dipinti di Giovanni David, gessi del Bambaia e arredi di Pelagio Palagi

Tinto Vitta riflesso in una specchierina Impero proveniente dalla Malmaison

Torino. Tinto Vitta non è un uomo comune. Nato a Gerusalemme nel 1945, vive tra la Toscana (dove ama stare nella bella stagione) e Torino (dove sta per lasciare la casa in cui ha vissuto per quarant’anni). Dice che è arrivata l’ora per voltar pagina: basta con i fiori, il giardino, le anatre e la vista romantica sul fiume Po. Preferisce stare nel centro di Milano, vicino alla stazione, dove i collegamenti sono più comodi.

Gli chiedo se nella nuova dimora riuscirà a farci entrare tutto quello che ha raccolto nel corso di una vita e lui risponde con una frase che ha sentito dire all’amico Franco di Castro e che ha fatto propria: «Non è importante, in fondo sono solo cose». Arredi, libri, lampade, tarsie, dipinti, disegni: l’appartamento torinese trasuda una storia stratificata.

Tra le cose più appariscenti c’è il suo letto a due piazze, di provenienza lucchese, dell’età di Maria Luigia, con quattro colonne scanalate da cui partono altrettante aste incurvate che reggono, al centro, una corona. Sopra doveva svettare una sorta di cimiero ma il soffitto non è abbastanza alto per accogliere anche quello. Lì a fianco c’è un dipinto di Giovanni David, con Medea ed Esone: un quadro stregonesco. È uno dei quattro che possiede dell’autore.

Tinto mi racconta che all’età di vent’anni, come passatempo, gestiva un negozio di antiquariato a Torino. Era specializzato in mobili e amava quelli in stile impero, soprattutto francesi. Il primo oggetto che ha comprato per sé è stata una specchierina da tavolo, proveniente da una residenza napoleonica: la Malmaison. Mentre me la descrive gli rubo una fotografia in cui vi si riflette. Sorride, è un uomo gioviale e aperto. Ama le storie, sentirle e soprattutto raccontarle. Pensa che ogni opera collezionata gli sia servita per fare un percorso, un tratto di conoscenza in più. Alla bisogna ci si può anche sbarazzare delle cose, magari per puntare più in alto. Ultimamente ha rallentato il ritmo.

L’occhio rimane instancabile, la memoria ferrea. Preferisce parlare del passato piuttosto che del presente. Tra gli incontri che ama ricordare c’è quello con Gustavo Rol, per alcuni il più importante mago della storia occidentale, per altri un volgare ciarlatano.

Secondo Tinto Vitta vale la prima definizione. A supporto di questa ipotesi riporta due casi di cui è stato testimone. Il primo è avvenuto nel suo negozio, dove Rol era di casa, avendo una passione monomaniacale per cimeli napoleonici che scovava dappertutto. «Un giorno lo punzecchiai dicendogli di fare qualche magia. Lui prese un librone appoggiato su un mobile e lo scaraventò contro una parete. Il libro sembrava magicamente scomparso. Poi lo ritrovammo riverso a terra, nella stanza adiacente».

Il secondo caso è anche più singolare. Questa volta è stato Vitta ad andare in casa di Rol, in via Silvio Pellico. Rol era intento a restaurare un quadro (pare si dilettasse anche in questo mestiere). Sopra un secondo cavalletto c’era una tela bianca. «A un certo punto Rol ha iniziato a emettere degli strani rumori e, all’improvviso, sulla tela vergine è apparso un paesaggio francese in stile settecentesco». Gli domando se gli abbia mai venduto qualcosa, e lui: «Aveva puntato la specchierina, ma come vedi, non gliel’ho ceduta».

Il livre de chevet di Vitta sono i Saggi di Montaigne. Gli chiedo come possa far convivere la razionalità del filosofo francese con l’esoterismo di Rol. Lui risponde senza fare una piega: «Mi sono serviti entrambi per conoscere i miei gusti». Tra i suoi gusti ci sono i gessi della tomba di Gaston de Foix, scolpita dal Bambaia, provenienti dal Castellazzo. Hanno ancora le loro basi in legno dipinto di colore verde-azzurro, e sono sei: «Me li porto a Milano, staranno bene là», dice Vitta. «Anche questa enorme libreria mi seguirà, così come il secrétaire di Pelagio Palagi e l’orologio che gli sta sopra, proveniente dal Buen Retiro. L’ultimo pezzo l’ho comprato durante un viaggio in Spagna, in compagnia di Alvar González-Palacios. Devo ammettere che la mia storia di collezionista nasce da alcune amicizie. La più antica è quella con Mario Tazzoli. Credo sia stato lui a trasmettermi il senso della qualità».

Tinto è un insuperabile narratore. Mentre ripercorre la sua storia non può fare a meno di testimoniare riconoscenza agli amici e ai compagni di strada. Uno è Gian Enzo Sperone. «Possedevo due tavolini da notte francesi con un po’ di bronzi, bellini, ma niente di che. Un giorno arriva Gian Enzo e mi dice che li vuole. Mi propone un baratto. I tavolini in cambio di un quadro di Jim Dine, un artista pop americano. Oggi varrebbe uno sproposito. Il dipinto era grande come una parete. Io gli dico che non ci sto. Tra me e me avevo pensato: “e dove lo metto un quadro così grande”. Col senno di poi credo di aver fatto un errore madornale».

Tinto si mette a ridere a crepapelle, ovviamente è una risata contagiosa. Ammettere uno sbaglio e riderci sopra è una sublime forma di intelligenza. Di Federico Zeri ricorda una visita al Sancta Sanctorum, la cappella papale, in San Lorenzo al Palazzo. «Di fronte alle colonne di porfido e ai capitelli dorati Zeri se ne è uscito con una delle sue solite sintesi: “il giallo-rosso della Roma era già rappresentato qui”. Quando Zeri passava da Torino, spesso era nostro ospite. Negli ultimi anni camminava con un po’ di difficoltà. Per passare dal piano terra all’interrato, dove abbiamo la sala da pranzo, prendevo l’auto. Usavo la rampa esterna che collega i due piani. La scena era piuttosto esilarante».

L’altro amico che menziona è Ezio Benappi: «Mi ha insegnato molto. È davvero un raffinato conoscitore. Poi si affida agli specialisti ma innanzitutto sceglie col suo gusto e il suo intuito». Gli domando se avesse la stessa opinione di Giancarlo Gallino: «Anche se per un certo periodo sono stati soci erano molto diversi, Gallino era più mercante, Ezio è più filosofo. Ovviamente preferisco la filosofia».

Sul filo della memoria Tinto ricorda la vicenda del nonno paterno, poi del padre Edoardo: «Era andato a specializzarsi in Diritto internazionale ad Harvard. Nel frattempo, in Italia, erano entrate in vigore le leggi razziali. Perciò decise di andare in Palestina, a Gerusalemme. Dove, dopo qualche anno, sarei nato io. A Gerusalemme vive il mio fratello maggiore, Ariel». A questo punto non può fare a meno di descrivere la casa spoglia, quasi monacale, dove vive il fratello, per arrivare a dire che «chi riesce a non desiderare nessun oggetto è un uomo fortunato». Ariel è come se fosse l’opposto di Tinto e, ovviamente, ne è fatalmente attratto: «È un uomo meraviglioso». I meccanismi della memoria seguono un loro strano percorso, a volte labirintico.

Improvvisamente Tinto ha iniziato a dire: «Devo assolutamente leggere il libro di Rachel Cohen su Bernard Berenson. Lei lo conosce?». E io: «Ovvio che sì». «Mi dica, mi dica: Che cosa l’ha colpito?», mi chiede Tinto. E io: «Certe persistenze della tradizione ebraica nella vicenda personale di Berenson. Come quella sulla luna nuova. Ormai vecchissimo, Berenson continuava a fare i tre inchini propiziatori alla luna, facendo, contemporaneamente, ballare le monete in tasca». E lui: «Non me ne parli. È l’unica superstizione che ho. Si figuri che se viaggio in autostrada e so che c’è la luna nuova guido per ore, di notte, con il parasole abbassato e gli occhi puntati sull’asfalto. La luna non va mai vista attraverso il vetro. Altrimenti sono guai».

Simone Facchinetti, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019


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