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Mostre

Sophie e altri voyeuristi al Fotomuseum

Un progetto di Sophie Calle e i nuovi orizzonti della fotografia contemporanea

«Parce que (Because), The Bed», 2018, di Sophie Calle. © Sophie Calle, ADAGP Paris 2019. Foto di Claire Dorn. Cortesia di Perrotin

Winterthur (Svizzera). «Ho visto mio figlio in un sogno. Aveva dieci anni. Era in pigiama. Mi guardava e mi sorrideva. È venuto verso di me. Ho pensato che fosse davvero bello»: è ciò che risponde uno dei protagonisti di «The Blind», progetto realizzato da Sophie Calle nel 1986 coinvolgendo diverse persone cieche dalla nascita, alla richiesta di descrivere la propria immagine di bellezza.

La trascrizione delle risposte, un ritratto dell’intervistato e una fotografia di ciò che le parole descrivono, vengono poi esposti insieme, unendo una forte vena poetica con l’attitudine archivistica che ritroviamo in molte opere dell’artista francese. Questo progetto, e tanti altri realizzati negli ultimi anni, è esposto dall’8 giugno al 25 agosto nella grande mostra, intitolata «Un certain regard», che il Fotomuseum le dedica.

Un certo sguardo è quello che caratterizza tutta la produzione della Calle, nella quale esplora le tematiche universali della vita, dell’amore e della morte, da punti di vista spesso legati alla sua esperienza personale. Ricorrente nel suo lavoro è, infatti, la riflessione legata all’idea di esibizionismo e di voyeurismo, aspetti che negli ultimi stanno dando alla sua ricerca una forte connotazione sociale e antropologica.

Sull’ossessione del vedere si concentra anche la mostra «SITUATION/Porn», dall’8 giugno al 10 ottobre, che fa parte del format lanciato dal museo nel 2015 con lo scopo di indagare, anche con strategie curatoriali non convenzionali, i nuovi orizzonti della fotografia contemporanea. La connotazione pornografica dell’esposizione non è tanto da intendersi nel suo senso tradizionale, piuttosto come considerazione sull’odierno modo di far circolare (e di consumare, di conseguenza) immagini appartenenti alla sfera privata dell’esistenza.

Attraverso le opere di autori come Anna Ehrenstein, Andy Kassier, Andy King, Adrian Sauer, Jean-Vincent Simonet e altri, l’esposizione racconta quanto il linguaggio fotografico e video sia complice dei tanti fenomeni di perversione contemporanea che, attraverso la rete, sono entrati a pieno titolo nelle abitudini di gran parte delle persone.

Monica Poggi, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019


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