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Otto grandi quadri specchianti di recente esecuzione compongono la personale di Michelangelo Pistoletto aperta fino all’8 gennaio nella Galleria Christian Stein. Il tema che li accomuna è quello della «soglia» da varcare, del confine da abbattere: ovunque compaiono, infatti, le sbarre di una robusta gabbia, intese dall’artista come metafora delle barriere da spezzare per poter incontrare e accogliere l’«altro».
Eppure, sebbene il tema sia «storico» per lui, che l’ha utilizzato dapprima in relazione agli animali, poi dal 1974 (mentre la questione delle carceri si faceva sempre più bruciante) declinandolo in chiave politica, questi nuovi lavori, visti dopo la clausura della pandemia, si caricano di ulteriori significati simbolici, legati al sentimento di costrizione e di libertà interrotta che il lockdown ha portato con sé.
Maestro dell’Arte povera sin dal 1967, quando si formò, Pistoletto (Biella, 1933) ha sviluppato nel tempo un linguaggio multiforme, che gli è valso, tra gli altri riconoscimenti, il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia del 2003, ma le opere che l’hanno imposto sulla scena internazionale restano i quadri specchianti, avviati nel 1961-62, con i quali l’artista include nell’opera l’osservatore e l’ambiente circostante, incorporandovi così la dimensione del tempo.
Protagoniste qui, oltre alle sbarre, sono delle persone, tutte, salvo una, viste di schiena e dunque prive d’identità, alcune delle quali intente ad aprirsi un varco, ma vi figurano anche due sedie vuote e un tigrotto seduto, di schiena anch’esso, di cui s’indovina il sentimento di segregazione.
Veduta della mostra «Michelangelo Pistoletto» alla Galleria Christian Stein di Milano. «Donna che guarda attraverso le sbarre», 2018; «Atto sodale», 2018; «Uomo che guarda attraverso la gabbia», 2018; «Uscire», 2020; «Uscendo», 2020; «Sedie – incontro», 2020. Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milan Foto Agostino Osio
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