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Aste

Schiele moderno ma eterno

Un foglio del ’14 apre la settimana (molto italiana) di Dorotheum

«Donna con le braccia levate», di Egon Schiele (particolare). © Dorotheum

Vienna. Le braccia levate mettono in evidenza lo scorcio di un volto che guarda anatomicamente a sinistra e stilisticamente a ovest, verso la Parigi di Picasso e Modigliani, quasi una rivendicazione di appartenenza al Modernismo europeo; la trattazione delle vesti è invece analitica e dettagliata come un disegno rinascimentale tedesco; la posa, tipica negli studi accademici di figura, rimanda tuttavia alle dolorose torsioni espressioniste.

Non sappiamo chi sia la «Donna con le braccia levate», matita su carta, con filiformi riprese a gouache e acquarello che dotano la figura, ancorché vestita, di vene e arterie scoperte: Egon Schiele la ritrasse nel 1914, un anno-boa nella sua tormentata biografia, con l’artista ormai prossimo al matrimonio con la borghese Edith Harms, una sorta di passo d’addio alla bohème e al lungo concubinato con la modella Wally.

Un anno d’oro per quanto riguarda il suo successo, culminato, proprio a Vienna, con la vasta monografica nella galleria di Guido Arnot. La fase «adulta» di Schiele durerà pochissimo, stroncata nel 1918 dall’epidemia di influenza Spagnola. Da quel foglio (48,5x32,3 cm), stimato dai 900mila a 1,6 milioni di euro, Dorotheum si aspetta un’apertura col botto della sua settimana d’aste, proponendolo insieme a «Ragazza sdraiata sul fianco con gonna sollevata», una grafite dello stesso autore del ’12 (400-600mila) e ad altre figure muliebri: di Matisse (80-120mila per un carboncino del ’48) e di un vero e proprio «anti-Schiele», nella sua passione per l’opulenza anatomica, Fernando Botero (200-300mila per un piccolo bronzo dell’82).

L’arte italiana ricopre un ruolo importante nel novembre di Dorotheum: un «Achrome» del ’59 di Manzoni (400-600mila) e un «classico» del periodo più concettuale di Calzolari, «Un eroe somiglia a» (1973), lapidaria affermazione speculare su sale e piombo (75-100mila) sono tra i lotti più attesi dell’asta del 27 e 28 novembre, che include un Santomaso del ’53 (50-70mila) e un «Oro», sicofoil di Carla Accardi del ’72 (60-80mila), oltre a un «teatrino» del 1966 di Fontana (240-320mila) e un Dorazio del ’57 vicino all’opulenta materia informale (90-100mila).

L’Informale, appunto: la stessa vendita ne propone la declinazione orientale, attraverso un olio del ’91 del Gutaï Kazuo Shiraga e il suo influsso nella gestualità dell’azionista viennese Arnulf Rainer (90-140mila euro la stima per «Croce» del 1980-85). E poi c’è chi dal pathos informale cercò di estrarre una modalità più concettuale, come Yves Klein, qui con una «Eponge» del 1961 ca, una spugna naturale intrisa e cristallizzata nel marchio di fabbrica cromatico IKB (80-100mila).

Nell’insieme, una settimana che attraversa tutto il ’900 ormai classico: c’è un Balla post futurista del ’26, tornato a contemplare le luci dorate di Villa Borghese come nei suoi esordi divisionisti (180-220mila, in vendita il 26) e ci sono le ultime fiammate pop con una scultura in legno del 1986 di Lichtenstein («Brushstroke I», 120-140mila nell’asta del 27 e 28). Il tutto con un’avvertenza per il compratore troppo affezionato alle cronologie e alle mode: «L’arte moderna non esiste. L’arte è una sola, ed essa è eterna». Lo proclama nel 1911 Schiele in una lettera a uno sconosciuto destinatario; il manoscritto è offerto il 26 novembre con una stima di 20-40mila euro.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 402, novembre 2019


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