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Scacco matto di re Harry

Diretto, meditativo, curioso, intelligente. Szeemann. Un ricordo di Carolyn Christov-Bakargiev

Harald Szeemann durante una «lecture» davanti a «Werk Nr. 003» di Emma Kunz, senza data. The Getty Research Institute, 2011. M.30. Cortesia per l'opera: Emma Kunz Zentrum. © Anton C. Meier

Rivoli. La mia citazione preferita di Harald Szeemann è: «Prima vengono i visionari, poi gli artisti; poi gli artisti fanno le opere d’arte, poi arrivano i collezionisti che vogliono vivere come gli artisti, ma non in capanne, poi arrivano gli architetti e poi viene la miseria». Lo ha detto a proposito della parabola della Comunità del Monte Verità, sopra Ascona, nel Canton Ticino, dove visionari e anarchici vivevano alla fine dell’Ottocento e dove intorno al 1900 un gruppo di utopisti antiborghesi e artistoidi andarono a vivere insieme, ispirati, tra le altre cose, dalla teosofia.

Tra questi vi era Henri Oedenkoven, la sua partner Ida Hoffmann e i fratelli Karl e Gusto Graeser. Con il tempo arrivarono in molti altri, divenne un albergo, si ristrutturarono gli edifici e infine tutto finì prima della seconda guerra mondiale. Dopo aver curato Documenta 5 nel 1972, Harald dedicò al Monte Verità tanta attenzione, perfino una mostra nella Casa Annatta del Monte Verità nel 1977. Proprio al Monte Verità di Szeemann, al sogno di una comunità felice, almeno per un po’, ho dedicato molti anni dopo, e senza dirlo apertamente, il progetto delle casette nell’Auepark di Kassel, durante dOCUMENTA(13) del 2012.

Mi è dispiaciuto che lui (scomparso nel 2005) non abbia potuto visitare la mostra, ma ricordo che l’amico Okwui Enwezor (anche egli da poco tempo non più con noi purtroppo), direttore artistico di dOCUMENTA11 nel 2001, ha notato la relazione e mi chiese di renderne conto. Lo faccio ora. Quando parlavamo di quel luogo, Harry mi raccontava che era come il triangolo delle Bermuda, un posto dal campo magnetico particolare, e che i piloti delle linee aeree svizzere e italiane preferivano non sorvolare. Non ho mai verificato questa sua affermazione.

Per me Harry era il nonno, un grande saggio a cui tutti noi ci ispiravamo, un uomo acuto, divertente, fine, indipendente e anche un po’ un sopravvissuto dalla generazione hippy, con un grande senso di libertà. Era svizzero come Hans Ulrich Obrist (collega del quale aveva «approvato» il lavoro, conferendogli pertanto uno speciale imprimatur e pedigree). E come gli svizzeri cercava uno sbocco al mare mai trovato in maniera letterale, ma certamente captato a livello cosmico attraverso le sue macchine celibi e i suoi movimenti verso le Gesamtkunstwerk.

Credo, ma non ricordo bene, di averlo conosciuto intorno al 1990, forse a Roma, forse attraverso il gallerista Mario Pieroni e la sua partner Dora Stieffelmeyer. Era venuto certamente a vedere una delle prime mostre che avevo curato, «Molteplici Culture», organizzata nel 1992, ed era uno dei più o meno 700 cittadini che vi si erano avventurati e ne fui dunque sorpresa. Non andava solo nei posti di moda.

Ricordo particolarmente una giornata alcuni anni dopo, intorno al 1998, nei giardini di Villa Medici, un pomeriggio in cui era venuto a vedere la mostra «La Ville, le Jardin, la Mémoire» (mi ha sempre colpito che andasse a vedere le mostre dei giovani cuatori, come fosse l'espressione di una curiosità innocente, infantile, beata), durante il quale parlammo a lungo, mi chiese che cosa stessero facendo i giovani, chi erano gli artisti interessanti da visitare in studio. Era sinceramente interessato. Non parlava mai di se stesso o di che cosa stesse facendo.

Era alto, sorridente, si toccava la barba, in maniera meditativa. Prendeva tutto il tempo che serviva per riflettere. Di conseguenza ti sentivi apprezzata, un sentimento che riescono a conferire solo le persone di vera qualità. Quando alcuni anni dopo mi sono trovata a New York, senior curator al PS1, e avevo nostalgia dell’Europa, gli scrissi una lettera chiedendogli suggerimenti per poter ritornare. Non rispose, ma poco dopo ricevetti la lettera d’invito a essere membro della giuria per la sua Biennale di Venezia; e quell’estate del 2001, dopo aver conferito i premi a giugno, Ida Gianelli mi chiamò per un colloquio e sono venuta al Castello di Rivoli come capo curatore dal gennaio successivo.

Ho sempre pensato che l’essere membro della giuria della Biennale fosse stato un modo di Harry per aiutarmi a rientrare in Europa, puntando un piccolo riflettore nella mia direzione. Nel 2011, quando gli archivi di Kassel cercavano di acquistare l’archivio Szeemann, e competevano con il Getty, sono andata a Tegna come rappresentante di Kassel a conoscere Ingeborg Luescher, la sua compagna dal 1972 al 2005. Ingeborg e la loro figlia Una optarono per il Getty.

Non a caso, al Getty andai a leggere e studiare le carte di Szeemann per lunghi mesi negli anni successivi e fui colpita dalla sua compulsione a tenere tutto. Vi trovai una cartella chiamata CCB. Dentro due mie lettere a cui non aveva mai risposto: una del 1988 in cui gli chiedevo che cosa pensasse del restauro della Cappella Sistina, e quella del 2001, in cui chiedevo aiuto per tornare in Europa. Szeemann è oggi glorificato come un grande eroe per aver inventato la pratica del curatore indipendente contemporaneo assieme a pochi altri (in Italia principalmente Achille Bonito Oliva e Germano Celant).

Quel che ricordo io è una persona diretta, mai compiaciuta di sé stesso, anticonformista e, soprattutto, intelligente: una dote rara, oggi addirittura pericolosa. In comune? Una tendenza ad accumulare, il fatto di guardare al passato per guardare al futuro e l’amore per le opere difficili da capire, la ricerca di spazi ambivalenti, emancipati, dove l’intelligenza si ferma, impotente. Scacco matto.

Carolyn Christov-Bakargiev, da Il Giornale dell'Arte numero 396, aprile 2019


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