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Riforma antistorica

Il balbettante (tuttavia pericolosissimo) testo di legge abbozzato non potrebbe avere altro fine se non centralizzare un potere assolutistico che oggi è reso più appetitoso da migliaia di assunzioni ormai inderogabili e da ingenti investimenti anch’essi non rinviabili

Una sala dei Musei Capitolini. Foto: Wikipedia

Per definizione l’opposizione di un Governo è esterna perché a esso dovrebbe opporsi. Il paradosso di questo Governo è che al suo interno contiene anche la sua opposizione. Non basta. L’opposizione viene svolta da tutte e due le componenti politiche che sono ostili e diverse, ma avvinte da un vincolo diabolico: l’ossessione di mantenere il potere. L’improbabilità di altre alleanze le imprigiona nel loro tormentatissimo, litigioso ma indissolubile matrimonio (i grillini soffrono di più, terrorizzati di perdere il posto per la non ammissibilità del terzo mandato).

L’ossessione del potere (che induce fibrillazioni permanenti di rivalità isteriche) non solo stampella l’alleanza, ma addirittura detta le azioni di Governo che sembrano pilotate da un’unica finalità: catturare voti usando qualsiasi stravagante invenzione populista.

Perché stupirsi? Ciò che accomuna le due forze politiche sono proprio la rispettive storie di opposizione che di fatto sono l’unica reale esperienza nella quale risultano addestrate, quella cui devono il successo.

Bisogna riconoscere che in queste condizioni è davvero difficile praticare virtuose finalità di buon governo o intravedere barlumi di visioni lungimiranti.

Appare invece inesorabile la condanna a una maratona elettorale senza fine per due necessità non eludibili: dimostrare un minimo di credibilità nell’impraticabile impresa di mantenere promesse elettorali avventate e non sostenibili, e inventare ogni mattina nuove sparate propagandistiche capaci
di suggestionare i rispettivi elettorati. Che saranno di palato facile ma famelici, volubili e malati di un endemico virus intestinale dovuto a un velenoso impasto di malcontento e protestantismo insaziabili.

Privi di esperienze pratiche gestionali (a eccezione dei Governatorati leghisti nel Lombardo-Veneto, stendendo un velo pietoso sulle città grilline) e di capacità propositive, entrambi gareggiano (1) a smantellare furiosamente qualsiasi cosa fatta prima, (2) a occupare spasmodicamente ogni possibile centro di potere.

* * *

La novità grave è che la loro brama ora si è estesa perfino al Ministero dei Beni culturali che ne sembrava indenne grazie alla nota insensibilità culturale dei contraenti sancita dal fragoroso silenzio del contratto di programma.

Sergio Rizzo ha raccontato molto bene su «la Repubblica» del 19 giugno perché la balbettante (tuttavia pericolosissima) riforma abbozzata
non potrebbe avere altro fine se non centralizzare un potere assolutistico che oggi è reso più appetitoso da migliaia di assunzioni ormai inderogabili (serbatoi di voti) e da ingenti investimenti anch’essi non rinviabili.

Non importa chi, come, quando e perché lo avesse fatto, ma un decentramento delle capacità decisionali e la delega di responsabilità finalmente personalizzate erano stati gli incredibili e faticosi progressi conquistati strappando lembi di potere a una burocrazia centrale tanto avida e possessiva quanto intollerabilmente immobilista e refrattaria ad assumere responsabilità personali.

Era stato il recupero di una realtà storica: l’Italia è il Paese delle cento città. Principi e vescovi e comunità operose, orgogliose e ambiziose avevano costruito nei secoli la bellezza e la fortuna di ciascuna delle nostre cento città delle quali tutti ci vantiamo.

Ci vuole un’invereconda faccia di tolla, oggi, a escludere la capacità
di condividerne la responsabilità proprio ai discendenti di chi le aveva create o a chi ci abita. Chi lo dice che persone estranee alla storia di ciascuna ben distinta località sappiano operare meglio? Soprattutto: che interesse hanno a dirlo?

Il potere centrale ha il dovere di stabilire, con la partecipazione di tutti, le regole assolute alle quali tutti dobbiamo attenerci ma anche di verificarne rigidamente il rispetto: capacità di controllo sulla quale, guardandoci intorno, francamente viene qualche dubbio.

È ciascuno di noi che deve giocare la sua partita in casa propria. Metterci risorse e impegno. E, tanto meglio, attrarre da fuori i giocatori più bravi, più capaci di valorizzare e accrescere i nostri beni, proprio come avevano fatto i nostri antenati.

Perciò anche ripudiare i direttori stranieri dei musei è un’altra colossale stupidata, una provincialata antistorica e autolesionistica (e una cafonata indecorosa violare impegni presi): che cosa importa dove sono nati? Importa il loro talento. Ben venga il meglio che offre il grande mondo, non solo
il calciapalle Ronaldo.

Forse è arrivato il momento di impedire che questa smania delirante di potere ci sottragga la possibilità di partecipare alla tutela delle nostre cento città, disprezzi, quando ci sono, le nostre eventuali doti, ereditarie oppure no, e pretenda di occuparsi senza di noi (magari con i nostri soldi) di quanto nel passato qualcuno come noi aveva comunque saputo abbastanza onorevolmente edificare, dipingere, scolpire e mantenere fin qui.

Carlo Accorsi, da Il Giornale dell'Arte numero 399, agosto 2019


  • Giovanni Antonio Pannini, «Capriccio con il Pantheon e altri monumenti». Foto: Wikipedia

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